FERNANDO ARAMBURU.

PATRIA.

Titolo originale: Patria.
Traduzione di Bruno Arpaia.
2017 Ugo Guanda Editore, Milano.
Collana: NARRATORI DELLA FENICE.

Parte 2.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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75.
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Vaso di porcellana.
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Arnzazu, occhiali da sole, si sistem sulla piattaforma di prua e Xabier ai remi. A poppa si poteva leggere il nome della barca: Lorea Bi.  che prima c'era stata una Lorea Bat. Apparteneva al fratello di Arnzazu che aveva dato loro le chiavi. Gi da ragazzina, le piaceva uscire a fare un giro per la baia con la Lorea Bat, che era pi pesante e difficile da manovrare di questa di adesso. A bordo, amiche di scuola, qualche fidanzato occasionale, rare volte lei da sola. La Lorea Bi ha un motore fuoribordo, ma Xabier ha deciso di usare i remi. In fin dei conti, per passare il pomeriggio, non c' bisogno di svuotare il serbatoio al fratello di Arnzazu.
"Dai, per quattro gocce!"
"Mi far bene un po' di esercizio. Lo raccomando ai miei pazienti e poi sono io a fare vita sedentaria."
Mollarono gli ormeggi. Passarono lentamente tra le file di imbarcazioni attraccate, badando a non sfiorarne nessuna. Arnzazu dirigeva: attento a, vira un po' a, non andare tanto. E quando la barca arriv in una zona sgombra, accese una sigaretta e si lasci portare.
Giornata perfetta. Pomeriggio azzurro di fine primavera. Le acque del porto calme, con pesci che all'improvviso, inclinandosi bruscamente, accendono un bagliore argenteo sul fondo scuro. Seduti l sopra, sui bordi della stretta imboccatura, sono allineati sei o sette pescatori con le loro canne, per la maggior parte ragazzi. A causa della bassa marea un'ampia striscia di muro coperta di alghe era rimasta allo scoperto. Granchi nelle fessure. E Xabier, uccello del malaugurio, diffidente:
"Manca solo che qualcuno di quegli imprudenti ci becchi con l'amo".
Uscirono nella baia. Nello spazio aperto, la Lorea Bi comincia a oscillare. Gi si avverte il formidabile volume dell'acqua, il potere delle onde che sono come avvertimenti. Cosa dicono? La solita cosa: che l'acqua  viva e voi siete degli animaletti su un guscio galleggiante. Mareggiata? Macch, per se non conosci bene il mare, il continuo sballottamento intimidisce e il vento s'imbaldanzisce. Ti avvolge aggressivo, sferzante, perch ti sa senza difese. E Arnzazu, i capelli scompigliati, com' bella, se li dovette raccogliere in uno chignon.
Ci che lei temeva era un'altra cosa.
"Mi piacerebbe aprirti un foro sulla fronte per affacciarmi di tanto in tanto nel tuo cervello e scoprire quello che pensi e quello che provi. Da bambina, le mie amiche del quartiere e io facevamo dei promemoria. Ciascuna scavava un buco nel terreno; ci mettevamo dentro margherite, foglie di trifoglio, qualche cianfrusaglia, un ricciolo; lo coprivamo con un pezzo di vetro e poi tornavamo a guardare. Be', a te farei la stessa cosa sulla fronte per vedere cosa ti succede dentro."
"Se  per me, non trattenerti. Mi fai la trapanazione mentre dormo e sicuramente non me ne accorgo. Lo sai che ho il sonno profondo."
Xabier rema a un ritmo lento.  che non voglio riempirmi le mani di vesciche. Un lieve ma continuo impulso basta a far s che la Lorea Bi, che  leggera (scafo di plastica rinforzato in fibra di vetro), scivoli sulla superficie dell'acqua. Dove vanno? Da nessuna parte. A stare da soli di fronte alla citt dalla quale, man mano che si addentrano nella baia, li raggiungono sempre meno rumori, e anche quelli, smorzati.
Arnzazu, barcollando, ormai senza occhiali da sole,  passata sul sedile di poppa per guardare in viso Xabier quando gli parla. E per maggiore sicurezza, andando da un'estremit all'altra della barca, si  appoggiata per un istante alle sue spalle. Quelle mani sono tiepide, morbide, in loro c' del velluto innamorato. E poi Arnzazu si  tolta le scarpe che sono come babbucce, la camicetta blu, i jeans, e desiderosa di sole  rimasta in bikini. I piedi, unghie dipinte di rosso scuro, sono minuti e ancora giovanili.
"Non so cosa fare, maitia, per piacere a tua madre. Non  che non mi sforzi. Per, te lo giuro, sto esaurendo le risorse. Cosa mi consigli?"
"Mia madre  una persona con un mondo mentale abbastanza limitato. Non preoccuparti, uno di questi giorni scopre quanto sei meravigliosa e diventate amiche."
"Ne dubito. Non mi perdona il fatto che io, una semplice infermiera ausiliaria, le abbia rubato il figlio."
"Te l'ha detto?"
"Lo vedo, Xabier. Gli occhi ce li ho."
"I pi belli che abbia mai visto in vita mia."
Un'altra galanteria? Indubbiamente meritata. Era bella, con un pizzico di maturit: il mio tipo. N vecchia n bambina. Donna al punto giusto, con le prime rughe ai bordi delle palpebre che la rendevano ancora pi attraente grazie alla componente aggiuntiva dell'esperienza nelle questioni terrene, quando non c' ancora disfattismo/rassegnazione, ma ci sono ancora salute, provviste di speranza, gioia malgrado il divorzio che l'ha lasciata disorientata, ferita nella psiche, almeno fino alla comparsa di Xabier.
Le labbra, piene, forse la parte migliore del suo viso aggraziato. E quando le apriva, si intravedeva la dentatura fresca, bianca, meravigliosa. Quanto mi ricordo di lei! Dell'umana/ stupenda, della bella/affettuosa.
Tra l'isola e il monte Urgull, senza navi n barche vicine, cullati dolcemente dalle onde, Arnzazu gli chiese di metterle la crema abbronzante sulla schiena. Vedo ogni giorno corpi, ma questo  il corpo che amo. L'amava. L'amava molto. E lei:
"Negli ultimi tempi ho fatto un sogno ricorrente. Te lo racconto?"
"Vai."
"Cammino in un bosco o su una montagna con dei precipizi orribili. Ho un vaso di porcellana fra le braccia. Non saprei descrivertelo. Qualcuno mi sussurra all'orecchio che  un pezzo pregiato. Sarebbe una grandissima disgrazia se si rompesse."
"Intuisco il finale. Il vaso ti cade e si rompe con un fracasso del demonio."
"L'avr sognato almeno cinque notti nelle ultime settimane. Mi sa che mi sta venendo l'ossessione. Il vaso, altre volte una bottiglia, si rompe sempre. Nel sogno sento il desiderio di piangere, ma mi vergogno. La gente mi addita e, invece di aiutarmi, mi critica. Non so dove nascondermi. Allora mi metto a correre come una pazza e all'improvviso mi rendo conto che tra le braccia ho di nuovo un vaso o una bottiglia o un oggetto fragile che si romper e che effettivamente si rompe."
"Dovresti scrivere, hai idee."
Spalmata la schiena di crema, Xabier le sollev la parte di sopra del bikini, pi che altro per toccarle i seni, per accarezzarglieli con la scusa della crema abbronzante. Glielo ha chiesto lei? No, per Arnzazu non gli nega nulla che abbia a che vedere con il suo corpo. Se tocca, tocchi pure. Se succhia, succhi pure. Se entra, entri pure. Glielo ha detto fin da prima di quei giorni felici che hanno trascorso a Roma. Che non le nasconda desideri, che la prenda per il suo piacere quando vuole e come vuole in cambio di affetto sincero. Che lei si accontenta di questo. Se la capisce. Ovviamente.
I suoi seni sono piuttosto piccoli, un po' cadenti, ma estremamente sensibili. Cos, se lui li massaggia/stringe/bacia con delicatezza, con minuzioso affetto, non  raro che lei abbia un sussulto di piacere e che voglia di pi.
Gli chiede, con gli occhi chiusi, concentrata sulle sensazioni piacevoli, se in ospedale ha qualche pulsione erotica quando esamina donne belle.
"In sala operatoria, mai. Durante le visite, non ti dico di no. Pu darsi che una raffica di profumo mi faccia dimenticare per un attimo che sono un meccanico di corpi. Credo che succeda a tutti. A te no?"
"Non molto."
"Ho visitato autentiche bellezze, ma come si pu rimanere affascinati sapendo che dentro quei corpi sta crescendo un tumore o che i reni hanno smesso di funzionare?"Si mettono d'accordo per uscire dalla baia. Per andare dove? L, dietro l'isola, dove saranno completamente soli. Xabier riprende a remare.
"Ora come ora non mi ricordo di un'erezione durante le ore di lavoro."
Evoca, mentre maneggia i remi, smorfie di dolore, ferite sanguinanti, malattie. Evoca corpi nudi, s, perfino giovani e ben fatti, ma pieni di sofferenza e di angoscia, intubati, incoscienti, condannati a una morte sicura oggi, domani, fra tre settimane, e lui non  l per provare pulsioni. Su, su. Nemmeno per lasciarsi trasportare dalla compassione.
La Lorea Bi avanza leggera. Il mare  increspato. Le pale dei remi entrano morbide nell'acqua sempre pi scura. Scura perch pi profonda. Anche un po' pi agitata. Nessuno. N una vela, n la sagoma di una nave da qui fino al remoto orizzonte. E Arnzazu accese una sigaretta mentre prendeva il sole con la schiena appoggiata a un asciugamano che aveva steso sulla piattaforma di poppa e con i piedi sulla tavola del sedile. Xabier contemplava il suo corpo di scorcio. Come si fa a essere cos bella? Le gambe slanciate, lisce, ben tornite, che sono andate per la vita fino ad arrivare a me. Le ginocchia, le cosce con un indizio di cellulite che porta Arnzazu sulla via dell'amarezza. Il fatto  che  presuntuosa. Lei diceva di no, che era una questione di amor proprio. E lui fiss lo sguardo sullo slip rosso del bikini, sulla stoffa oltre la quale altre volte s'insinuava in leggero rilievo il sesso, ma quel pomeriggio no.
"Chi  stato il primo?"
"Un amico di mio fratello, a casa dei miei. Avevo quindici anni."
"Ragazza precoce."
"Da una parte, mi pungeva la curiosit. Dall'altra, ho capito chiaramente che, se non lo lasciavo fare, mi avrebbe violentata. Non ne ho il minimo dubbio. In casa non c'era nessuno. Mio fratello non era ancora arrivato. E allora ho fatto finta che mi andasse e, con il trucco della docilit, la cosa  durata a stento un paio di minuti."
"Non mi dirai che non sei rimasta traumatizzata a vita."
"In realt no. E non mi ha fatto particolarmente male."
Un'ora e mezza dopo si avviarono per tornare. Era cominciata l'alta marea. Con la stessa forza di prima percorrevano il doppio della distanza. A volte Xabier riusciva a fare in modo che le palate coincidessero con la spinta delle onde. Allora la Lorea Bi partiva sparata in avanti. In men che non si dica entr nella baia.
Il sole declinava. L'orizzonte marino, in quelle lontananze di ponente, copiava il giallo intenso del cielo. L'aria rinfresc e Arnzazu stava ormai vestendosi. Fecero programmi: avrebbero cenato con qualche pincho nella Citt Vecchia e poi a casuccia, visto che il giorno dopo avevano tutti e due il turno di mattina.
All'altezza dell'Acquario sentirono il primo boato. Subito dopo, il secondo. Sembrano fuochi d'artificio, ma chi  del posto lo sa:  la polizia che sta sparando proiettili di gomma contro i manifestanti.
"C' casino sul Bulevar."
"I futuri terroristi che fanno pratica. Un'ora di scontri, daranno fuoco a qualcosa e poi tutti a bere nei bar della Citt Vecchia."
Xabier, remando, inveiva e Arnzazu fu sorpresa dal tono veemente delle sue parole. Come mai? E che:
"Non ti avevo mai sentito parlare cos. Sembri un altro".
"Penso a mio padre e mi  difficile trattenermi."
"Continuano a tormentarlo?"
"Non la smettono. L'altro giorno dei ragazzini hanno tentato di dare fuoco a un camion. Lui era all'erta. Non ci sono riusciti. Ho avuto i brividi quando mi ha confessato che era stato sul punto di fare un errore, secondo lui il peggiore che pu commettere un uomo."
"Mi spaventi. Di quale errore parlava?"
"Non gliel'ho chiesto. Gli ho visto in faccia che non voleva approfondire l'argomento. Per ho un sospetto. Be', ne sono quasi sicuro."
"Non avr in mente di usare la violenza?"
"Mi sa che ha un'arma in ufficio e che ha avuto la forte tentazione di usarla per difendersi."
Si avvicinavano al porto. In fondo, sopra le case, saliva una colonna di fumo nero.
"Un errore cos provocherebbe delle rappresaglie. Ai violenti farebbe un enorme piacere che partecipassimo tutti al loro gioco. Cos avrebbero le prove di quella guerra che esiste soltanto nelle loro teste. Non voglio ferirti, maitia, ma  questo che penso."
"No,  la stessa cosa che pensa mio padre. Uno di questi giorni mi ammazzeranno, dice con grande freddezza. Io insisto perch venga a vivere nella casa che tu e io lo abbiamo aiutato a comprare a San Sebastian. Dice che presto prender una decisione. Fa il duro, ma so da mia madre che qualche notte a letto piange."
"Come possono far del male a tuo padre, un basco buono e euskalduri?"
"S, e proprietario di un'impresa. Tutto questo delirio della lotta armata bisogna finanziarlo, non lo dimenticare. Per le vie del paese ci sono ancora delle scritte contro di lui. Credi che agli abitanti venga in mente di cancellarle? Pi ci penso, pi m'incazzo."
"Ti vedo soffrire, maitia, e mi si spezza il cuore. Rimandiamo i pinchos a un altro giorno?"
"Sar meglio. Di colpo mi  passato l'appetito."

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76

Tu piangi tranquillo

Non glielo dissero. Non sapeva. Sono il figlio. Non precis di chi. Non ce n'era bisogno. Dovettero accorgersene dall'espressione del viso. A parte il fatto che un camice bianco, lo si voglia o no, produce un rispetto istintivo. Lo lasciarono passare. Il pomeriggio grigio, il cuore accelerato, not la macchia di sangue all'ultimo istante.  che non si vedeva bene sul selciato bagnato. Per poco non la calpesta. Insomma,  qui che  successo. Non sapeva. Non glielo dissero. Nei suoi pensieri si disegnarono le orme rosse a forma di suola di scarpe lungo il breve tragitto fino a casa dei suoi. O adesso soltanto di sua madre?
Se il Txato era morto, non doveva essere steso a terra, coperto con un lenzuolo, in attesa che il giudice procedesse ai rilievi sul cadavere? E di ambulanze accanto alle autopattuglie della Ertzaintza non se ne vedevano. Perci, se lo sono portato via. Perci, finch c' spazio per l'intervento medico, c' un filo di speranza.
Due ertzainas uscirono dall'appartamento chiacchierando in modo informale. Dalla bocca di uno sgorg un palpito di risata. Incrociando il camice bianco sulle scale, tacquero. Breve saluto. Xabier immagin che gli avrebbero fatto le condoglianze nel caso che. Lei  parente del defunto, assassinato, giustiziato; insomma, del morto? Erano molto dispiaciuti, gli erano vicini. Per, invece di fargli le condoglianze, continuarono a scendere per le scale. Poco dopo, quando gi Xabier spingeva la porta che gli ertzainas avevano lasciato socchiusa, li sent riprendere lo svolazzo di banalit.
Entr. Entr a passi cauti, come chi cerca di non disturbare il riposo di una persona che dorme. L'odore familiare, l'ingresso in penombra. Erano mesi che non andava a casa dei suoi. Il motivo? Perch evitava il paese. Chiaro e semplice. Si sentiva osservato, guardato male, e gli era gi successo due volte che, camminando per strada, conoscenti di tutta una vita non avessero risposto al suo saluto. Perci da un po' di tempo, per vedere i genitori, preferiva che andassero loro a San Sebastian.
All'attaccapanni sulla parete era appeso il vecchio giaccone di montone del Txato, quello di tanti anni. E Xabier non pot fare a meno di allungare la mano per toccarlo. Non so perch l'ho toccato. Solo pochi secondi, come se volesse verificare che vi perdurasse qualche vestigio della vita del suo proprietario.
Si incammin verso l'unico punto luminoso della casa e in effetti, l, nel salotto, c'era sua madre. Angosciata, lacrimosa, singhiozzante? In quei momenti, Bittori osservava la strada dalle fessure della persiana. E quando si accorse dell'arrivo del figlio, si volt bruscamente verso di lui e nei suoi lineamenti c'era furente serenit, altezzosa integrit, una specie di dignitosa tensione che le cancellava dal viso ogni minimo indizio di angoscia.
"Non voglio che mi fai un'iniezione."
Che a calmarsi ci riusciva da sola. Non cos lui, che si lanci commosso fra le braccia della madre.
"Tu piangi tranquillo, se ti aiuta. A me, nessuno mi vedr versare una lacrima.  una soddisfazione che non gli dar."
Per Xabier non si trattenne, chino su sua madre, cingendola in un abbraccio emozionato. A pezzi per la pena: sua madre con le vecchie pantofole, una delle quali con la lana schizzata di sangue: sua madre che mostrava forza, sua madre canuta, la sua sventurata madre, e accanto a loro due, sopra il tavolo, c'erano gli occhiali da lettura che usava il Txato in casa, la penna stilografica, il giornale aperto alla pagina del cruciverba. E in pieno attacco di pianto la sento domandarmi se voglio che mi prepari qualcosa da mangiare. Sar tanto scossa da avere perso ogni senso della realt? Negava quanto era accaduto?
Piuttosto il contrario. Bittori non aveva il minimo dubbio che:
" morto. Cerca di abituarti all'idea".
"Chi te l'ha detto?"
"Lo so. Quando l'ho visto, respirava ancora; ma era gi alla fine. Ti assicuro che stavolta non ce la fa. Mi sembra che gli fosse esplosa la testa. Il Txato  andato, vedrai."
"Lo hanno portato all'ospedale, immagino."
"S, per  inutile, vedrai."
Povera Nerea, quando lo verr a sapere. Bisognerebbe assolutamente avvisarla. Xabier, gi pi sereno, cerc nel cassetto indicatogli dalla madre il pezzo di carta con il numero di telefono. Risposero subito. Neanche due squilli. Si sentivano le tipiche voci e i soliti rumori di un bar. Lasci il messaggio senza entrare nei particolari. Chiar soltanto chi era e formul la richiesta. Quale? Di avvisare la sorella che doveva chiamare subito i suoi famigliari. Sottoline che era urgente. Per maggior sicurezza, ripet l'indirizzo di Nerea. L'uomo del bar gli disse che non ce n'era bisogno, che si ricordava della ragazza.
"Tu sei sicura che l'aita era vivo quando l'hanno caricato sull'ambulanza?"
"Non mi sono separata da lui neanche un istante. Muoveva le palpebre e io non smettevo di parlargli perch ho pensato: questo qui, se non gli parlo, se ne va. Ma lui non poteva rispondermi. Si stava dissanguando. Basta dirti che quando sono tornata a casa ho dovuto cambiarmi."
"Io vorrei che mi dicessi se era cosciente o no."
"Senti, mi farai venire il mal di testa. Le palpebre, s, le muoveva. Un poco."
"Hai chiamato tu la polizia e l'ambulanza?"
"Io non ho chiamato nessuno. Sono arrivati subito con le sirene a tutto spiano. Li avr chiamati qualche vicino.  che ho tirato certe urla... Devono averle sentite anche al paese vicino."
Dopo la siesta, il Txato aveva preso il caff; in realt, un fondo freddo che era rimasto nella caffettiera. Bittori, che l'aveva sentito bofonchiare, si era offerta di preparargliene un altro; per il Txato, o perch l'aveva vista assopita sul divano, con le braccia incrociate come se stesse schiacciando un pisolino, o perch lo incalzava come sempre la fretta, aveva rifiutato l'offerta.
"Me la cavo benissimo con quello che c'."
Era uscito di casa. A che ora? Be', mancava poco alle quattro. E lei adesso era afflitta perch non l'aveva accompagnato alla porta e non gli aveva dato un bacio che magari poteva essere l'ultimo della sua vita, che Dio non voglia. Avrebbe preferito impiegare le sue energie in un addio pi intenso, dopo tanti anni di matrimonio e due figli, che sprecarle in una stupida conversazione sul caff caldo o freddo.
"Be', se me lo chiedi, ti dir che mi ricordo soltanto dei rumori. Prima quello della porta quando  andato al lavoro, poi i suoi passi per le scale, poi niente, io sul divano a occhi chiusi, pensando: vediamo se riesco a dormire una mezz'oretta. E all'improvviso, gli spari. Non chiedermi quanti. Ma che erano spari, be', non ne ho dubitato nemmeno per un istante. Allora sono corsa al balcone. Ho visto il Txato a terra sul marciapiede e nessun altro. Non ho visto quello che ha sparato, se era soltanto uno. Be', non  che sono rimasta a guardare, sono scesa di corsa per le scale e, quando ho visto il sangue, allora mi sono messa a urlare come una pazza. Tu credi che  venuto qualcuno a dare una mano? Perch volevo sollevare tuo padre. Mi sono detta: a quest'uomo, lo devo mettere in piedi. Pesa tanto. In due o in tre ce la facciamo, ma non  arrivato nessuno. Cos mi sono messa a parlargli. E pensa com'ero sconvolta che gli ho detto: ti amo. Non ce lo siamo mai detti. Neanche quando eravamo fidanzati. Non ci veniva. Ce lo dimostravamo, e punto. Ma dovevo parlare e parlare o se ne va. E almeno, guarda, se se ne va nella tomba, che sappia che l'ho amato. Nessuno mi ha dato una mano. La strada, deserta. Le finestre, chiuse.  che maniera di piovere. Te l'ho detto, nessuno. Qualcuno che avr visto tutto da dietro una tendina avr chiamato la polizia e l'ambulanza. Altrimenti non mi spiego come abbiano fatto ad arrivare cos in fretta. Dopo dieci minuti, la Ertzaintza era gi qui.  un po' pi tardi, l'ambulanza."
Squill il telefono. Nerea? Bittori fece cenno al figlio, corri, corri a rispondere. Xabier, in piedi accanto all'apparecchio, dovette soltanto fare mezzo giro su s stesso e allungare il braccio.
"Pronto?"
"Gora ETA!"
Riagganci.
"Evidentemente non era tua sorella."
"C' gente che vuole farci del male.  meglio che non rispondiamo al telefono."
"E se chiama Nerea?"
Bittori aspettava anche la telefonata dell'ospedale. Xabier: "Non preoccuparti. Me la vedo io".
Compose un numero. Salut, disse, chiese. E chiunque fosse dall'altro capo della linea gli comunic un altro numero che lui annot su un blocchetto. Subito dopo, lo compose. Sua madre dietro, sul divano. E lui le dava le spalle, come facendole schermo.
"Mi spiace, Xabier. Non si  potuto fare nulla."
In tono neutro ringrazi. Ringrazi per cosa? Per niente.
Era un modo per fingere compostezza. E riagganci. La mia schiena e dietro mia madre, e il difficile momento di voltarsi. Evit di guardarla di fronte in modo che lei non potesse leggere nei suoi occhi. Cerc le parole: mi hanno appena comunicato che, devi sapere che. Invece disse che andava all'ospedale a informarsi e che l'avrebbe chiamata da l per metterla al corrente della situazione. Le chiese:
"Se senti che ti insultano, riaggancia subito. Me lo prometti?"

*****

77

Cupi progetti

Due giorni dopo il funerale, il Txato fu sepolto al cimitero di Polloe. Partecip poca gente all'inumazione. Nessuna assenza pesava tanto a Bittori quanto quella di Nerea. Le stava amareggiando i funerali, non l'avrebbe perdonata. Xabier mediava comprensivo, ragionevole, conciliante, tra la madre e la figlia. Inutilmente. N consolava di qui, n persuadeva di l. Gli sembrava che i solchi di collera tra le sopracciglia della madre fossero sempre pi profondi. Cerc, con ripetute telefonate al bar di Saragozza, di mettersi in contatto con la sorella per convincerla a tornare a casa il pi presto possibile. La prima cosa risult difficoltosa, oltre che ingrata, perch si rendeva conto che si stava trasformando in una seccatura per il proprietario del bar. La seconda, semplicemente, non funzion, decisa com'era Nerea a non affrontare il fatto fisico della morte del padre. Ah,  cos? In una scarica finale di stizza, sua madre disse a Xabier che non le importava, che Nerea facesse la sua vita cos come lei avrebbe fatto la sua, e che:
"Sai una cosa? Non credo pi in Dio".
Mattinata grigia, quella dell'inumazione. Meno male che non pioveva e non tirava vento. Altrimenti, lass, dove ti vai a riparare? Croci, lapidi, sentieri. Pi in basso, i tetti della citt avvolti nella nebbiolina autunnale. Dicono che sia un cimitero carino. Bella consolazione! Si ritrovarono in pochi davanti alla tomba di famiglia e, quando spostarono la lastra, si vide l'urna del nonno Martin. Erano venuti quelli di Azpeitia, parenti che si vedono soltanto ai matrimoni e ai funerali. Era venuta la sorella di Bittori, che in ogni caso non  che capisse granch perch, con la testa, la poverina era pi di l che di qua. Era venuta una mezza dozzina di vicini che fecero le condoglianze abbassando la voce. Con loro, due dipendenti della ditta del Txato. Si capisce. Lontano dal paese, nessuno pu vederli, nessuno li criticher. Bittori, con le occhiaie, tranquilla, ringrazi tutti, a uno a uno, per essere venuti.
Nel pomeriggio dei funerali, quelli di Azpeitia le chiesero di Nerea.
"No,  che non  potuta venire. Lo sapete, studia a Saragozza."
Xabier, figlio guardia del corpo, non si allontanava da Bittori. Era accanto a lei, al momento dei primi commiati, quando not la donna con gli occhiali scuri, separata dagli altri di una ventina di passi, come se fosse in visita a un'altra tomba.  lei. Chi? Chi dev'essere? Arnzazu. Dopo quello che era successo fra di loro, Xabier non si aspettava di rivederla. Magari qualche volta, di sfuggita, ciao, ciao, nel parcheggio o al bar dell'ospedale.
A sua madre:
"Ti aspetto all'uscita".
"Dove vai?"
Non le rispose. Non ce n'era bisogno. Bittori aveva appena riconosciuto l'infermiera. Ma lui non diceva di aver messo fine alla relazione?
Mentre si avvicinava ad Arnzazu, pi bella che mai, Xabier not il silenzio che era calato alle sue spalle. Serio, professionale, le strinse la mano. Non l'avrebbe baciata con tutta quella gente davanti, eh?
Si avviarono, mezzo metro di separazione, verso l'uscita del cimitero, facendo una piccola deviazione per allontanarsi dagli altri.
"Mi sono messa un po' da parte per non disturbare."
"Lo sai che non disturbi."
"Tuo padre mi era simpatico.  stato gentile con me fin dal primo giorno. Non posso dire la stessa cosa di tua madre."
"Lascia perdere. Te lo chiedo per favore."
"Sono venuta a dire addio a tuo padre e come segno di protesta contro il terrorismo. Se questo fosse un paese decente, adesso il cimitero sarebbe pieno."
"Che ci vuoi fare."
"Visto che ci siamo, ne approfitto per dire addio anche a te, anche a te per sempre."
"Vai via?"
Ehi, Xabier, a te cosa importa?  vero, non so perch glielo ho domandato. In realt, tra loro era gi detto/rotto tutto, detto da entrambi, rotto da lui, in un angolo del bar dell'Hotel Londres. E lei che era una persona di buon cuore, questo non puoi negarlo, aveva fatto il nobile gesto di assistere ai funerali del Txato; allo stesso tempo, ai funerali di un amore in cui lei aveva riposto molte speranze, molta dedizione e tutta la sua energia. Questo  metaforico. Che lo sia, allora. Quell'amore cos fragile, cos di vetro e porcellana, che tu hai fatto a pezzi, s, tu, giace morto nella stessa tomba di tuo padre. Due giorni prima, quando ormai le inevitabili lacrime versate avevano iniziato a lasciare il posto alla rassegnazione, Arnzazu aveva detto che:
"Chi ha ucciso tuo padre ha rotto quello che univa me e te".
Non sembrava risentita. Non le mancavano motivi per esserlo. Xabier, mascalzone, come hai potuto trattarla cos? Come? Non fare lo gnorri. Lei, all'inizio, non capiva. Tanto recente la morte del Txato, aveva creduto che Xabier agisse accecato dalla rabbia e dal dolore. E si era preparata, candida e buona, a dargli affetto, a sollevarlo da una parte delle sue sofferenze; se fosse per lei, se le caricherebbe tutte sulle proprie spalle. Gli aveva promesso amore, compagnia fedele, pi che mai in quel momento tragico, e gli aveva detto con occhi velati:
"Ti far felice, maitia, te lo giuro".
"Ma io non devo essere felice."
"Chi te lo vieta?"
"Me lo vieto io. Ora come ora non mi viene in mente un crimine pi mostruoso della pretesa di essere felice."
"Mi sento svuotata."
Aveva ammesso, come parlando fra s, la sua sfortuna con gli uomini; aveva salutato, era uscita dal locale e adesso era al cimitero, con gli occhiali scuri in una giornata grigia.
"Se non ti dispiace, una mia amica passer da casa tua per prendere le mie cose. Ti porter le tue che hai lasciato da me."
"Come vuoi. Credimi..."
Lo interruppe.
"Non importa quello che io credo. Ho trovato una prospettiva quando meno me lo aspettavo. Grazie alla raccomandazione di un conoscente, ho presentato domanda per entrare in Medici senza Frontiere.  ancora presto per una risposta, ma mi hanno detto al telefono che hanno urgente bisogno di infermieri e che con il mio curriculum mi prenderanno senza problemi. Perci lascio l'ospedale, lascio questa citt e tra poco seguir un corso di preparazione. E la verit  che l'altra sera, dopo che ci siamo salutati, ho camminato per il Paseo Nuevo con propositi cupi."
"Non dire sciocchezze."
"Non c'era nessuno. Era buio. Sarebbe stato facile. Uno scenario stupendo per un suicidio romantico. Mi tentava moltissimo. All'improvviso ho pensato: vediamo, Arnzazu, c' tanta gente che se la passa male nel mondo, soffrendo fame, epidemie, guerre. Perch non butti le tue pene in mare invece di buttarti tu e non fai qualcosa per gli altri? Qualcosa che aiuti chi ne ha pi bisogno e dia un senso positivo alla tua vita. Questa  la decisione che ho preso."
"Mi sembra una decisione stupenda."
Di l a poco arrivarono all'uscita del cimitero.
"Forse anche tu dovresti imbarcarti in un'avventura del genere."
"Ci penser."
Si salutarono con una formale stretta di mano. Lei, non appena si allontan di qualche passo, volt il viso sorridente.
"Grazie per i bei momenti."
"Anche a te."
"Non avresti dovuto lanciare il sasso a Roma."
Fermo accanto al cancello, Xabier la guard allontanarsi. Quell'ultimo sorriso di Arnzazu gli lasci una sensazione agrodolce. Una scena da lacrime, urla, accuse, gli sarebbe stata molto pi facile da digerire. Gli provocavano un'ammirazione dolorosa il suo modo di camminare, la vita sottile, le spalle dritte. La ricord nuda. Fu sul punto di chiamarla. Di pi, gli venne la forte tentazione di correrle dietro.
Ma in quel momento arriv sua madre e lo prese sottobraccio.
"Non dicevi che avevate rotto?"
" venuta a salutare. Va a vivere lontano."
"Meglio. Quella l non era per te. Me ne sono resa conto il giorno stesso che ce l'hai presentata."

*****

78

Il corso

Che avrebbe trascorso un bel po' di tempo nella riserva, lo sapeva gi. Ne aveva parlato con Jokin. Stando insieme, le piogge grigie della Bretagna, l'interminabile attesa, la noia si facevano pi sopportabili e, con la dovuta discrezione, non mancavano gli svaghi. Sapevano che pi di un militante se ne infischiava della disciplina. Loro, no. Insomma, un po', il giusto per non procurarsi la fama di ribelli.
A volte facevano passeggiate per i campi con le biciclette dei padroni di casa. Fregavano frutta, davano la caccia alle rane, intagliavano figure in legno con il coltello e una volta andarono alla festa di un paese vicino, dove bevvero una specie di sidro, se lo si vuole chiamare cos, che secondo Joxe Mari sapeva di pixa.
Poi per inserirono Jokin in un gruppo operativo. Joxe Mari rimase solo, pi tardi con Patxo, che era un ragazzo in gamba, ma non era Jokin. E non si fidava nemmeno troppo di lui. Come mai? Non lo so. C'era sempre come una distanza. Vai d'accordo, va bene. Ma  come se c'era un rumorino nel motore. Qualcosa non funzionava.
Dopo qualche tempo, i gendarmi francesi, insieme a membri della Policia Judicial, a uomini della PAF e ad agenti segreti dei Renseignements Gnraux catturarono Santi Potros in una casa di Anglet. Tutto quel chiedere cautela e poi gli beccano una valigia di pelle. Dentro, un tesoro per la polizia: il tabulato con i nomi di pi di quattrocento militanti dell'ETA in attivit, i loro nomi di battaglia, il luogo di residenza, numeri di telefono, l'auto che utilizzano e perfino la targa. Caddero come mosche nelle settimane successive.
Patxo credeva che se a lui e a Joxe Mari li avessero chiamati prima, magari li avrebbero gi presi. Credeva anche che:
"L'organizzazione ha bisogno di riempire i posti vuoti. Vedrai che uno di questi giorni ci dicono: forza, ragazzi, ora dovete darci sotto".
Invece no. La loro inattivit si prolung per diversi mesi. In quel periodo, tramite i canali interni dell'organizzazione, a Joxe Mari arriv una lettera dei genitori con un ritaglio del quotidiano Egin in cui si fornivano dettagli sulla "strana" morte di Jokin. Un colpo per Joxe Mari. Non ricordava di avere pianto tanto nemmeno da bambino. E per non farsi vedere da Patxo, finse di essere malato e rimase due giorni senza mangiare e senza alzarsi dal letto.
"Tu la vedi chiara la faccenda della lotta armata?"
Patxo non aveva dubbi:
"Io sono entrato in questa storia accettando tutte le conseguenze".
"Non hai detto che tuo padre bisogna portarlo in giro sulla sedia a rotelle?"
"S, e allora?"
"Magari dovresti aiutarlo."
"Per quello ci sono le mie sorelle."
Quel ragazzo non riusciva ad andargli a genio. E poi, a Joxe Mari sembrava strano starsene tutto il giorno appiccicato a qualcuno che non era del suo paese. Patxo era cresciuto a Lasarte. Non aveva cognomi baschi e non parlava euskera. Questo qui cosa ci  entrato a fare nella lotta? Cos', il tipico asino che si dipinge le strisce per sembrare una zebra? E sospettava che fosse una talpa della Guardia Civil. In ogni caso, preferiva non parlare con lui di questioni personali.
A sua madre raccont in seguito, durante una visita in parlatorio, che in quei giorni, quando aveva saputo di Jokin, ci era mancato un pelo perch chiedesse che lo lasciassero ritirarsi.
"Alla buon'ora che ti viene in mente... Guarda Koldo, bello tranquillo con la moglie messicana e i figli in paese."
Joxe Mari l l per decidersi. In realt, pensava di dirlo al collegamento al loro prossimo incontro; ma fu allora che quest'ultimo port a lui e Patxo un biglietto sigillato in cui gli veniva comunicato che a breve avrebbero iniziato un corso intensivo di addestramento in vista di un loro inserimento nella lotta senza ulteriori ritardi.
Patxo cap tutto:
"Compagno, non si pu pi fare marcia indietro. Inizia il divertimento".
"Pur di non restare qui, qualunque cosa."
Pioveva a catinelle quando salirono sul treno. Non smise per tutto il viaggio. Trasbordo in una citt, trasbordo in un'altra. E arrivarono a met pomeriggio a Bordeaux, dove continuava a piovere forte come la mattina.
In un bar della stazione incontr l'uomo incaricato di accoglierli. Era un tipo frettoloso e mi son dovuto bere d'un sorso il vino che mi avevano appena servito. In macchina, ordin loro di mettersi degli occhiali con le lenti oscurate e di abbassarsi. Joxe Mari conosceva la procedura da quando lui e Jokin erano stati portati a incontrare Santi Potros. Dopo un'ora e rotti a vagare di qua e di l, entrarono in una casa dove si sentiva della musica. Soltanto allora poterono liberarsi degli occhiali.
Rimasero otto giorni chiusi in una stanza senza finestre, larga tre passi e lunga cinque. Troppo piccola per due, il che costringeva a una vicinanza corporea che faceva uscire dai gangheri Joxe Mari. Con Jokin avrebbe condiviso perfino le mutande. Con questo qui non aveva la minima confidenza. Era di notte che se la passava peggio. Quell'accidenti di Patxo doveva avere il setto nasale deviato. Quando dormiva faceva un rumore respiratorio fastidiosissimo. Non  che russasse. Chi russava era Joxe Mari. Era come un mantice da cui uscisse un grugnito sibilante. E cos un'ora e poi un'altra fino all'alba.
Potevano lasciare la stanza soltanto per andare in bagno, al piano di sotto. Che cercassero di vedere e di ricordare il meno possibile. Spesso in casa c'era la musica a tutto volume. In questo modo, alcuni occupanti ignoravano ci che facevano o dicevano gli altri. Un talde, disse loro l'istruttore, opera come un'unit isolata, cos se vi prendono non possono cavarvi fuori informazioni che compromettano il funzionamento generale dell'organizzazione, avete capito? E i due annuivano all'unisono.
La mattina, le lezioni teoriche ammazzavano di noia Joxe Mari. Di nascosto, guardava l'orologio e contava mentalmente il tempo che mancava all'ora di pranzo. Non era mai stato portato per lo studio. Gi da piccolo, alla ikastola, concentrarsi gli costava sforzi enormi. Durante le lezioni di militanza, lo stesso; ma arrivava il pomeriggio, passavano alla parte pratica, maneggiavano le armi e allora s, allora s'impadroniva di lui un vivo entusiasmo e si sentiva all'improvviso come ai vecchi tempi, quando saliva con gli amici alla cava in paese a fare esperimenti con bottiglie molotov, petardi e razzi. Era questa la sua specialit, l'azione, il movimento, non le menate sulla teoria degli esplosivi che gli facevano venire una stanchezza invincibile.
Patxo e lui si esercitarono a montare e smontare armi. Impararono a preparare trappole mortali e autobomba. Cos'altro? Be', assemblavano meccanismi a tempo. Poi facevano esplodere il detonatore dentro un bidone di metallo pieno di sabbia. Gli insegnarono tutto il necessario su covi e scambio messaggi, e anche ad aprire le serrature delle auto. L'istruttore insisteva sulle misure di sicurezza, e molta attenzione e occhio eccetera eccetera. Spieg come dovevano comportarsi nel caso che li fermassero. Gli esercizi di tiro si limitarono a un pomeriggio e soltanto con la pistola, perch la polizia francese vigilava. Non era pi facile come anni prima andare a sparare in qualche bosco dei dintorni. Un peccato per Joxe Mari. Niente gli piaceva di pi che sparare a un bersaglio.
Baci il manico della Browning.
"Mi piace pi questo che scopare."
Li fece ridere. Quegli imbecilli pensavano che l'avesse detto per scherzo? L'istruttore:
"Be', una cosa non esclude l'altra".
La notte, l'ultima della sua reclusione in quella casa, Joxe Mari non riusciva a dormire. I pensieri, l'eco degli spari recenti, la respirazione sibilante di Patxo. Cos inizi a parlare da solo. A bassa voce? Macch, a voce normale, come se stesse chiacchierando con qualcuno. Le due di notte passate. Gi si vedeva mentre puntava l'arma e non precisamente contro bersagli di carta. L'altro si svegli. Nel buio:
"Ma cosa parli?"
"Chi ha il record di esecuzioni nell'ETA?"
"Non ne ho la minima idea. De Juana o qualcuno del commando di Madrid."
"Sai se ne ha fatti fuori pi di cinquanta?"
"Che cazzo di domande che mi fai.  tardissimo e tra qualche ora ci dobbiamo mettere in movimento."
Rimasero in silenzio, al buio, per diversi minuti. E Patxo aveva gi iniziato a fare quel rumorino respiratorio che faceva saltare i nervi a Joxe Mari. All'improvviso:
"Allo Stato coster molto sangue la morte di Jokin. Ne far fuori tanti che un giorno rester nei libri come il militante pi sanguinario dell'ETA".
"Cazzo, smettila."
"Il mio amico non vale meno di cento morti. Terr il conto. Ogni volta che far la pelle a qualcuno, me lo segner su un quaderno."
"Questo vuol dire prendere la lotta armata come una faccenda personale."
"E a te che cazzo te ne frega, stronzo. Meglio che impari a respirare quando dormi."

*****

79

Il tocco della medusa

Forse la temperatura era pi fresca di quanto Joxe Mari avesse immaginato prima di mettersi in cammino e non l'aveva notato prima di arrivare, lui e Patxo abbassati sul sedile posteriore, con il viso vicino alle ginocchia per non vedere, per non sapere, alla casa dove li aspettava il capo o uno dei capi. Il fatto  che quando l'interlocutore aveva detto che doveva portarli a fare un colloquio con la direzione, Patxo e lui avevano creduto che li avrebbero presentati a Temer; ma in quella casa di Bordeaux, o dei dintorni, o di chiss dove, c'era Pakito.
E allora perch la storia della temperatura fresca? Be', perch quando si trov di fronte al capo, che aveva un sorriso morto sul viso e degli occhi come quelli di un pesce quando comincia a guastarsi, a Joxe Mari arriv una raffica di freddo che gli fece pensare: cazzo, avrei dovuto mettere il pullover. Ed era uguale a quando vai al supermercato, t'infili nel reparto dei surgelati e ti sorprende un repentino calo della temperatura. La finestra chiusa, Joxe Mari ebbe l'impressione che il freddo provenisse da quell'uomo che, nonostante la sua condizione di capo, li aveva ricevuti con evidente timidezza.
O forse era soltanto la sua immaginazione, suscitata dalla fascinazione timorosa del novellino nei confronti del veterano della lotta armata al quale era attribuito un curriculum tanto inquietante quanto insanguinato. Di lui si diceva che aveva ucciso Moreno Bergareche, Pertur, e che aveva ordinato di giustiziare Yoyes, di Ordizia come lui, e di far saltare in aria gli alloggi della caserma di Saragozza con dei bambini dentro. A Patxo diede la mano. A me una pacca sulla spalla che mi lasci una sensazione come se mi avesse toccato una medusa. Era la benedizione, l'ingresso definitivo nell'ETA. E il sorriso immobile e gli occhi torbidi da pesce erano sempre l.
Li invit ad accomodarsi su un divano.
"Tu sei quello che giocava a pallamano?"
Molto astuto. Pensai: gli hanno passato l'informazione, e lui fa finta di conoscermi. Ma a quanto pare, e come raccontano anche altri che hanno parlato con lui, non era altro che desiderio di piacere. Di fatto, disse che sperava si sentissero a loro agio nel far parte di un talde operativo.
Uomo minuzioso, calcolatore, mostr loro una mappa della provincia di Guipuzcoa. Sulla carta, con l'indice, tracci un cerchio.
"Questa  la vostra zona. Qui, quello che volete. Poliziotti, guardie civili, ertzainas, chi vi trovate a portata di mano. Bisogna colpire forte finch lo Stato non si sieder a negoziare."
Joxe Mari, la prima cosa che vide era che il suo paese si trovava dentro il cerchio indicato da Pakito, il che non gli parve n un bene n un male. Il riferimento principale era il fiume Oria da Villabona in gi. E cos si sarebbero chiamati: commando Oria, formato da tre membri. Il terzo, Txopo, li stava aspettando in un appartamento in affitto.
"A Donostia non dovete assolutamente fare nulla. L non v'impicciate. L ci sono altri. Ma dentro questa zona" indic di nuovo la mappa "siete i padroni. L potete fare tutti i danni che volete."
Subito dopo diede a ciascuno una Browning, insieme a caricatori e proiettili. Anche documenti falsi, un sacchetto di plastica con dei soldi e infine un sacchetto pi grande con esplosivi, detonatore a cavo e diversi componenti per fabbricare bombe.
"Decidete da voi gli obbiettivi nella zona che vi  stata assegnata, eh? E dateci dentro. Non fatevi tremare le mani."
Un problema con i mugalaris, che problema?, chiss, trattenne i due neomilitanti nella casa di una coppia francese, sperduta in un posto solitario al quale si arrivava imboccando una deviazione dalla strada che porta da Urrugne a Ascain. Sei giorni di attesa di cui loro approfittarono per fare camminate in campagna. Nessuno aveva detto che non potevano andare a passeggio. Un pomeriggio provarono le pistole. In quel modo seguivano i consigli ricevuti durante il corso di addestramento, visto che, secondo l'istruttore, conviene assicurarsi del buon funzionamento delle armi prima di intraprendere qualsiasi azione. Cos, salirono per una strada sterrata fino a un luogo appartato, con molti alberi, e a turno, mentre uno faceva da sentinella, l'altro sparava qualche colpo.
Una notte ebbero una sgradevole sorpresa. Ormai Joxe Mari, che altro poteva fare?, si era pi o meno abituato alla respirazione sibilante del compagno. A volte, per, gli era impossibile sopportarlo e gli veniva voglia di andargli vicino e di spaccargli il naso a pugni.
Non riuscendo a prendere sonno, accese la luce. Era tardissimo. Allora le vide. Uscivano da sotto un quadro appeso al muro, sopra il suo letto. Che cosa? Bestie. Bestie dalla pancia scura che si muovevano in diverse direzioni, n in fretta n piano. Ne schiacci una a caso, una pi grande delle altre. E scostando il dito vide la macchia di sangue sulla parete. Ostia benedetta: cimici. Allert Patxo e passarono pi di un'ora ad ammazzarle.
"Il commando Oria in azione."
"Guarda, Patxo, se stai cercando un nome di battaglia, io ne ho uno stupendo per te: stronzo."
Joxe Mari se ne rendeva conto: le notti mal dormite gli stavano inacidendo il carattere. Si arrabbiava per qualunque inezia. Era diventato litigioso, impaziente, pedante. Ebbe una lite in euskera, perch non parlava nemmeno una parola di francese, con la padrona di casa a causa del cibo. Urlando, aggressivo, lo defin una porcheria. Poco, insipido, mal preparato. E nel pomeriggio, al ritorno dal lavoro, il marito della signora minacci di cacciarlo di casa.
Nelle prime ore della notte, chiuso nella stanza con Patxo, evoc con nostalgia la cucina di sua madre.
"Non ho mai conosciuto nessuno che cucini meglio di lei. Me l'immagino in questo momento che frigge il pesce a casa. Noi a cena mangiamo sempre pesce. Mi arriva il profumo fin qui. Non lo senti? Non senti le triglie impanate e l'aglio fritto?"
E allungava il collo e annusava l'aria della stanza come se davvero le triglie materne gli stessero aleggiando davanti al naso.
"Ehi, non mi diventerai mica sentimentale, eh?"
"Sentimentale un cazzo. Ho fame da quando siamo entrati in questa casa. Mi mangerei una costata grande cos con peperoni e patatine fritte."
Non avevano neanche il televisore. Cos, dopo aver schiacciato quattro o cinque cimici, spensero la luce prima del solito, e non appena Patxo cominci a disturbare con il suo fischio, Joxe Mari port pi discretamente che poteva il materasso in corridoio. Dorm come un sasso tutta la notte, che ne aveva un gran bisogno. La mattina presto usc, mise insieme un mazzetto di fiori selvatici e all'ora di colazione, scherzoso, sorridente, lo regal alla padrona di casa. Il simpatico regalino gli permise di riconciliarsi con lei.
Quello stesso giorno, nel tardo pomeriggio, un furgoncino Renault nero venne a prendere i due militanti. Si diressero verso Ibardin. Il tempo? Nuvoloso, ma secco, con qualche schiarita da cui non tardarono a spuntare le prime stelle. Quando stava per fare buio, scesero in un luogo alberato. Dalla macchia uscirono due ombre giovani. Non persero tempo in chiacchiere, ma caricandosi sulle spalle i nostri zaini, che pesavano un casino, si incamminarono su per la montagna e noi dietro. Dopo poco li avvolse un'oscurit tanto densa che non si vedeva da qui a l. Non so come facevano quei mugalaris a orientarsi; dovevano sapere la strada a memoria. Poi spunt la luna. Adesso potevano riconoscere forme, contorni, volumi, e vedersi gli uni con gli altri.
I quattro camminarono in silenzio pi o meno un'ora fino ad arrivare in cima a un colle. Di l si scorgevano la sagoma del monte Larrun e i punti luminosi delle Ventas de Ibardin. A quel punto, il gruppo si ferm e uno dei mugalaris, dopo avere ascoltato per un po', lanci un belato imitando una capra. Non lontano da l, gli risposero con un altro simile. Era il segnale convenuto per il cambio di mugalaris. Cos, Joxe Mari e Patxo seppero di avere attraversato la frontiera. E cominciarono subito la discesa verso Vera de Bidasoa.
Quando arrivarono dietro la cappella del cimitero, gli dissero di non muoversi. Rimasero l con gli zaini per quasi mezz'ora, finch non ricevettero il segnale di scendere sulla strada. La nebbia che saliva dal fiume cancellava le case. E la verit  che abbiamo avuto freddo. Faceva gi chiaro quando salirono su una macchina. Lungo il tragitto verso Irun si fermarono diverse volte ad aspettare che uno che li precedeva in moto tornasse per confermare che lungo la strada non c'erano sbirri. Il viaggio termin alle prime ore del mattino sull'avenida Zarauz di San Sebastian. Sotto una tettoia dell'autobus, si incontrarono con Txopo, che non conoscevano.

*****

80

Commando Oria

Steso sulla branda della cella, Joxe Mari ricordava. Cosa? Be', che quell'anno aveva compiuto ventun anni ed era il pi giovane dei tre. Comunque, non  che ci fosse molta differenza. Txopo, che ne aveva ventiquattro, era il pi grande.
"Perch ti chiamano Txopo, 'pioppo'?"
"Cosa di bambini."
Da piccolo giocava a calcio in uno spiazzo d'erba, vicino a casa sua. Uno stenditoio con dei pali di metallo faceva le veci della porta. Non c'erano abbastanza bambini n spazio sufficiente per organizzare una partita vera. Perci giocavano tre contro tre, quattro contro quattro, non di pi, e lui era l'unico portiere. Sia che parasse palloni dell'una o dell'altra squadra, gli piaceva fare la cronaca della partita.
"Cio? Spiegati."
Dava a ciascun giocatore il nome di un calciatore famoso e dalla porta, a voce alta, commentava le fasi di gioco come un radiocronista. E siccome spesso chiamava s stesso Txopo, in ricordo di Iribar, il suo idolo di quei tempi, aveva adottato per sempre il soprannome.
Patxo, anche lui appassionato di calcio, era tifoso della Real Sociedad.
"Non mi dire che sei dell'Athletic."
"E me ne vanto."
"Cominciamo bene. Senti, e perch non sei entrato nel commando Biscaglia?"
"Perch nessuno mi ha detto che mi sarebbe toccato convivere con uno come te."
E Joxe Mari, per calmare le acque, interveniva:
"Vabbe', ragazzi, basta cos. Ci sono anche altri sport".
"S? Quali?"
"La pallamano."
Per stuzzicarlo, gli replicavano:
"Dai, su, quello non  uno sport".
"Allora cos'?"
"La pallamano sta al calcio come il ping pong al tennis."
"O come una sega a una scopata."
E ridevano, hi hi hi, ah ah ah, gli stronzi, mentre lui li fissava senza battere ciglio.
Txopo si occupava dei compiti tipici di un militante d'appoggio. Alle sue spalle, per non correre il rischio di provocare una delle sue arrabbiature rancorose, Patxo lo chiamava il nostro fattorino o, semplicemente, il galoppino. Tutto ci che sapeva di lotta, di militanza, di armi, che non era poco, l'aveva imparato per conto suo, senza passare per i canali di reclutamento in Francia. Non gli mancavano astuzia n doti organizzative, e aveva esperienza. Prima di unirsi a Joxe Mari e Patxo, non aveva mai partecipato direttamente a una ekintza, ma aveva collaborato nell'ombra con alcuni commando satelliti del Donosti su questioni di logistica, la cosa per cui era pi portato.
"Un giorno sar il capo dell'ETA."
Io lo vedo come un ragno, sempre fermo, nascosto, in attesa della preda. Non gli piacevano le manifestazioni, ancora meno gli scontri con la polizia. La sua strategia, per usare le sue stesse parole: mantenere la calma, imparare e richiamare l'attenzione il meno possibile. Patxo non riusciva a capire:
"Alla tua et, come si fa a essere cos vecchio?"
"Quando ti crescer un po' la fronte, capirai."
Txopo non era schedato. Non era mai stato arrestato. Era un fedele sostenitore della causa, con una componente ideologica di cui Patxo e Joxe Mari, pi inclini all'azione, erano privi. Era anche pi colto di loro. Aveva fatto un anno di Geografia e Storia nel campus di Mundaiz dell'universit di Deusto. Erano arrivati gli esami di fine corso, non si era presentato. Aveva lasciato passare un po' di tempo e si era iscritto di nuovo. Era di famiglia benestante.
A Joxe Mari era stato simpatico fin dall'inizio. Il motivo?
Txopo era un asso a sbrigare tutte le faccende pratiche. Ti rendeva facili le cose difficili, ti risolveva problemi, era cauto e previdente. E sapeva cucinare.
L'appartamento dell'avenida Zarauz, un terzo piano con l'ascensore, l'aveva preso in affitto lui pi o meno un mese prima. Pagava con puntualit e in nero, senza altro contratto che un accordo verbale con la proprietaria. Garage? S, ma siccome era condominiale e faceva salire l'affitto, aveva rinunciato. Si era stabilito in casa in attesa che arrivassero i compagni, lasciando intendere a chiunque incrociasse nell'atrio che era uno studente. Perci, entrava e usciva ogni giorno con una cartellina e qualche libro.
Un vantaggio dell'appartamento: l vicino c'erano le fermate degli autobus per andare in provincia e anche per raggiungere il centro della citt. Txopo diceva che:
" meglio vivere dove non fai azioni. Assesti il colpo e ti ritiri a vivere una vita normale come uno qualunque. E qui a Donostia, in un quartiere come questo,  pi facile camuffarsi. Tre tizi nuovi in un paese dove ti conoscono cani e porci, dove al massimo ci sono quattro bar, quello puzza molto".
"Cazzo, Txopo, ti uscir l'intelligenza dalle orecchie."
Giorni prima del nostro arrivo, aveva ispezionato la zona. Gi detto: laborioso come una formica, calcolatore come un ragno che prima di tutto tesse la sua trappola. Era andato, venuto, aveva cercato. Camminando lungo la strada per Igara aveva trovato un posto stupendo per scavare un covo, un posto dove nascondere cose o persone sequestrate. Non era lontano. A piedi, un quarto d'ora. Ci andarono tutti e tre una domenica, separati pi o meno da un centinaio di passi. All'altezza di un casolare abbandonato, con il tetto crollato, lasciarono la strada e salirono lungo un pendio ripido, in direzione dell'eremo dell'ngel de la Guarda. Ben presto si addentrarono in una pineta. Fino a l, avevano percorso un sentiero coperto di rovi e ortiche, segno che da lungo tempo non ci passava nessuno. Patxo e Joxe Mari diedero il loro nullaosta.
Senza covo non possiamo agire. Su questo punto i tre erano d'accordo. Avevano mandato poco prima un rapporto alla direzione. Enumeravano particolari relativi all'appartamento sicuro, descrivevano la zona, chiedevano un'auto e del materiale. Per quello che li riguardava, erano pronti. A Patxo non importava tenere le armi e gli esplosivi in casa. Txopo si opponeva categoricamente. Aveva spiegato le ragioni. E Joxe Mari, che come responsabile del commando aveva l'ultima parola, aveva preferito la tesi di Txopo, senza contemplare eccezioni se non per le armi di autodifesa e uso immediato.
"Se nascondiamo il materiale, potr servire ad altri compagni nel caso che gli txakurras ci catturino. Bisogna fare subito i covi."
Primo passo: comprare due bidoni di plastica. Questo  facile. Per, trasportarli senza destare sospetti? Avevano bisogno di una macchina. Patxo:
"Dai, andiamo a rubarne una".
Txopo si esasperava:
"Tu hai visto troppi film".
Disse che se ne sarebbe occupato lui. Come ci riusc? Chiss. Si procur due bidoni di plastica blu, nuovi di zecca, con coperchio a vite e una capacit di 220 litri ciascuno. Gli prestarono un furgone. Chi? Chiss. Si rifiutava di rispondere. Siccome insistevamo, disse che era stato un suo cugino idraulico, ma va' a sapere. E nascose i due bidoni in quel casolare in rovina, sulla strada per Igara. Dentro i bidoni, anch'esse nuove, le pale per scavare le buche. Il tipo non dimenticava neppure un particolare.
"Cazzo, Txopo, non so cosa ci stiamo a fare se in realt non serviamo a niente."
"Le cose o si fanno bene o non si fanno."
Txopo era un grande. Txopo valeva molto. Ci sono stati capi dell'ETA che non valevano nemmeno la met.
Una mattina andarono tutti e tre alla pineta. Tranquillamente, ascoltando gli uccelli che cantavano, interrarono i bidoni, uno qui, l'altro un po' pi sopra. Poi coprirono la terra smossa con aghi secchi di pino. Alla fine non si notava che avevano scavato.
Steso sulla branda della cella, Joxe Mari ricordava.

*****

81

And a salutarla solo il dottore triste

A met mattina, 9 ottobre, Nerea sal sul treno che l'avrebbe portata a Parigi. L, nel pomeriggio, avrebbe cambiato stazione e, prima di proseguire il viaggio in cuccetta, avrebbe avuto a disposizione qualche ora per girovagare nei dintorni della Gare du Nord, a patto di poter lasciare il bagaglio in un luogo sicuro.
Pi o meno alla stessa ora del mattino, Bittori, che non aveva voluto accompagnare la figlia alla stazione, io?, manco per sogno, sal al cimitero. Per una volta e senza che costituisse un precedente, tutta la salita di Eguia a piedi. Aveva bisogno d'aria fresca e di esercizio fisico per calmare la rabbia che le bruciava nello stomaco. Fino all'ultimo istante aveva confidato che Nerea sarebbe entrata nella sua stanza e le avrebbe detto: ama, hai ragione, resto. Davvero resti? S, era una pazzia, non so cosa mi  successo. Non era entrata. E allora lei, che era a letto gi sveglia da un'ora, le orecchie attente ai preparativi di Nerea, non l'aveva salutata.
Per la fretta, per la rabbia, aveva dimenticato il quadrato di plastica a casa. Non importa, la lastra, mattinata di sole, era asciutta e la polvere se la sarebbe tolta con qualche scrollone alla gonna.
"Se n' andata. S, Txato. La figlia a cui volevi cos bene, la luce dei tuoi occhi, ti ricordi? Be', ci ha lasciati, a quanto pare per sempre. Ha fatto una conquista in Germania. Non credere che sia stata molto comunicativa. Me l'ha raccontato Xabier. Altrimenti non ne saprei niente. Che partiva per un viaggio, quello s che me l'aveva detto, ma io pensavo, credevo, mi hai capito. Quella l non torna pi. A quella l, di noi non importa un fico secco. Mi ha detto il nome del ragazzo, ma pensi che posso ricordarmi una parola cos strana? Con tutti i soldi spesi per farla studiare. E adesso getta il suo futuro nella spazzatura e cosa ci fa li, se non sa la lingua? Va a stirare le camicie a un tedesco? Non lo conosco nemmeno in fotografia. E tu l senza poterne dire quattro a quella scostumata. Ha un egoismo da non crederci. Poteva diventare un'avvocata, pensa. Aprire uno studio tutto suo, vivere comodamente ed essere l'orgoglio del suo defunto padre. Invece no. Vedrai come sperperer in poco tempo i soldi che le hai lasciato."
Quello che invece si present alla stazione, a sorpresa, era stato Xabier.
"Siccome non so quando ci rivedremo, non volevo che partissi senza il mio abbraccio."
"Non dovevi lavorare?"
"Ho sistemato le cose con un collega."
Scambiarono parole di circostanza, elogiarono la mattinata di sole, dissimularono. Ma di botto, lei: avrebbe preferito che lui non avesse rivelato all'ama il motivo del suo viaggio, glielo avrebbe spiegato lei dalla Germania al telefono o con una lunga lettera. Prima o poi l'ama l'avrebbe saputo. La sua reazione? Be', sarebbe stata sicuramente la stessa, ma almeno madre e figlia si sarebbero risparmiate la sgradevole lite del giorno prima.
Xabier, in disaccordo, con toni e gesti professorali:
"No, guarda, in quel caso avresti dovuto nascondere anche a me i tuoi progetti. Non ho intenzione di avere segreti con l'ama, di qualunque faccenda si tratti. La questione non  se lo viene a sapere o no. Semplicemente, con lei riesco a concepire soltanto un rapporto pulito e sincero".
"Be', il tuo intervento mi ha fatto stare male. Non credere che parta con entusiasmo, anche se spero che la cosa migliorer via via che mi avviciner alla meta. La discussione di ieri sera  stata abbastanza forte. Hai visto che non  venuta a salutarmi. E non mi ha detto ciao neanche a casa. Forse se tu avessi tenuto il becco chiuso e mi avessi lasciato fare le cose a modo mio, non ci saremmo trovati in questa situazione."
" stata sbagliata la tattica. E questo che vuoi dire?"
"Quello che voglio dire  che non c' bisogno che mi fai da tutore. Ormai ho una certa et. Parlo senza acredine, te l'assicuro. So dove sto andando e perch ci vado. Guardati attorno. Vedi qualche mia amica che sia venuta a salutarmi? In questa terra non ho amiche n amici. Cosa ci faccio in un posto cos? Ci marcisco da sola? Vivo con l'ama, mangio con lei e con te pollo al forno ogni domenica e per dessert versiamo tutti e tre qualche lacrima?"
"In queste parole c' dell'ingiustizia e anche dell'acredine, sebbene tu dica di no."
"Vuoi che rinunci al viaggio, vero?"
"Per nulla. Sono venuto per augurarti tutto il meglio possibile."
"Grazie. Per, sai una cosa? Mi solleverebbe il morale se ti esprimessi con pi allegria."
"L'allegria la lascio a te."
"E questo non  detto con acredine?"
"Qui non ce la facciamo pi. Sicuramente fai bene ad andartene. Alla fin fine, cosa ti lasci alle spalle? Una famiglia a pezzi, un padre assassinato."
"Alle mie spalle rimanete voi, tu e l'ama. L'aita, no. L'aita lo porto qui dentro."
E si port, energica, veemente, una mano sul cuore.
"Ben detto. Non insister sulle nostre pene. Ti chiedo soltanto di chiamare di tanto in tanto l'ama. Le dici un paio di cose carine, le mandi qualche lettera, eh? Magari un pacchetto con i prodotti della zona. Che si senta amata, mi capisci? Non ti costa nulla."
Continuarono a chiacchierare fin quando arriv il treno. Quando arrivi? Ti vengono a prendere? Ci farai sapere il tuo indirizzo? Cose cos e, subito dopo, segnali di buona volont: se hai bisogno di qualcosa, se devi sbrigare qualche pratica, non esitare a. 
"E come hai detto che si chiama?"
"Klaus-Dieter."
Xabier, gesto di assenso, ripet il nome tra s. Stava concedendo qualche tipo di approvazione? E chiese di nuovo a Nerea di non dimenticarsi dell'ama. Perch l'ama e poi l'ama e dagli e ridagli con l'ama.
Davanti alla porta del vagone, baci con affetto le guance della sorella. E l'aiut a caricare la pesante valigia. Poi, bruscamente, gir i tacchi e si diresse all'uscita prima che il treno si mettesse in moto. Nerea sospett: non vuole che lo veda commuoversi.
Suo fratello, il dottor Triste: un uomo alto, ogni giorno pi magro, le basette (da quando?) brizzolate, che camminava guardando a terra. Per non dover salutare nel caso incrociasse un conoscente? C' tanta solitudine in quelle spalle che si allontanano. Si volter per dire addio con la mano alla sorella? Non si volt.
E Nerea continu a osservarlo pensierosa dal finestrino del treno. Me ne andr senza piangere. Le sembravano le parole di una canzone. Povero Xabier, tutta la vita a sforzarsi di raggiungere una buona posizione sociale, per far piacere alla mamma e al pap. E adesso era l, a schivare corpi, lui che non aveva mai rotto un piatto, quello che non sa comprarsi i vestiti da solo, con il suo pullover blu marino sulle spalle, le maniche annodate sul petto, e la camicia a quadri che non ha chi la stiri. Gli mancavano pochi passi per entrare nella stazione. Neanche allora si volt.
Qualche istante dopo, si chiusero le porte. Il treno part. A bassa velocit entr nel quartiere di Gros. L, da qualche finestra che dava sui binari, pendevano abiti ad asciugare. Nerea rimase a lungo in piedi, godendosi quell'intensa sensazione di commiato. Il porto di Pasajes, il monte Jaizquibel, i dintorni di Renteria: credeva di vedere tutto per l'ultima volta e non le importava. Me ne andr senza piangere. Finalmente, poco prima della frontiera, si sedette. Il passaporto! Con il cuore che palpitava lo cerc nella borsa. Era l. Uff, che spavento.

*****

82

He's my boyfriend

Morta di sonno, Nerea scese dal treno alla stazione di Gottinga il pomeriggio del 10 ottobre. Come pioveva! Non bastano le parole per dirlo. Oltre la tettoia della banchina, aleggiava una nebbiolina al livello del suolo. Le gocce, infrangendosi, si trasformavano in vapore. O almeno cos sembrava. E in lontananza, sopra i tetti e le cime degli alberi, si apriva una schiarita luminosa tra i nuvoloni. C'era una luce strana e un mormorio di pioggia violenta.
Gente? Poca. E il suo ragazzo biondo non c'era. Forse dentro la stazione, al riparo dal cattivo tempo? No. O fuori, nella piazza? Nemmeno. Sicuramente se n'era andato, stufo di aspettare. Lei doveva essere arrivata da ore, ma uno sciopero dei ferrovieri in Belgio, che sfortuna, aveva costretto il treno notturno a fare una lunga deviazione e, ovviamente, Nerea aveva perso la successiva coincidenza. Adesso era sola, con la valigia pesante e la stanchezza di pi di ventiquattr'ore di viaggio, alla stazione di Gottinga. Diede uno sguardo soddisfatto a ci che la circondava. Tra poco tutto questo mi sar familiare.
Sapeva a memoria l'indirizzo di Klaus-Dieter. Durante il viaggio si era esercitata nella pronuncia del nome della strada e del numero civico. Sapeva contare fino a cento in tedesco. Di pi: durante il viaggio, aveva imparato una lunga lista di vocaboli. Duecentocinquantacinque parole a sua scelta. Parole che aveva immaginato usuali. Insomma, nomi di questo e quell'altro, una trentina di aggettivi, numerosi verbi. E la mattina e nelle prime ore del pomeriggio aveva ripassato la lista diverse volte. Chiss, magari un giorno il tedesco sar la mia lingua principale. La mia e quella dei miei tre figli mezzi biondi, due femmine e un maschio. Aveva sognato/previsto tutto e sorrideva: ognuno con un occhio castano e un occhio blu. Ah, e il maschio si sarebbe chiamato come il nonno.
Aveva l'indirizzo scritto su un pezzo di carta: Kreuzbergring 21. Prima di partire per Edimburgo, Klaus-Dieter le aveva spiegato in una lettera piena di incantevoli errori che la strada si trovava dietro l'universit, a una quindicina di minuti a piedi dalla stazione. Dov' l'universit? Boh. Continuava a piovere. Nerea non si sentiva in grado di pronunciare la parola Kreuzbergring in maniera comprensibile. E anche nell'ipotesi che la dicesse pi o meno bene, come avrebbe fatto poi a capire le indicazioni? Perci, invece di chiedere aiuto a qualcuno del posto, sal su un taxi e mostr all'autista il pezzo di carta.
Sul taxi per poco non si addormenta. Desiderosa di riunire impressioni del suo mondo nuovo, osservava dal finestrino i particolari della citt come attraverso un cellophan di stanchezza. Normale: tutta la notte aveva sopportato il trac trac del treno senza quasi chiudere occhio. Tutta la notte scossoni, caldo, la compagnia indesiderata di cinque corpi estranei/respiranti/scalzi nelle rispettive cuccette, lei stesa, meno male, su quella di sopra, e un vecchio proprio sotto Nerea, in canottiera, che dopo mezz'ora di viaggio gi russava come un campanaccio roco.
Il tragitto in taxi non dur neanche cinque minuti. Nerea non era pratica di marchi tedeschi. Per non dover contare il denaro, pag con una banconota da cento e crede, non ne  sicura, di avere esagerato con la mancia. Diversamente non si spiega l'effusiva sollecitudine del tassista, che le port la valigia fino al portone e le riemp le orecchie di parole indubbiamente gentili che lei non cap.
Nerea si ferm davanti alla fila di cassette delle lettere, non molto pulite, in verit. Eccolo l: Klaus-Dieter Kirsten, scritto a pennarello su una striscia di carta, insieme ad altri due nomi. E immagin la mano del postino tedesco al momento di introdurre nella cassetta metallica quelle sue lettere traboccanti di tenerezza e nostalgia e solitudine, scritte durante la torrida estate di Saragozza. Tir fuori dalla borsa la boccetta di profumo e se ne mise due gocce prima di salire, reggendo la valigia a due mani, per scricchiolanti gradini di legno, un piano, due, tre. Sul ballatoio, vicino alla porta, c'era un mobile addossato alla parete, una specie di scaffalatura senza fondo, con cinque mensole piene di scarpe. Nerea si sistem rapidamente i capelli prima di suonare il campanello, gi pronta all'abbraccio, al bacio in bocca.
Poco dopo, dall'interno trapelarono dei passi che si avvicinavano su un pavimento di legno. Si apr la porta. Una ragazza dai capelli corti e biondi guard con un'aria non ostile, quello no, ma nemmeno amichevole, prima Nerea negli occhi, poi la sua valigia e di nuovo, adesso con la fronte corrucciata, i suoi occhi. La ragazza, tarchiata, labbra sottili, non fece il minimo sforzo per conversare con lei n la invit a entrare. Con il suo migliore sorriso, Nerea domand:
"Klaus-Dieter?"
La ragazza ripet, corretto?, il nome a voce alta, con il viso rivolto all'interno della casa. E senza attendere che il chiamato entrasse in scena, cominci a parlargli/sgridarlo nella sua lingua. E, s, lo stava rimproverando. Nerea non capiva una parola, per come se capisse. L'atteggiamento fiero, la voce alta: questo  universale. Subito dopo sulla porta apparve Klaus-Dieter. Timido, arrossito, serio, balbett un ciao goffo, privo di affetto, e tese con un gesto formale la mano a Nerea senza uscire sul pianerottolo ad abbracciarla, senza invitarla a entrare in casa. Ai piedi, portava degli zoccoli enormi e logori. E neanche il cardigan di lana con le toppe ai gomiti era da far innamorare le principesse.
Per la prima e unica volta la ragazza si rivolse a Nerea. In inglese.
"He's my boyfriend. Who are you?"
A quel punto Nerea colse tutto il senso della situazione. Parl prima alla ragazza, marcando la pronuncia, senza perdere la calma:
"I thought he was my boyfriend".
Poi senza aspettare la risposta, disse a lui, fissandolo negli occhi:
"Devo dormire in strada?"
La ragazza usc dai gangheri per il tentativo di una sconosciuta di comunicare con il suo ragazzo in una lingua per lei incomprensibile. Adesso urlava pi forte e mostr a Klaus-Dieter un dito minaccioso e gli moll una manata sul braccio e si addentr nell'appartamento sbraitando.
Klaus-Dieter rimase da solo di fronte a Nerea. Nemmeno allora si degn di uscire sul pianerottolo.
"Mi spiace per problema. Tu aspetti qui per favore. Io chiamo Wolfgang, s? Lui, casa grande per dormire tu."
Mentre chiudeva lentamente la porta, ripet, nervoso, intimidito, con la faccia appiccicata all'apertura, in uno stentato spagnolo, che avrebbe chiamato il suo amico Wolfgang. Nerea rimase qualcosa come un minuto sul pianerottolo. Rido, mi metto a piangere? Che accidenti faccio? Attraverso il tramezzo si sentivano voci e gemiti della ragazza. Tienitelo, bella. Te lo regalo,  tutto tuo.
Scese in strada con la valigia pesante che si, ha le rotelle, ma per le scale a cosa ti servono. Era stato tutto, fin dall'inizio, un malinteso? Forse lui non ha saputo esprimersi, forse ho capito male io. Ma allora perch, come, e le lettere, e l'insistenza perch lo andasse a trovare, e l'indirizzo, e la data di arrivo, e.  semplicemente un coglione? Cio, mi sono innamorata di un coglione? Ho litigato con mia madre per colpa di un coglione? Non sar mica che la cogliona sono io? E adesso cosa faccio, sola e morta di stanchezza in un paese straniero?
Continuava a piovere, anche se non pi con la stessa forza e quella schiarita di prima si era fatta pi grande ed era ormai quasi sopra la citt. Non era ancora buio, ma mancava poco. Chiese in inglese dove si trovava the city centre. Si incammin nella direzione che le avevano indicato. Mentre attraversava quello che sembrava un campus universitario, avrebbe giurato che un ragazzo, che camminava in senso contrario e pass a una decina di metri da lei, fosse Wolfgang. Non ne era sicura, non si prese la briga di verificarlo. Questi qua, a Saragozza erano una cosa e qui sono un'altra.
Le si chiudevano gli occhi dal sonno, aveva sete, le facevano male le gambe. Non pensava a niente. A niente? Lo giuro, in quei momenti non m'importava di nulla. Invece osservava con attenzione le facciate alla ricerca della parola salvatrice. Che parola? Quale poteva essere? Hotel. In una delle tante strade ne trov uno. Caro, economico, pulito, sporco? Se ne fregava. Appena entrata nella stanza svuot una bottiglietta di acqua minerale. Fu la sua cena. Non erano ancora le nove quando and a letto. Si addorment all'istante.

*****

83

Una sfortunata casualit

Alle otto del mattino, dopo una doccia riparatrice, Nerea scese a fare colazione. Mentre riempiva il piatto, si ricord, riconoscente, deil'aita. Il fatto  che io, senza di te, non mi potrei permettere questi lussi. Il bidone del giorno prima non le aveva lasciato neanche un graffio di sofferenza. Che strano, no? Non avrebbe dovuto essere disperata? A cosa  dovuta questa sensazione di sollievo? Constat: il ragazzo di cui si era invaghita a Saragozza non era il povero diavolo di ieri, con gli zoccoli e il cardigan di lana. L'accento di quell'altro quando parlava castigliano le sembrava affascinante; quello dell'imbecille del giorno prima, anche se era lo stesso, le aveva ispirato ripugnanza. Cosa sarebbe successo adesso ai suoi tre figli mezzi biondi? Be', niente, che ne nasceranno altri, diversi, al posto loro. Si viene al mondo come chi vince alla lotteria. Tizio e Caio, auguri, ti  toccato di nascere; gli consegnano un corpo, gli cercano posto in un utero e infine lo partorisce una persona che viene comunemente definita madre. Si serv due croissant. Attenta, Nereita, che la felicit ingrassa. Il vassoio con le scodelle di marmellata e miele di vari tipi aveva un aspetto eccellente.
Di buonumore, riposata (aveva dormito undici ore e mezza filate), pulita, con la pancia piena. E adesso? Scost le tende, guard dalla finestra della stanza: nuvole ma niente pioggia, case basse, un camion della spazzatura, due operai con i giubbotti riflettenti che lavoravano in un fossato. Mi sembra che questo sia un paesino. La possibilit di incontrare Klaus-Dieter per strada, con la sua ragazza tarchiata (il tuo fidanzato vegetariano ti ingannava: mangiava gamberi e mazzancolle) o con uno qualunque degli studenti tedeschi di Saragozza la dissuase dal rimanere a visitare Gottinga. Tornare a casa? Che umiliazione! Torni cos presto? S,  che.
Prima di mettersi in viaggio, allegger la valigia. Via dischi, libri, sampietrini del Pilar, la scatola di Frutti dell'Aragona, le quattro bottigliette di birra come quelle che lei e lui bevevano sempre nei bar di Saragozza e altri regali per l'amore della sua vita. Ma anche il suo grosso vocabolario spagnolo-tedesco, la grammatica, un libro di esercizi con le soluzioni nelle pagine finali e altre cose che, in verit, avevano un senso soltanto in caso di una lunga permanenza in Germania. Gli addetti alle pulizie dell'albergo saranno contenti quando scopriranno che in questa stanza ha pernottato la nipote di Babbo Natale. E il ciuffo di capelli biondi, reliquia di una passione d'amore, fino a ieri ancora venerato, oggi aborrito come un'escrescenza ripugnante (Nerea, non essere cattiva), lo gett nella tazza del cesso.
La receptionist le forn una mappa di Gottinga che le consent di raggiungere senza difficolt la vicina stazione. Il suo proposito: salire sul primo treno che la portasse in una citt interessante, conoscere posti nuovi; insomma, farsi un giro per l'Europa prima di tornare a casa e prendere l'abilitazione, cercarsi un lavoro, rimanere incinta, poi si sarebbe visto.
All'una era a Francoforte. Si sistem in un hotel del centro, un po' pi economico di quello del giorno prima; mangi in un ristorante italiano uno squisito piatto di penne all'arrabbiata, fece spese, girovag senza meta. In una libreria a due piani, si sedette a sfogliare un atlante. Con il libro aperto in grembo, studi possibili itinerari. Per prima cosa a Monaco, quello era sicuro. L avrebbe deciso se scendere in Austria o in Svizzera, o se allungarsi fino a Friburgo e alla Selva Nera. Se entro in Svizzera, metti che impazzisco, proseguo il viaggio fino in Italia.
Pi tardi telefon alla madre dalla stanza dell'albergo. Le avrebbe raccontato che da innamorata si era trasformata in turista; per Bittori si mostrava cos poco comunicativa, cos asciutta e brusca, che a Nerea pass la voglia di metterla al corrente delle sue avventure e, dopo aver rifilato alla madre quattro stupidaggini sul tempo e sul cibo, la salut. Non le disse nemmeno da dove la chiamava. E lei non glielo domand. Bittori non chiese neanche come stava n se il viaggio era andato bene. Non chiese nulla.
Spunt il giorno, il 12 ottobre. Il tempo sereno e la temperatura gradevole invitavano ad andare a spasso per Francoforte. E con quell'idea, la macchina fotografica e una piantina della citt Nerea usc a met mattinata dall'hotel. Il giorno dopo avrebbe fatto una nuova tappa, di modo che avrebbe trascorso due notti e un giorno intero in ogni citt dell'itinerario, a meno che il posto non l'avesse affascinata e avesse scelto di prolungare la visita. Avrebbe deciso a suo tempo. In fin dei conti lei faceva quello che le girava, come in realt penso di fare io finch campo. E quanto alle spese, le interpret come un premio di fine universit. Visto che mia madre non ha avuto la gentilezza di ricompensare il mio impegno, mi regalo questo viaggio e chi se visto s' visto.
Cerc, tranquilla, fotografante, il fiume, e si imbatt per caso nella casa natale di Goethe. Lesse nel prospetto che le avevano dato in albergo: ricostruita dopo la guerra. Non entr. Perch, se non era autentica? Ci nonostante, di fronte alla facciata le venne una forte voglia di cultura e di storia. E per equilibrare la giornata la divise in mattinata istruttiva, pranzo in un locale tipico e pomeriggio di svago e di consumo.
Presa la decisione, svolt a sinistra a un incrocio, avvist il campanile e i muri rossicci della chiesa di San Paolo, e ci and. Entr nella chiesa, che non le era parsa granch, e all'uscita, invece di dirigersi direttamente verso il fiume, prosegu lungo quella strada perch voleva visitare a ogni costo il Museo di Arte Moderna. Vide dell'arte o ci che oggi chiamano arte; fece il giro completo della cattedrale per fotografarla da diverse angolazioni, si compr degli occhiali da sole e, ormai con i piedi stanchi, bisognosa di bere e di mangiare, arriv al fiume e lo attravers su un ponte che, vicino alla riva opposta, tagliava una stretta isola alberata.
Da quel ponte Nerea arriv nel quartiere di Sachsenhausen.
Glielo avevano raccomandato alla reception dell'hotel. E su un bordo della piantina aveva annotato il nome e l'indirizzo di un ristorante. Mangi l, in un locale con lunghi tavoli di legno che condivise con altri commensali. Costolette arrostite e patate in padella con una salsa dal sapore penetrante che poi le torn su. Allevi la sete con sidro della zona, pi dolce e meno torbido di quello servito nei bar del suo paese. Una cosa non le piaceva. Cosa? Be', che attraeva sguardi maschili, sguardi di uomini giovani seduti al suo tavolo che cercavano direttamente i suoi occhi e le sorridevano e alzavano brindanti/simpatici/scherzosi i boccali e i bicchieri, e cercarono diverse volte di coinvolgerla in una conversazione. Non diede loro corda, se non quel minimo imposto dalle elementari norme di cortesia. Mi spiace, brava gente; ma ho esaurito a vita la mia quota di tedeschi.
Il caff lo prese da un'altra parte. Dove? Seduta in coperta sulla barca con cui fece un giro turistico sul fiume Meno. Il sole autunnale si soffermava gradevolmente sul suo viso e lei, per puro piacere, non poteva fare a meno di addormentarsi con le braccia incrociate, senza badare alle spiegazioni in inglese e in tedesco dell'altoparlante, guardando a tratti la fila di palazzi sulle due sponde. A volte avvertiva sui propri lineamenti un leggero passaggio di brezza. Era una specie di carezza fresca che intensificava ancora di pi la sua sensazione di benessere. Nessuno, tranne brevemente la donna che le serv il caff con un biscotto in omaggio, le rivolse la parola. Era sola con s stessa, senza pensare, senza soffrire, senza ricordare, libera. Un momento di perfezione. Apriva gli occhi: sopra la citt si estendeva il cielo azzurro. Li chiudeva: si sentiva di nuovo cullata dal ronron del motore.
E poi, di nuovo a terra, tutto cambi. Non subito: Nerea ebbe il tempo di guardare vetrine, entrare nei negozi, provarsi abiti. Ma alle cinque e un quarto, una sfortunata casualit la indusse a imboccare questa strada invece di quell'altra, e si imbatt nella scena. Pi o meno a un centinaio di metri di distanza vide capannelli di gente; un po' pi in l, sopra la linea delle teste, un tram fermo, due ambulanze, anch'esse ferme. La vinse la curiosit e, fatidica decisione, and a guardare con i suoi sacchetti degli acquisti. Vari poliziotti impedivano ai pedoni di avvicinarsi troppo al luogo dell'incidente. Nerea riusc a farsi strada fino al bordo del marciapiede. Ebbe un tuffo al cuore cos forte che per un istante temette di perdere i sensi. Si allontan subito, eppure troppo tardi, perch aveva ormai visto quello che non avrebbe dovuto vedere, l'immagine fisica della morte, il corpo inerte, con sopra una coperta che lasciava esposti i piedi, accanto al tram fermo, accanto ai paramedici che non facevano nulla perch non c'era pi nulla da fare.
La piantina di Francoforte, senza la quale non poteva trovare l'albergo, le tremava fra le mani. Aita, aita, diceva. E qualche passante si voltava a guardare quella ragazza dall'aria straniera che camminava in fretta, piangendo a singhiozzi. Alla reception non riusc a evitare che le si spezzasse la voce mentre chiedeva di essere svegliata alle cinque. Al mattino presto un taxi la port all'aeroporto.

*****

84

Baschi assassini

L'idea di andare tutti e tre a Saragozza venne a Xabier. La propose, convincente, ai genitori, partirono presto per approfittare della giornata e guid lui. Una domenica di fine gennaio di quell'anno fatidico, ma questa circostanza in quel momento loro non la conoscevano. Motivo, o piuttosto pretesto, della gita: la Real Sociedad giocava alla Romareda contro il Real Saragozza alle cinque. Xabier disse al padre che ad Arnzazu avevano cambiato il turno di lavoro. Un brutto scherzo. Non poteva andare con lui. Che gli dispiaceva viaggiare da solo, che era un peccato perdere i due biglietti per i quali aveva pagato le loro brave pesetas. Il Txato, prima di rispondere, rivolse lo sguardo verso la finestra. Osserv brevemente l'unica cosa che si vedeva: nuvole. E disse, come se la risposta gli fosse appena stata dettata dal cielo, che s, che avrebbe visto con grande piacere una partita della Real, anche se sono delle schiappe.
Bittori non guard da nessuna parte; accett senza esitazioni. Il calcio? Non gliene importava niente. Non vedeva Nerea dalla fine dell'anno. Passando di l, madre che controlla, madre curiosa, voleva dare un'occhiata al nuovo appartamento. Conosceva il precedente, quello di Torrero che era abbastanza lontano dall'universit. Le era sembrato a posto. Pulito e tutto il resto. Ma quello di adesso non lo aveva ancora esaminato. Vedremo, vedremo.
Lungo la strada, padre e figlio concordarono di trovarsi con Nerea in qualche posto che non fosse la casa della ragazza. Altrimenti, secondo Xabier:
"Penser, a ragione, che siamo venuti per passarle il dito sui mobili".
"Be', la pulizia non fa male a nessuno."
Il Txato taceva.
"Ama, vive con due compagne. Non possiamo fare irruzione a casa sua come un battaglione di ispettori."
"Non ho detto questo."
"E se ha una visita privata?"
"Lo sa da gioved che andiamo a trovarla."
"Forse mi spiego male. Chi dice visita privata dice visita intima."
"Fatti suoi."
Ma Bittori doveva salire a tutti i costi a casa di Nerea. Come mai? Perch le doveva portare un barattolo di calamaretti ripieni fatti da lei, conserve di pomodori, fave del contadino (a duecentottanta al chilo, manco fossero d'oro), fagioli di Tolosa e altre cose che elenc, lei da sola nel sedile di dietro, premendo in successione con il polpastrello dell'indice i polpastrelli delle dita dell'altra mano.
"Come potete capire, non me ne vado in giro per Saragozza carica di roba da mangiare."
Il Txato intervenne.
"Se me lo dicevi prima, venivamo con un camion. Credi che nostra figlia soffra la fame o che?"
"Tu stai zitto."
"Perch devo stare zitto?"
"Perch non sei una madre e perch te lo dico io."
Su richiesta di Bittori, si fermarono all'area di servizio di Valtierra. E mentre lei andava ad alleviarsi dalle sue urgenze, padre e figlio scesero dalla macchina a sgranchirsi le gambe. Il primo sugger, senza entusiasmo, di entrare nel bar. L'altro voleva perdere meno tempo possibile, perci rimasero dov'erano. Il Txato, a quei tempi ancora fumatore, si accese una sigaretta.
"Venerd ci hanno messo delle interiora di pollo nella cassetta delle lettere. L'hanno ridotta uno schifo. E della puzza meglio non parlarne. L'ama dice di non raccontarti niente. Per non farti preoccupare."
"Se potessi, vi costringerei ad andarvene dal paese oggi stesso, al ritorno da Saragozza."
"Per non puoi. La cassetta l'abbiamo gi pulita. Non riusciranno a farmi piegare.  gente del paese. Chi, senn? Ragazzi. Ma se ne becco qualcuno, se ne ricorder. Lo sai com' il mio avvocato."
Xabier si guard attorno.
"Perch non porti l'azienda qui? Guarda questi campi. Quanta pace. Saresti a un passo dall'autostrada. In un baleno sei in Euskadi. Che ne dici?"
Il Txato imit lo sguardo esplorativo del figlio.
" tutto un po' secco."
"Per qui si pu respirare."
"Anche in paese c' aria. E ci sono impiegati, meccanici e camionisti, non te lo scordare. Qui non conosco nessuno."
"Non ti voglio scocciare ogni volta che siamo insieme. Ti dico soltanto che se succede qualcosa di serio a te o ad ama non me lo perdoner mai."
"Dai, su, non fare la pittima. Quanto aveva ragione tua madre. Non so perch te ne ho parlato."
Alle dieci avvistarono le prime case di Saragozza. Il tempo, tendente al freddo (nove gradi a un termometro per strada), per secco. In calle Lopez Allu non trovarono un buco per parcheggiare. Invece s in una parallela. E alla fine, dopo tutte quelle discussioni, entrarono a casa di Nerea. Lei stessa insistette perch salissero.
Sulle scale, Bittori si concesse una battuta:
"Ti avviso. Questi due sono venuti per vedere se tieni tutto bello pulito".
Gi in casa, il Txato:
"E le altre inquiline?"
"Non ci sono. Qualche fine settimana vanno a casa dei genitori."
La famiglia al completo. L'ultima volta che si erano riuniti tutti e quattro, quando era stata? L'ultimo dell'anno. E quando sarebbe stata la prossima? Non ci sarebbe stata e non lo sapevano. L'avrebbe ricordato Bittori al Txato un anno dopo, seduta sul bordo della sua tomba.
" stata l'ultima volta che siamo stati tutti e quattro insieme, ti ricordi?" Immagin che il defunto, da sotto la lapide, la contraddicesse. "Certo che sono sicura. L'estate dopo, Nerea  stata con noi solo una settimana e rotti. E in quel periodo Xabier era andato in vacanza con quell'infermiera che ha tentato di accalappiarlo. Poi sono io che non ho buona memoria!"
Il Txato aveva quella sua tipica aria. Bittori la interpretava come una maniera di marcare il territorio. Come un cane che lascia la sua testimonianza di urina dovunque passa. Solo che il Txato lo faceva con i soldi. E anche se cerc di dissimulare, lei, che vede perfino quello che non vede, e se non lo vede lo fiuta, lo sorprese a nascondere due banconote da cinquemila pesetas sulla scrivania di Nerea, sotto un libro, credendo che nessuno lo notasse.
"Ah, quanto eri splendido, marito mio. Soprattutto con tua figlia, con la tua preferita che poi non  venuta n al tuo funerale n all'inumazione."
Nerea mostr loro l'appartamento. Qui questo, qui quell'altro. E anche, sebbene non ci fossero entrati, ma perch ne avessero un'impressione visiva, le stanze delle sue coinquiline. Loro, benevolo battaglione di ispettori, la seguivano per tutta la casa con gesti e commenti di approvazione. E il Txato, che sembrava emozionato di vedere la figlia in una casa, in una citt, in un ambiente per lui sconosciuti, disse la stessa frase in tre occasioni:
"Se hai bisogno di qualcosa, lo sai".
Alla terza, Bittori tagli corto:
"Ti ripeti pi di un pappagallo".
Uscirono tutti e quattro. Nerea faceva da guida, sottobraccio al padre. E percorsero lentamente, chiacchierando, di buon accordo, la Gran Via, l'intero paseo de la Independencia, quasi vuoto a quell'ora, e il Tubo, dove aleggiava un odorino di frittura. Il Txato, anche se non era ancora mezzogiorno, stava gi domandando dove fosse un buon ristorante. Entrarono nella Basilica del Pilar. Bittori si inginocchi per rivolgere qualche preghiera alla Madonna. Professava ancora la fede. Gli altri aspettarono fuori colei che voleva farsi monaca, sorella Bittori. Ridevano, complici nello sfott, ora che lei non poteva ascoltarli. E per la piazza giravano persone con la maglia della Real Sociedad. Alcune, notando la sciarpa biancazzurra di Xabier, lo salutavano.
Il Txato:
"Chi sono?"
"Non ne ho idea."
Il pranzo? Buono. L'unica che si lament fu Bittori al momento di pagare, convinta che:
"Dall'accento si sono accorti che siamo di fuori e si sono detti: questi qui li salassiamo fino in fondo".
Gli altri membri della famiglia dissentirono, unanimi nell'idea che, a confronto con San Sebastian, gli avevano fatto un prezzo accettabile. In strada, Nerea conferm che Saragozza (affitti, alimentari, divertimenti) era una citt dove si pu vivere bene con meno soldi che altrove.
Bittori, dagli e ridagli.
"Invece a me continua a sembrare che ci hanno truffato."
In plaza de Espana, il Txato e Xabier presero un taxi che li port allo stadio. Le donne si diressero prima di tutto in una gelateria del paseo de la Independencia; poi, a piedi, a casa, dove Bittori, lascia fare a me, si mise a pulire i vetri delle finestre. E visto che si trovava, continu con il bagno e i mobili della cucina. Con tutto che a suo parere, espresso ripetutamente, l'appartamento era pulito.
"Ma lo sai che non so stare ferma."
Nel frattempo, padre e figlio occuparono i loro posti in piedi in una curva dello stadio, mescolati con la tifoseria di San Sebastian. E i giocatori non erano ancora entrati in campo quando, dalle gradinate vicine, erano cominciati a piovere gli insulti: etarras, baschi di merda, baschi assassini e cose del genere. Loro rispondevano cantando e agitando ikurrinas e bandiere biancazzurre, e si dicevano gli uni con gli altri:
"Non date retta, siamo venuti a sostenere la squadra".
Il Txato non ne era sicuro al cento per cento.
"Questo non me l'aspettavo."
"Dai, dai, aita. Ci sono campi peggiori di questo. Si tratta di abituarsi e di fare i sordi."
"Sono vicinissimi. Da l ci potrebbero fare neri a sassate."
"Tranquillo. Tutto questo fa parte del rituale. E siccome vinceremo, ci rifaremo vedendoli cacciare fumo dalle orecchie."
Il Saragozza vinse 2-1 grazie a un rigore tirato e realizzato dal suo portiere. Quando mancavano dieci minuti alla fine della partita, il risultato era ancora zero a zero. E il successo ammorbid la baldanza dei sostenitori locali, che adesso si limitavano a fare il gesto dell'ombrello verso la tifoseria biancazzurra. Fuori dallo stadio, il cielo scuro, Xabier infil la sciarpa in una tasca del cappotto.
"Preferisco non provocare, sai? Bisogna essere prudenti."
Ci misero un bel po' di tempo a trovare un taxi libero. Alla fine ne presero uno che li riport in calle Lopez Allu. Salutarono Nerea. Baci e abbracci davanti al portone. E il Txato, sul punto di versare una lacrimuccia:
"Figlia mia, se hai bisogno di qualcosa, lo sai".
Raggiunsero la macchina. Gli avevano rotto gli specchietti laterali e, sui fianchi, gli avevano rovinato, a calci?, la carrozzeria. Le altre macchine, davanti e dietro, erano intatte. Be', almeno poterono tornare a casa. Xabier, lungo la strada:
"Non crediate che non ci avessi pensato".
"Pensato a cosa?"
"Che era rischioso lasciare in strada tutto il giorno una macchina con la targa di San Sebastian."
Avevano anche distrutto i tergicristalli. Di questo si accorsero pi avanti, nell'area di servizio di Imrcoain, dove Bittori chiese di fermarsi perch aveva urgentemente bisogno di andare in bagno.
Il Txato, accesa una sigaretta, a Xabier:
"Non preoccuparti per la riparazione. Me ne occupo io".
"Tu non ti occupi di un bel niente."
"La pago io."
"Tu non paghi niente."
E cos finch non torn Bittori.

*****

85

L'appartamento

Il Txato deleg l'acquisto dell'appartamento di San Sebastian a Xabier, che a sua volta lo deleg ad Arnzazu dopo che lei gli aveva detto:
"Lascia fare a me, maitia, che ne parlo con mio fratello. Lui ne capisce".
Quello che il Txato non voleva era un palazzo che costasse una milionata.
"Non ho mai vissuto nel lusso e non ne ho bisogno."
"Non penserai di mettere l'ama in un tugurio?"
"L'ama, fuori dal paese, non si trover a suo agio da nessuna parte."
"Ti suggerisco di prendere l'acquisto della casa come un investimento."
Il Txato non aveva chiara l'idea di andarsene a vivere a San Sebastian, almeno a breve termine. Xabier insisteva sull'urgenza del trasloco. E anche Nerea da quando aveva saputo delle scritte sui muri del paese. Questi due si sono messi d'accordo alle mie spalle. Il Txato cedette o finse di cedere per non scontrarsi con i figli. Lasci passare il tempo, ciondolava e, s, accett di comprare un appartamento a San Sebastian, ma disse che se ne sarebbe andato via dal paese soltanto nel caso che le cose si fossero messe molto male.
"Sono gi messe male."
"Ancora di pi."
E aggiunse che non si abbandona la nave perch c' tempesta, ma quando affonda. In un modo o nell'altro gli avrebbero reso la vita impossibile? Bene, allora il Txato e Bittori si sarebbero stabiliti a San Sebastian, da dove lui avrebbe studiato, con calma?, vedremo, il modo di trasferire l'azienda a La Rioja o da qualunque altra parte vicina a Euskadi per allontanarsi meno possibile dalla maggior parte dei clienti.
"E allora l'appartamento nuovo potrebbe usarlo tua sorella, perch da qualche parte dovr pur andare quando avr finito l'universit."
Di l a poco il fratello di Arnzazu annunci al Txato due proposte di acquisto. Entrambe per appartamenti di privati sul cui prezzo ci si poteva accordare direttamente con i rispettivi proprietari. Si esprimeva bene, era di bell'aspetto (anche se con troppo gel nei capelli) il fratello di Arnzazu, che concluse:
"Due affaroni, mi creda".
Se non li comprava il Txato, li avrebbe comprati lui. Secondo Arnzazu il fratello viveva di questo, vendendo a caro prezzo quello che comprava a poco. E poi, con il ricavato, passava tre o quattro mesi di seguito a viaggiare all'estero.
Al Txato, l'idea di non lavorare tutto l'anno dal luned alla domenica risultava strana. Xabier lo esort a cenni a non fare quel tipo di commenti. Il Txato cambi argomento.
"Vabbe', vabbe', bisogner darci un'occhiata."
E sebbene sospettasse che Bittori avrebbe rifiutato i due appartamenti, la port perch desse il suo parere. A lei quello del quartiere di Gros, spazioso, con vista sul paseo de la Zurriola, sembr freddo, buio, troppo esposto all'umidit del mare. E per di pi un quinto piano. Nemmeno a parlarne. L'altro, in calle Urbieta, le provoc un'impressione negativa per il parquet logoro, i soffitti troppo alti, il fracasso, che coincidenza, di un trapano al piano di sopra, da cui aveva dedotto che i tramezzi non erano abbastanza spessi, e per i rumori della strada.
"Sento i fumi di scarico delle macchine da qui."
Lo disse, il Txato: questa donna non c' Dio che la capisca. A casa insisteva che conveniva lasciare il paese, portarsi i camion in un posto tranquillo e perdere di vista tutta questa gente cattiva e invidiosa che abbiamo intorno, e non appena lui prendeva qualche tipo di iniziativa per cambiare aria, Bittori gliela smontava.
Tempo dopo, Arnzazu port la notizia di una nuova proposta. Cit le parole del fratello. Che sarebbe stata una pazzia non approfittare di un simile affarone. E dagli con gli affaroni. Stavolta padre e figlio furono d'accordo nel lasciare Bittori fuori dall'operazione di acquisto. Risalirono a piedi un tratto della Cuesta de Aldapeta.
"Vedrai come l'ama trova da ridire su questa salita."
Esaminarono la casa. Un terzo piano con ascensore, propriet di tre legatari che non andavano d'accordo, desiderosi di capitalizzare in fretta l'eredit che adesso svendono. E il fratello di Arnzazu, in rappresentanza del Txato, l'aveva acquistata per un prezzo considerevole; e tuttavia, pi basso di quello che i tre proprietari avrebbero potuto chiedere se fossero stati pi svegli.
Bittori non presenzi nemmeno alla consegna delle chiavi. Ma alla fine non le poterono nascondere oltre l'acquisto. Arnzazu and a prenderla con la sua macchina e, mentre aspettavano che arrivasse, stupendo pomeriggio, buona temperatura, il Txato e Xabier uscirono sul balcone. Si vedeva l'isola di Santa Clara. Si vedevano Urgull, la cima dell'Igueldo e una striscia di mare sotto il cielo giallo del tramonto.
" bello. All'ama  piacer." 
"Sembra che tu non la conosca. Anche se le regali l'Alhambra di Granada, quella donna preferisce restare al paese."
Padre e figlio appoggiarono i gomiti alla ringhiera. Davanti a loro, un ippocastano alla cui cima mancava meno di un metro per arrivare all'altezza del terzo piano. Guardavano le case vicine, le macchine parcheggiate, la strada deserta. Posto tranquillo, vicini benestanti.
"Cambi percorso quando vai al lavoro?"
"A volte, se mi ricordo."
"Me l'avevi promesso."
"Quelli l, se vogliono beccarti, ti beccano. Oggi posso andare di qui, domani di l. Ma prima o poi passi da dove ti stanno aspettando."
"Mi preoccupa, la tua tranquillit."
"Vuoi che sia nervoso?"
"Nervoso, no. All'erta."
"Guarda, Xabier, delle canaglie che chiamano per insultare e minacciare, e di quelle che fanno le scritte, me ne infischio. A me, non mi imbrogliano.  gentaglia del paese. Cosa vogliono? Be', tenermi a casa a farmela sotto o che me ne vada a vivere da qualche altra parte. Non mi fanno nessuna paura. L'ama pensa che cerchino di renderci la vita impossibile perch non siamo pi poveri. Ci hanno conosciuto in tempi pi difficili, quando eravamo come loro: dei disperati. Adesso vedono che abbiamo un figlio medico, una figlia che studia, vedono me con i miei camion, e questo non lo sopportano e allora, in un modo o nell'altro, cercano di rovinarci l'esistenza. Pensano che tutto quello che ho l'abbia rubato. Invece aver lavorato come ho lavorato io, ci ha fottuti."
"Se sono incattiviti, ragione di pi per prendere precauzioni."
"Bah, vengano pure. Li invito a cena, pensa un po'. E se mi rompono troppo i coglioni, quest'anno li lascio senza offerta per la festa. Capiranno chi  il Txato. Sono pi basco di tutti loro messi insieme. E lo sanno. Fino ai cinque anni non parlavo neanche una parola di castigliano. A mio padre, che riposi in pace, una raffica di mitragliatrice ha fatto a pezzi la gamba mentre difendeva Euskadi sul fronte di Elgueta. Da vecchio, ancora stringeva i denti ogni volta che gli dava una scossa. Cosa c', ti fa male?, gli chiedevamo. 'Fanculo Franco e quella puttana di sua madre, rispondeva. E l'avevano tenuto tre anni in carcere, e se non l'hanno fucilato  stato per miracolo."
"Cosa mi vuoi dire con tutto questo, aita? Credi che all'ETA importi quello che  successo a tuo padre?"
"Cazzo, non dicono di difendere il popolo basco? E se io non sono popolo basco, dimmi tu chi lo ."
"Aita, per favore! Devi abituarti all'idea che l'ETA , come dire?, un meccanismo d'azione."
"Se vuoi che non ti capisca, vai avanti cos."
"L'ETA deve agire senza fermarsi mai. Non ha altra scelta.  da tempo che  caduta nell'automatismo dell'attivit cieca. Se non fa danni, non , non esiste, non svolge nessuna funzione. Questo modo di funzionare mafioso  al di sopra della volont dei suoi componenti. Nemmeno i suoi capi si possono sottrarre. S, va bene, prendono decisioni, ma  solo apparenza. Non possono comunque evitare di prenderle perch la macchina del terrore, una volta che ha preso velocit, non si pu fermare. Capisci?"
"Niente."
"Basta soltanto che leggi i giornali."
"Mi sembra che ti preoccupi troppo."
"Hanno ammazzato a sangue freddo Yoyes, che era stata una dirigente della banda. Non hanno compassione tra di loro e vuoi che ce l'abbiano con te perch tuo padre cinquantanni fa ha combattuto in un battaglione di gudaris? Dai, su. A me, quello che preoccupa  la tua ingenuit."
"Figlio mio, io non ho studiato come te. Tutto quello che dici mi sa di filosofia. Io non riesco a capire il fatto che dei tipi che dicono di difendere l'euskera ammazzino degli euskaldunes. Dicono che vogliono costruire Euskadi, e poi ammazzano dei baschi. Un altro paio di maniche  se fanno fuori guardie civili o gente venuta da fuori. Mi sembra sbagliato, per dentro la logica del terrorista ha un senso."
"Questa logica non c'. E tutto un delirio e probabilmente un affare."
"Bisogna lasciare che le cose si raffreddino. Passer il tempo, si dimenticheranno di me. Vedrai. Qualcuno del paese mi nega il saluto? Vada a farsi fottere. Guarda, l'unica cosa che mi dispiace  non andare in bici la domenica. Per, a parte questo, a me non si sposta un capello."
L'auto di Arnzazu percorse a bassa velocit la rampa. La prima a scendere fu Bittori. Guard, faccia imbronciata, verso l'alto; scopr il marito e il figlio affacciati al balcone. Non aspett di arrivare in casa. Dalla strada, senza preoccuparsi che potessero sentirla dagli altri appartamenti:
"Lo so che l'hai comprata senza dirmi niente".
Il Txato, a bassa voce, a Xabier:
"Questa s che mi fa paura. Ha un caratterino!"

*****

86

Aveva altri progetti

Sentiva la pioggia dal letto. Un mormorio grigio che sembrava dirgli: Txato, Txato, svegliati, alzati e vieni a bagnarti. E forse per ritardare il momento di esporsi al cattivo tempo, o a causa della luce pallida che filtrava dalla tenda e lo impigriva e gli faceva venire le palpebre pesanti, oppure perch, annullato l'appuntamento con un cliente di Beasin, quel pomeriggio non aveva granch da fare in ufficio, prolung la siesta pi del solito. Cosa vuol dire? Be', che dorm un'ora abbondante senza sogni n preoccupazioni, mentre altre volte venti o trenta minuti erano gi tanti.
Seduto sul bordo del letto, gli venne voglia di accendere una sigaretta, ma non lo fece. Assuefazione superata, anche se a volte la tentazione continuava a roderlo. Centoquattordici giorni prima aveva fumato l'ultima. Teneva il conto e giorno dopo giorno vi gonfiava intorno una bolla di orgoglio. C'erano stati alcuni casi di cancro al polmone e all'esofago nella sua parentela. Anche in quella di Bittori e in paese. Lui non voleva subire la stessa sorte. Aveva altri progetti.
Si mise le scarpe. Che faccio? Domanda superflua, quella di quest'uomo che se fosse scapolo abiterebbe nell'ufficio. E poi, bisogna vigilare. Non puoi fidarti dei dipendenti, non li puoi lasciare soli. E se squilla il telefono? Di colpo gli venne fretta. Fretta? Rimorso per avere anteposto il letto al lavoro. E sistem meglio che poteva la trapunta in modo che Bittori, la sera, non lo rimproverasse.
In sala, sul tavolo, c'erano ancora il giornale aperto alla pagina del cruciverba e gli occhiali da lettura. Se avesse dormito meno, avrebbe fatto un tentativo di finirlo. La maledetta isola filippina di quattro lettere, che ha trovato gi altre volte e non ricorda mai il nome. Frutto comune nelle valli pirenaiche. Nemmeno la pi pallida idea. E seduta sul divano, le braccia incrociate, Bittori apr stancamente le palpebre sentendolo arrivare. Che ora era.
"Quasi le quattro."
"Sei rimasto impigliato nelle lenzuola o che?"
Delusione in cucina: non c'era caff, soltanto un fondo freddo, rimasto dalla colazione, nella caffettiera. Il Txato grugn fra i denti. Bittori, che dorme senza dormire, che non dormiva mai completamente, nemmeno di notte, lo sent.
"Te lo rifaccio."
Lui, si sa, lo voleva come al solito, gi pronto per non dovere aspettare e poter andare di corsa al lavoro. Non senza un leggero attacco di risentimento, disse che aveva fretta.
"Me la cavo benissimo con quello che c'."
Perci bevve quel liquido nero direttamente dalla caraffa. Bittori continu a dormicchiare sul divano. Il beverone amaro costrinse il Txato a fare una smorfia. E alla fine, dopo aver mormorato una parolaccia, si affacci sul vano della porta. Non si avvicin a Bittori n lei and verso di lui. La salut, non brusco, quello no, per asciutto.
"Ci vediamo a cena."
Bittori mosse la testa in segno affermativo, come a dire: rispondo al tuo saluto, ma sono morta di sonno, perci non mi va di parlare, fatti bastare questo movimento. E chiuse di nuovo le palpebre.
Sulle scale, il Txato accese la luce. Il grigio profondo del pomeriggio s'intrufolava dappertutto, rodeva colori, addensava ombre. E arrivando nell'atrio, il Txato diede un'occhiata dentro la cassetta delle lettere. Non cercava la posta. Il postino era gi passato la mattina. A volte ci infilavano porcherie o fogli con insulti e minacce; anche se erano quasi due mesi che su quel versante li lasciavano in pace. Invece qualche giorno prima, sulla parete del gazebo della musica, era apparso il suo nome al centro di un bersaglio. Una vicina l'aveva detto, sussurrando, a Bittori. Sai una cosa? Altrimenti non l'avrebbero saputo, perch era da tempo che nessuno dei due passava per la piazza. Insomma, una brutta roba. Perch una cosa  che ti molestino e ti offendano, e un'altra che le stesse persone del paese (alcune, almeno) chiedano la tua morte.
Usc dal portone, ma non del tutto. Fece un passo fuori di casa. Torn subito indietro. Pioggia e grigiore. Non c'erano auto in giro; be', s: un furgoncino si allontanava in quell'istante in fondo alla salita. Nessun passante malgrado l'ora; ma bisogna vedere come diluviava. Fermo sotto l'architrave, fu tentato di andare a prendere l'ombrello. Bah, lei star dormendo e alla fin fine da qui al garage il tratto  breve. Il Txato cercava di trovare il coraggio di mettersi a correre. Prima diede un'occhiata di verifica alle nubi senza la minima speranza che smettesse di piovere.
Lo striscione era l, sopra la strada, teso fra il suo balcone e il lampione di fronte: presoak kalera, amnistia osoa. Di tanto in tanto ne appendono uno, non sempre di contenuto politico. Ce ne sono anche alcuni che riguardano la festa del paese. Anni prima gli avevano chiesto, aveva acconsentito, anche se di malavoglia; per, senti, non conviene mica inimicarsi la gente del paese e specialmente i ragazzi. Cos, ogni tanto vengono con una scala e legano l'estremit di uno striscione alla ringhiera. E perch sul suo balcone e non su quello pi in l o pi in qua? Be', per quel lampione del cazzo, che doveva stare proprio l di fronte.
Un giorno in cui gli avevano riempito la cassetta delle lettere di spazzatura era salito a casa furioso. Bittori, vedendolo agitato, sbraitante, con un coltello in mano, gli aveva domandato dove vai.
"A tagliare le corde dello striscione."
Lei gli aveva sbarrato la strada.
"Tu non vai da nessuna parte."
"Spostati, Bittori, che ho i nervi a fior di pelle."
"E allora te li fai passare. Non voglio altri problemi oltre a quelli che gi abbiamo."
Bittori non si era spostata e il Txato, anche se malediceva e bestemmiava e aveva lanciato con rabbia il basco contro il muro, si era dovuto rassegnare al fatto che di quando in quando gli legassero uno striscione alla ringhiera del balcone.
Come quando era bambino, cont:
"Bat, bi, hiru".
E part verso il garage. Correndo? Soltanto i primi tre passi. Poi ridusse la velocit. In realt, non camminava e non correva, la prima cosa per non allungare il tempo di esposizione alla pioggia, la seconda per non scivolare sul marciapiede bagnato. Adott un piccolo trotto da uomo culone avanti con gli anni. Percorsa una dozzina di metri, nemmeno pi quello. In fin dei conti, in ufficio aveva degli abiti di ricambio.
 che pioggia. Mortacci. Manco le nuvole l'avessero aspettato per svuotarsi tutte d'un colpo su di lui. Sul bordo della carreggiata si era formato un ruscello. Non erano ancora le quattro del pomeriggio e sembrava gi che la notte fosse entrata in paese. E a quell'ora  ancora presto per accendere l'illuminazione pubblica.
Una sagoma giovane, agile, confusa, spunt dallo spazio fra due macchine parcheggiate accanto al marciapiede di fronte. Il cappuccio imped al Txato di guardarlo negli occhi. Veniva verso di lui, ma non direttamente. Chi? Un tipo di un po' pi di vent'anni, qualche ragazzo del paese che si proteggeva dall'acquazzone abbassando la testa. Con un salto raggiunse il marciapiede alle spalle del Txato. Il Txato prosegu e ormai gli mancava poco per arrivare all'angolo.
Allora, dietro di lui, vicinissimo, risuon uno sparo.
E poi un altro.
 un altro.
 un altro.

*****

87

Funghi e ortiche

Era da tempo che correvano voci inquietanti sulla situazione finanziaria della fabbrica. Parlavano di, dicevano che. E Guillermo inizi a dormire poco e male di notte, e a temere per il proprio posto di lavoro. All'epoca suo figlio Endika aveva due anni e mezzo. Lui e Arantxa, a proprio agio nella loro vita semplice, da classe medio-bassa con qualche speranza di miglioramento per il futuro, erano felici o si credevano/dicevano felici, il che, secondo entrambi,  la stessa cosa, ma tutto questo croller se gli venisse a mancare il terreno economico sotto i piedi.
A letto, a notte inoltrata:
"Senza lo stipendio della cartiera dimmi tu come faremo a tirare avanti".
"Magari siamo fortunati e licenziano qualcun altro."
"Chi?"
"Parla pi piano, che svegli il bambino."
"Di quelli dell'ufficio, chi credi che possono licenziare con maggiori motivazioni se non me?"
"Be', quelli pi anziani, cos si tengono i giovani. E senn, senti, qualcosa la troverai. Nel frattempo ci arrangiamo con il mio stipendio. Non  molto, ma  meglio di niente."
"Non basta, Arantxa. Faccio i conti e vedo che non basta. Tra poco saremo quattro bocche."
Lei gli nascose un incidente nel negozio di scarpe. Quale incidente? Be', che la proprietaria, che  pi dura di un sasso, le aveva rinfacciato di non avere aspettato pi tempo prima di rimanere incinta. E poi, da una collega di lavoro, aveva saputo che la proprietaria aveva parlato male di lei alle sue spalle. Prefer non raccontarlo a Guillermo per non aumentare le sue preoccupazioni.
Guillermo, cavilloso, angosciato, insisteva:
"Scordati vacanze, macchina nuova e tutto il resto".
"Tranquillo. Vedrai che ce la facciamo se combattiamo insieme."
"Io volevo che fossimo felici, ma non sar cos. Non si pu mai essere felici a questo mondo? Ma che nasciamo a fare?"
"Guille, per favore. La felicit perfetta esiste soltanto nei film. Chiedi troppo."
"Non chiedo, esigo. Sono un lavoratore, un uomo responsabile. Faccio quello che mi dicono. Lo faccio bene. Voglio la mia parte, la mia modesta parte."
Qualche giorno dopo torn a casa prima del solito. Appoggi la lettera di licenziamento sul tavolo della cucina e strinse a lungo Endika contro il petto. La creatura di due anni e lui senza lavoro, senza prospettive di futuro: un incapace.
"Non dire cos."
" quello che sono. Uno di cui si fa a meno e la fabbrica continua a funzionare benissimo. Il tipico disgraziato che ha bisogno che sua moglie gli dia qualche spicciolo per bersi una birra al bar."
Guillermo: un uomo alla deriva. La mattina se ne andava in campagna, tornava con fragole selvatiche, funghi, ortiche. Dava lezioni seduto al tavolo della cucina: che le ortiche sono commestibili, che si possono bere in infusione. Il problema era persuadersi che dava da mangiare alla famiglia. Usciva all'alba, vestito da alpinista con gli scarponi e lo zaino da raccoglitore di frutta. E portava di tutto, anche mele, chiss di quale orto, e rami di mandorlo che poi tagliava a bastoncini per costruire un castello al bambino. Altre volte, se il tempo lo permetteva, andava a pescare con la canna all'imboccatura del porto o sugli scogli di Jaizquibel. Divent taciturno, solitario, la fronte corrucciata, lo sguardo arrabbiato, e non potevi contraddirlo perch subito scattava. E quando nacque Ainhoa, ancora peggio.
La prima volta che prese la bimba in braccio, le disse:
"Che sfortuna, piccolina. Sei nata in una casa di poveri".
Spesso infrangeva i suoi lunghi silenzi per prorompere in affermazioni di quel genere, sempre con una vibrazione di risentimento nelle parole. Arantxa taceva, sofferente, rassegnata, per non peggiorare la situazione. A volte non ce la faceva pi. E no, anch'io ho i miei sentimenti. Ed esprimeva il proprio parere cercando di non alterarsi.
"A te brucia una ferita al tuo amor proprio."
"Che ne sai tu, stupida che non sei altro?"
Cos. Suscettibile, aggressivo, con amarezza. E niente cioccolatino, cara, tesoro, come prima. A letto, lei acconsentiva. Perch,  chiaro, se lo lasci senza, questo qui magari va in tilt e mi mena. Ne venivano fuori dei coiti abitudinari, senza piacere per lei, di sfogo rapido per lui. Tenerezza, zero. Nemmeno il contrario, quello no. Erano piuttosto una formalit che produceva un triste schiocco di ventri che si scontravano.
Guillermo, a pochi giorni dal licenziamento, gi si deprimeva, gi diceva quella scemata di buttarsi sotto un treno. E pi avanti prese a pronosticare alla presenza dei figli, cos piccoli, un futuro tenebroso con frasi un po' pompose che le creature non potevano capire n erano dette per far s che le capissero. Si chinava di colpo sulla culla di Ainhoa, e le dipingeva, con un discorso per adulti, un panorama atroce di privazioni. E con Endika faceva la stessa cosa. All'improvviso lo prendeva in braccio e gli diceva qualcosa di negativo, infausto, penoso.
Delle faccende di casa si occupava meno che quando lavorava alla cartiera. Il motivo? Che gli sembrava umiliante passare l'aspirapolvere, lavare i piatti, pulire i vetri.
"Non sono nato per fare la casalinga."
"Ah, e io invece s?"
Era in situazioni simili che Guillermo diceva seriamente che voleva buttarsi sotto il treno o che voleva bersi la bottiglia di candeggina. Arantxa si irritava, i denti stretti, gli occhi umidi, per vedeva l vicino i due figli cos teneri, cos fragili, e preferiva trattenersi. Certi giorni si sfogava con una collega di lavoro. Le raccontava questo, le raccontava quell'altro, particolari sconnessi, ma non tutto n le cose pi intime, visto che non c'era confidenza. Amiche, amiche vere, Arantxa non ne aveva. Il matrimonio l'aveva allontanata dalla comitiva del suo paese. A Renteria, aveva rapporti sporadici soltanto con le vicine e, pi di frequente, con persone della cerchia di Guillermo. E, per il resto, piuttosto farsi cavare un occhio che raccontare qualcosa a sua madre. Miren sapeva che il genero era disoccupato. E non le era venuto in mente di chiedere se avessero bisogno d'aiuto.
Quelli con cui, invece, Arantxa si confid, furono Angelita e Rafael. Gli rivel perfino che il figlio minacciava di buttarsi sotto un treno e di bere la candeggina. Le dissero, lui: non preoccuparti; lei: tranquilla. E andarono in loro soccorso con una generosit senza limiti. Rafael pag per un anno la rata mensile del mutuo; Angelita accompagnava ogni settimana Arantxa al supermercato e pagava la spesa (il carrello strapieno) con la sua carta di credito. E Guillermo? Non lo sapeva nemmeno. Per quello l era gi abbastanza andarsene in giro per la campagna a raccogliere ortiche e a parlare da solo.
Fino a quando, trascorsi dieci mesi da quando aveva perso il lavoro, accadde una cosa inattesa. Un pomeriggio dei tanti, mentre spingeva il passeggino di Ainhoa per la plaza de los Fueros, Guillermo incroci il suo amico Manolo Zamarreno. E Manolo lo vide e gli fece cenno di fermarsi e arriv, sorridente, e aveva una buona notizia e qualcosa di pi. Cosa? Un numero di telefono annotato su un pezzo di carta. Che chiamasse subito, se possibile oggi stesso, perch si era liberato un posto negli uffici del supermercato Mamut e cercavano urgentemente un sostituto.
"Chiama. Magari sei fortunato, ma fai in fretta."
E fu cos che Guillermo abbandon i funghi e le ortiche per i numeri. Guadagnava meno che alla cartiera, ma guadagnava. In pochi giorni ritrov il buonumore e la voglia di vivere. Divent affabile, chiacchierone, generoso, e chiese scusa ad Arantxa per i brutti mesi che le aveva fatto passare, ma che per favore doveva capire che per tutto quel tempo lui aveva sofferto un'angoscia enorme.
"Due figli, non potergli dare da mangiare, sai com'e."
La invit a pranzo in un ristorante con il primo stipendio che gli versarono.  un altro giorno, al ritorno dal lavoro, le port in regalo una rosa. Arantxa la mise in un recipiente con l'acqua, senza molte cerimonie visto che, come al solito, Ainhoa stava piangendo nella sua stanza. E il mattino dopo, non appena lui usc di casa, Arantxa butt il fiore nella spazzatura.

*****

88

Pane insanguinato

Era gioved, 25 giugno. Guillermo e Arantxa si erano organizzati per avere una settimana di ferie insieme. Non sempre ci riuscivano, ma stavolta s. In quel periodo, lavorando entrambi, si potevano permettere qualche svago, anche se modesto. E siccome i figli erano gi un po' cresciuti (sei anni Endika, la bambina sul punto di compierne quattro), li potevano portare in viaggio senza gli inconvenienti e le limitazioni che di solito ci sono con i pi piccoli.
Ieri sono andati tutti e quattro alla spiaggia di Biarritz; oggi toccava pranzare a casa della amona Miren e domani, si vedr. Avevano un'auto di seconda mano. Poca cosa, ma abbastanza per le loro necessit.
Problema di quel gioved: che non avevano pane per la cena. Lo si risolve facilmente. Guillermo, magari tutte le nostre disgrazie fossero come questa, si offr di scendere senza perdere tempo in panetteria e di comprare mezzo sfilatino grande. Domand, gioviale, gi con la porta di casa aperta: chi voleva accompagnarlo. Per separare i bambini, che continuavano a litigare, Arantxa disse:
"Portati Endika, che mi sta facendo venire i nervi".
E lui (forza, campione) se lo port.
Un gioved che non dimenticheranno mai, che sarebbe potuto costare la vita al padre e al figlio. Non sarebbero stati i primi n gli ultimi. Di fatto, passarono mano nella mano davanti allo scooter nero dov'era nascosto l'esplosivo. Guillermo, che io possa morire sul colpo, lo ricordava. Arantxa:
"Sei sicuro?"
Non aveva il minimo dubbio, perch l'aveva fatto arrabbiare vedere il motorino parcheggiato sul marciapiede e aveva fatto un commento al bambino, qualcosa tipo: questo non si fa, questa  una brutta cosa o, insomma, qualcosa del genere.
Alcuni metri pi in l, all'ingresso della panetteria, incontr Manolo Zamarreno, che usciva con uno sfilatino. Erano le undici e cinque, forse e dieci. E Manolo, mentre scambiava qualche parola di circostanza con Guillermo, arruff i capelli di Endika per fargli una carineria.
In strada, l accanto, lo aspettava il suo guardaspalle.
Il guardaspalle? Be', s.  che a dicembre avevano ammazzato il suo amico Jos Luis in un bar di Irun e lui aveva preso il suo posto come consigliere del Partido Popular al Comune di Renteria. Guillermo, a casa, quando l'aveva saputo:
"Ci vuole coraggio".
"Io, Guillermo, se fossi di quelle che vanno a messa, pregherei per lui. Meglio che l'Onnipotente lo protegga. E se lo tolgono di mezzo, mica ti verr in mente di prendere il suo posto, vero?"
"Io? Sei pazza? Io voglio vivere."
Era da pochi giorni che Manolo aveva assunto l'incarico e, per cominciare, gli avevano dato fuoco alla macchina. Lo insultavano, facevano manifesti di minaccia utilizzando la sua fotografia e avevano dipinto il suo nome dentro un bersaglio. Ma lui non si faceva intimidire. Aveva dichiarato alla stampa: "Qui sono nato e qui resto". E s, era rimasto una settimana, un'altra, non molte, fino alla sua ora fatale quel gioved di giugno in cui scese a comprare il pane e si ferm a parlare per qualche istante con Guillermo.
Uno entrava in panetteria, l'altro usciva. Dopo una breve conversazione, Manolo prese a camminare sul marciapiede con il guardaspalle dietro di lui. Guillermo aspett il suo turno davanti al bancone. All'improvviso ci fu un fracasso enorme. Endika cadde a terra. Rumore di vetri rotti. E Guille si affrett a sollevare il bambino. Gli disse, paterno, agitato, falsamente tranquillo:
"Non piangere, non muoverti da qui, torno subito".
E usc.
All'altezza del numero sette era esploso lo scooter. Manolo?
Non lo vedeva. Invece vedeva il guardaspalle, seduto a terra, la schiena appoggiata a una macchina, la faccia annerita. Veicoli danneggiati. Un momentaneo, denso, fumante silenzio. E poi gi le prime voci, urla di donna, gente che si avvicinava a guardare/prestare soccorso.
E Manolo?
L. Dove? Tra due macchine, steso sul proprio sangue, molto sangue. Nero per l'esplosione, che a quanto pareva l'aveva raggiunto in pieno. Quasi nudo, con soltanto gli indumenti intimi e le scarpe. Su un polso gli si vedeva l'orologio. E il pane che aveva appena comprato, spezzato a met.
Con il bambino in braccio, non guardare, non guardare, Guillermo non ebbe altra scelta che passare vicino al disastro e al morto e al guardaspalle seduto a terra prima che arrivasse la polizia e la strada fosse recintata.
"Hai guardato? Dimmi la verit."
"No, aita."
"Me lo giuri?"
"Non ho visto niente."
Lungo il cammino incontr Arantxa, che arrivava in fretta con gli occhi allarmati.
"State bene? Cosa  successo?"
"Manolo."
"Eh?"
Apriva la bocca e gli usciva solo quello: Manolo.
"Manolo Zamarreno?"
Annu, con il bambino ancora in braccio. Non ci fu bisogno di spiegazioni. Arantxa, gesto di stupore, si colp la fronte con il palmo della mano. E non parlarono pi. Salirono in fretta in casa, dove lei, in preda al panico, aveva lasciato il ferro da stiro acceso e la bambina da sola. Non tard a ululare, lontana, sempre pi vicina, ormai nel quartiere, la prima sirena.
In tutto ci, squill il telefono. Angelita. Cosa  successo. Che botto. Arantxa, con i bambini davanti, le raccont senza raccontare, le disse senza dire, per dicendole che non era da sola, e la suocera, facendosi carico della situazione, le assicur che aveva capito.
Guillermo piazz la sua angoscia/indignazione in cucina come chi conficca un palo nel terreno e da qui non mi spostano, seduto al tavolo con la testa fra le mani. Il resto della famiglia si ritir nella stanza dei bambini. Che seguirono la madre in intimidito silenzio. Il fatto  che il padre gemeva con grandi strepiti. Arantxa si port la radiolina a transistor. Con l'orecchio appiccicato all'apparecchio, messo a basso volume, ottenne dopo un po' la conferma definitiva: attentato con bomba, quartiere Capuchinos, un morto.
Fece la treccia ad Ainhoa. Gliela disfece. Gliela fece un'altra volta. Mancavano ancora due ore prima di andare a pranzo a casa dei suoi genitori, ma aveva bisogno di un'occupazione qualunque per riempire il tempo e ritrovare la calma e consegnarsi al sollievo, all'enorme sollievo, uff, di stare con i suoi figli, toccarli, sentirli, saperli sani e salvi.
Endika, fermo accanto a lei, le afferrava il bordo della gonna come quando ci si aggrappa alla sbarra dell'autobus. La madre si allontan di qualche passo per prendere da un cassetto del com il sacchetto con le forcine per i capelli e il bambino la segu in silenzio. E al ritorno lo stesso, senza mollarle la gonna.
Dalla porta socchiusa arrivavano, a stento udibili, a intervalli irregolari, i singhiozzi declinanti, ormai pi gravi che acuti, di Guillermo. Al principio, Arantxa, protettrice dei figli, ebbe la tentazione di chiudere la porta. Cambi subito idea. Che sentano, che sappiano in che specie di paese gli  toccato crescere.
In cucina, adesso Guillermo parlava, sbraitante, di politica. Denigrava il nazionalismo, avvelenatore di coscienze, diceva, che metteva tanti giovani baschi sulla strada del crimine. E distribuiva colpe: il lehendakari dalla lingua biforcuta, il vescovo ipocrita, gli abertzales macchiati fino alle orecchie di sangue altrui e tutta quella malvagia gente del posto che segnala le vittime e comunica all'ETA a che ora passano di qui o di l. Risentito, scimmiottante:
"Eccovi qua uno spagnolo e lo potete far fuori senza problemi quando va a comprare il pane.  un padre di famiglia? Allora doveva pensarci prima di fare il consigliere comunale.  una brava persona e non ha mai fatto del male a una mosca?
Be', per  di un partito spagnolista che ci opprime e per di pi qui c' un conflitto".
Ges, Giuseppe e Maria, quest'uomo non star mica parlando con la finestra aperta? Arantxa decise di assicurarsene.
"Ti sentiranno."
"Che mi sentano pure."
La finestra della cucina era chiusa.
"Non vivi da solo."
"Mi  salito un odio feroce.  come se mi pungessero le ortiche all'interno del corpo. Arantxa, vita mia, dimmi qualcosa che scacci quest'odio che mi sta facendo a pezzi. Odiare  l'ultima cosa che avrei voluto nella vita."
"Sfogati, protesta, ma senza urlare. Fuori dalla porta di casa, zitto. D'accordo? Non mi combinare casini. Andremo al funerale, faremo le condoglianze. Non c' bisogno di perdere la dignit."
"Nello stato in cui mi trovo, capirai che non posso venire dai tuoi. Vai tu con i bambini."
"Certo che non vieni. Ci mancherebbe soltanto che parlassi di mio fratello e ti mettessi a litigare con mia madre, visto quanto  diventata fanatica."
"Il suo povero figlio in carcere, un assassino con i fiocchi."
"Vabbe', lascia perdere. Mi hai promesso che non avremmo mai toccato l'argomento davanti ai miei. I bambini hanno il diritto di andare a trovare i nonni."
Verso l'una e mezza, Arantxa usc con i bambini, vestiti a festa, puliti, profumati. Ainhoa and a dare un bacio al padre. Endika, dietro di lei, con voce educata:
"Sei triste, aita?"
"Molto triste."
"Per quello che  successo a Manolo?"
"Allora hai guardato."
"Per con un occhio solo."
Abbracci il bambino, abbracci Arantxa, accompagn tutti e tre alla porta, li vide scendere la prima rampa di scale e, quando si voltarono per dirgli ciao, lanci verso di loro un bacio con la mano.

*****

89
L'atmosfera in sala da pranzo

Se Miren lo sapesse. Se sapesse cosa? Be', che i suoi nipoti, quando non li aveva di fronte, a volte la chiamavano l'amona cattiva. Non servivano a nulla gli sforzi di Arantxa per fargli cambiare idea. Se ne rendeva conto: al massimo staranno zitti per farmi piacere, ma non potr impedire che provino ci che provano.
Perfino nella piccola Ainhoa, prossima a compiere quattro anni, si percepiva nei confronti dell'amona Miren un pizzico di rifiuto, che nel caso di Endika assumeva, in certe occasioni, la forma di un'aperta ostilit.
Succedeva il contrario con Angelita e Rafael. In parte perch trascorrevano pi tempo con i bambini, li vedevano ogni giorno, disponevano di maggiori possibilit per offrire loro distrazioni e affetto. Ma anche perch erano, di natura, pacifici, generosi, divertenti, senza l'asprezza e la severit che mostrava Miren di solito, sebbene non lo facesse in malafede, ma soltanto perch lei era cos e lo era sempre stata, dura di temperamento, impaziente, anche con i propri figli, con il marito, in realt con tutti.
Quanto l'aitona Joxian, be', contava poco. Anzi, non contava niente. In genere, Ainhoa e Endika lo vedevano una o due volte al mese; ma il fatto  che, quando lo vedevano, lui rimaneva sulla sedia tranquillo, scialbo, silenzioso, senza lo slancio di proporre loro qualche attivit, e molte volte era come se non ci fosse.
Gi una volta Endika aveva domandato alla madre perch parla cos poco l'aitona Joxian.
"Be', perch non avr niente da dire."
"L'aita dice che  perch l'osaba Joxe Mari  in prigione."
"Pu darsi."
Il gioved dell'attentato a Renteria, quando Arantxa arriv con i bambini a casa dei suoi genitori, l'aitona Joxian non era tornato dal Pagoeta, ragion per cui Miren aveva la faccia scura.
Apr la porta. Allegria? Nessuna. Al contrario, quel cipiglio scontroso, quel luccichio seccato negli occhi.
"Pensavo che era tuo padre. Non  ancora tornato dal bar. Mi sentir."
Poi si rivolse ai nipoti con affetto tagliente, le pantofole logore, il grembiule pieno di macchie umide. E non le viene in mente di sistemarsi, di addolcire l'espressione, di dire ai bambini qualcosa che li faccia ridere e dia loro fiducia, di preparare per loro un regalino, una sorpresa?
Non si china abbastanza per lasciarsi baciare senza difficolt. E gi rimprovera Endika per essere entrato senza salutare.
"Che c', ti sei mangiato la lingua?"
Alla bambina domand chi ti ha fatto quella treccia cos storta, e ad Arantxa:
"Tuo marito non viene?"
"Non si sentiva bene."
E nemmeno chiede se  malato, se gli  preso un colpo, niente. E come mai? Non le viene. Se le scavano nell'intimo, si difende dicendo che per tutta la vita non ha fatto altro che lavorare. La prova era l: la tavola apparecchiata, l'intera casa satura di un profumino di cibo, il calore del forno. Di nuovo si era impegnata. Tutta la mattina. Perfino dal giorno prima, quando aveva preparato la besciamella delle crocchette. Sicuramente era stanca, convinta che nessuno la ringrazi, qualunque cosa faccia.
E la sua ossessione per l'euskera. Quell'atteggiamento rivendicativo, esigente, che la portava a mettere alla prova i nipoti ogni volta che l'andavano a trovare. Faceva loro delle domande per indurli a parlare la lingua della patria e loro la parlavano con naturalezza e disinvoltura, anche se con i limiti della loro giovane et. E non era raro che, se Guillermo era presente, i bambini passassero al castigliano senza rendersene conto.
Miren interveniva tagliente, rigorosa:
"Qui parliamo euskera".
Il che era un modo per fare il vuoto intorno a Guillermo. Spesso parlava con lui attraverso la mediazione di Arantxa.
"Chiedi a tuo marito se vuole altri ceci."
E Arantxa, che altro poteva fare, si rivolgeva a Guillermo e gli traduceva la domanda. Guillermo non perdeva il senso dell'ironia.
"Dille di darmene diciotto contati."
Joxian arriv grattandosi il fianco, segno che aveva bevuto. Molto o poco, a Miren non importa. Le basta che faccia una sola volta quel movimento involontario per diventare furiosa. Con la figlia e i nipoti a casa, si trattenne. E tuttavia, dalla sala da pranzo Arantxa sent che, mentre lui si toglieva le scarpe, lei lo rimproverava a bassa voce. Perch era arrivato tardi? Ma se erano le due e venticinque ed erano rimasti che avrebbero iniziato a mangiare alle due e mezza. O forse lo aspettava prima perch doveva darle una mano? Ma quando mai quest'uomo ha dato una mano in casa?
L'atmosfera in sala da pranzo, sopra la tavola piena di antipasti, quanto lavoro!, sembrava come se l'avessero stiracchiata. Racchiudeva una tensione come di materiale elastico che da un momento all'altro pu spezzarsi. I bambini, che a modo loro dovevano accorgersi dell'inquietante fenomeno, tacevano seri, in attesa, resistendo per ordine materno all'appetitoso richiamo delle crocchette esposte in ordine perfetto su un vassoio di maiolica.
In pantofole, dissimulando a fatica di essersi appena sorbito una sfuriata, l'aitona entr nella stanza. Gi prima, arrivando da fuori, aveva salutato conciso, baciato pigro. E non appena fece per sedersi al suo solito posto, di spalle alla finestra del balcone, Miren gli chiese se si era lavato le mani. Con i nipoti e la famiglia davanti, non replic, ma and, agnellino, a lavarsele in bagno per non guastare la festa.
Seduti tutti e cinque al tavolo, masticavano, bevevano. Joxian, acqua come gli altri, che di vino stamattina ne hai gi avuto abbastanza. E nell'aria, fra le teste chine sui piatti, c'era sempre quella tensione aereo-umana, percepibile finanche dai bambini, che di solito in altre occasioni si mostravano vivaci, adesso stranamente silenziosi. Gli adulti, per dissimulare, parlavano di cose banali. Ma l'argomento del giorno era nell'aria e tutti lo sanno e nessuno ne parla, per non rovinare la riunione di famiglia? Non  che si vedano cos spesso. Dopo tutto, fra un'ora o un'ora e mezza ce ne andiamo.
A Joxian, si vede che gli bruciava dentro la faccenda di cui aveva avuto notizia al Pagoeta. In un intervallo in cui Miren era andata a portare i piatti sporchi in cucina, domand ad Arantxa, a bassa voce, chi era il morto. Lei rispose con un bisbiglio simile al suo:
"Un amico di Guille".
"No."
"Quello che lo aveva aiutato a trovare lavoro."
"Non mi dire."
Miren di ritorno in sala da pranzo, carica di piatti:
"Di cosa parlavate?"
"No, di niente."
Di niente? L'atmosfera si fece ancora pi tesa. Un altro strappo e si squarcia. Ma all'improvviso ci furono la crema inglese, festeggiata con tripudio dai bambini, e un opportuno intervento di Joxian, che diede una moneta da cento pesetas a ogni nipote. Pace e dessert. Poi quasi fa una gaffe. Come? Prese senza pensarci il telecomando. L'aveva gi orientato verso l'apparecchio, stava per accendere il televisore; e quindi, Renteria, bomba, un morto nel quartiere Capuchinos. Arantxa riusc a impedirlo in tempo grazie a un discreto e rapido calcetto sotto il tavolo. E forse Miren lo not. O subodorava da tempo la conversazione segreta tra padre e figlia?
Cosicch, diffidente, a un certo punto, sola mentre stava lavando i piatti in cucina, chiam Endika, sei anni, con una scusa qualunque e allora l'atmosfera esplose. Miren fece in modo di carpire al bambino il motivo per cui il suo aita non era venuto a pranzo. E il bambino, che non era stato istruito per schivare le astuzie dell'amona, le raccont la verit. Dalla sua prospettiva infantile, ma la verit. E fra le altre cose disse che:
"Degli uomini cattivi hanno ucciso un amico del mio aita".
"E per questo non  venuto a pranzo?"
" che ha pianto tutta la mattina."
"Ma che razza di uomo , se piange tanto?"
Il che fece dispiacere a Endika, che, di ritorno in sala, lo rifer alla madre. Joxian ag di riflesso. Cerc di trattenere la figlia afferrandola per il braccio, ma alla sua mano invecchiata, artritica, manc agilit. Arantxa si alz da tavola con un impeto energico/furioso, si incammin allo stesso modo verso la cucina e l accadde ci che non si era potuto impedire che accadesse.
"Cos' che hai detto al bambino?"
"E voi, cosa gli avete detto su degli uomini cattivi?"
Quei volti scomposti, quegli sguardi collerici, quelle parole che partono dalla bocca come spari.
Arantxa, aggressiva, in tono di sfida, prese a parlare in castigliano.
"Per miracolo non ho perso un figlio e non sono vedova. Sono passati tutti e due vicino alla bomba mezzo minuto prima dello scoppio."
"Qui non combattiamo contro gli innocenti."
"Ah, tu combatti? Devo farti le congratulazioni per stamattina?"
"Quel consigliere comunale, amico di tuo marito, era del Partido Popular."
"Ma sei fuori? Era soprattutto una brava persona e un padre di famiglia e un uomo con il diritto di difendere le sue idee."
"Era un oppressore. E ti ricordo che hai un fratello che sta marcendo in un carcere spagnolo per colpa di brave persone come quella."
"Tuo figlio, di cui sei tanto orgogliosa,  stato giudicato colpevole di aver preso parte a delitti di sangue. Per questo  in carcere, perch  un terrorista. Te lo ripeto, perch  un terrorista, non perch parla euskera come hai detto una volta a Endika. Bugiarda, pi che bugiarda."
"Cos'hai da dire su mio figlio, su un gudari che ha messo in gioco la vita per Euskal Herria?"
"E allora vai a casa delle vittime di tuo figlio e, forza, spiegaglielo. Vediamo se riesci a guardarle negli occhi."
"Quelli sono gli amici di tuo marito. Ci vada lui."
"Perch non chiami mai Guillermo per nome? Ti brucia la parola? Immagino che per te sia un oppressore."
"Molto basco non ."
" nato qui, prima di me."
"Hernandez Carrizo e non parla euskera. Se questo  essere basco..."
A quel punto Arantxa diede per conclusa la conversazione. Incroci Joxian, che stava osservando la lite dalla soglia, con le sopracciglia malinconiche, incapace di intervenire.
"Lascia perdere, aita. Non so come hai fatto a sopportarla per cos tanti anni."
"Non andartene."
Arantxa chiam i bambini, prese le loro scarpe per mettergliele sulle scale o per strada, fa lo stesso, e senza dire una parola n salutare li port/spinse fuori casa. Miren, in cucina, restava in un silenzio risentito, duro, di pietra, e Joxian, barcollando per la tristezza, cerc di sbarrare la strada alla figlia e ai nipoti.
"Non andatevene, per favore."
Fu inutile. Per cinque anni Arantxa e la madre non si parlarono.

*****

90

Spavento

A quell'epoca non si portava il casco. Macch. Al massimo qualche stronzo che voleva darsi arie da professionista indossava un caschetto e via. Loro usavano un berretto, occhiali da sole e indumenti da ciclista con l'idea che nessuno potesse riconoscerli. Joxe Mari, un pomeriggio, attravers il paese guardando di sottecchi ai lati delle strade. Patxo, il giorno prima, gli aveva lanciato la sfida.
"Scommetti che non hai i coglioni?"
"Capirai che impresa. Il mio paese  pieno di gente che va in bici. Nessuno sta l a badarci."
E cos fu. Nessun passante sembr rendersi conto che quel robusto ciclista con il berretto e gli occhiali scuri era lui. Percorse la strada che costeggia la piazza, pass davanti al Pagoeta, scese fino al fiume. Dalla riva opposta, vide suo padre (il basco, la camicia a quadri, la schiena curva, come si  fatto vecchio) indaffarato nell'orto. Patxo gli domand cosa guardasse.
"No, niente. Volevo dire addio al mio paese."
A meno che piovesse, i due preferivano la bicicletta all'auto e agli autobus per le loro scorrerie in provincia alla ricerca di obbiettivi, la loro principale, per non dire la loro unica occupazione in quei giorni. Le biciclette permettevano loro di andare in uno stesso posto separati, ma senza perdersi di vista. E si erano accordati su un segnale che permetteva a chi pedalava davanti di avvisare di qualunque pericolo chi veniva dietro. Distanza: non meno di cinquanta, non pi di cento metri. E quando arrivavano in qualche paese non entravano mai nello stesso bar. Alla fine delle escursioni, prima l'uno, poi l'altro, portavano su in casa le biciclette in ascensore. Messe in verticale, c'entravano. A casa si ritrovavano con Txopo che, non essendo schedato, faceva o fingeva di fare una vita normale da studente.
Nei corsi sulle armi avevano insegnato loro a diffidare. La luce accesa di una stanza, a qualunque ora del giorno, significava che uno di loro era in casa e che non c'erano problemi. Tutte le luci spente e una moneta nella cassetta delle lettere, lasciata dall'ultimo a uscire: appartamento vuoto. Se non c'era la moneta: attenti, non salite. La stessa cosa se fuori dalla finestra pendeva un mezzo asciugamano o se si vedeva luce in tutte le stanze o se lo zerbino non era nella posizione convenuta. Una volta Patxo aveva dimenticato di attenersi alle norme. Se Txopo non si fosse messo in mezzo, Joxe Mari gli avrebbe spaccato la faccia.
Si erano mossi, giorno feriale, freddo, grigio, ma senza pioggia n vento, dalle prime ore del pomeriggio nella zona di Andoin, Villabona e Asteasu. Pi che altro per non rimanere inattivi e perch, dopo una settimana di inverno uggioso, finalmente il tempo invitava a fare un giro in bicicletta. Non potevano fare altro che pedalare di qui e di l, perch il collegamento gli aveva consegnato un messaggio della direzione con l'ordine di non agire fino a nuovo avviso. Dal che avevano dedotto che il commando Donosti stava preparando qualche ekintza importante e loro non dovevano interferire, oppure che l'organizzazione era giunta a qualche tipo di accordo sottobanco con il governo.
Joxe Mari si scoraggiava.
"Siamo un falde di seconda categoria."
E Patxo cercava di sollevargli il morale.
"Non preoccuparti. Appena ce ne sar occasione, faremo un colpo spettacolare e cominceranno a rispettarci."
"Sempre a patto che lo Stato non si cali le braghe. Perch se la lotta armata finisce all'improvviso, dimmi tu qual  stato il nostro contributo."
"Dai, non essere cos pessimista. Io credo che questa storia durer ancora qualche anno."
A Recalde, all'altezza della casa funeraria, ormai quasi alla fine dell'escursione, Joxe Mari si ferm come altre volte per dare al compagno qualche minuto di vantaggio, e poi riprese la marcia e, quando arriv, che cazzo ci fa quello l?, si meravigli di vedere Patxo fuori dal portone. Sopra, le luci spente.
Si riunirono all'angolo del palazzo.
"Non c' la moneta."
"Andiamocene."
Senza perdere tempo si diressero verso il quartiere dell'Antiguo. Si fermarono solo dopo aver superato plaza Bentaberri. L, cosa facciamo?, decisero prima di calmarsi, poi di elaborare un piano. Cal il buio. Si fecero le nove di sera. Nella zona circolavano sempre meno macchine. Il freddo, che mentre pedalavano non si era notato tanto, ora gli stava arrivando alle ossa. E Joxe Mari, il cui corpaccione iniziava a sentire la mancanza della cena, si fece fuori l'ultimo cioccolatino di quelli che era solito portare con s, oltre a banane e mele, nelle escursioni.
Una cosa avevano chiara: di notte, vestiti da ciclisti, avrebbero richiamato troppo l'attenzione.
"Dove andiamo cos conciati?"
"E con il freddo che picchia e i pochi vestiti che abbiamo, se restiamo all'aperto ci congeleremo."
"Porca puttana."
"Propongo di tornare a dare un'occhiata. Magari Txopo ha dimenticato di mettere la moneta nella cassetta. A me  gi successo una volta."
"Se se n' scordato, gli spacco il muso."
"Andiamo."
Le finestre dell'appartamento erano sempre spente. Nella strada deserta non si percepivano movimenti sospetti, anche se va' a sapere se ci sono txakurras nascosti in qualche macchina parcheggiata o dietro le tende di qualche casa vicina. Lasciarono le biciclette appoggiate al palo di un segnale stradale. Dalle loro bocche usciva un vapore denso. Patxo tremava di freddo e non nascondeva il suo timore di ammalarsi. Joxe Mari tentava di riscaldarsi saltando e facendo esercizi di ginnastica. Grugniva in continuazione. Molte parolacce e molte bestemmie, ma era incapace di uscire dalla sua indecisione.
Patxo, tormentato, naso rosso, ebbe un'idea.
"Se sale uno solo,  sufficiente. Se ci stanno aspettando, prenderanno lui e l'altro potr scappare."
"Sei un coglione. Se prendono te  come se prendono me e al contrario. Solo per le mazzate che ti danno gli sbirri in caserma canti il padrenostro in latino, in russo e in un sacco di altre lingue che non conosci."
Il gelo che stava calando, gli indumenti inappropriati per l'ora e il luogo, la fame/stanchezza/freddo, tutto li spingeva a prendere la decisione che alla fine presero. Salirono separatamente, uno in ascensore, l'altro per le scale. Lo zerbino. Al suo posto. Buon segno. Per, attenzione, la porta non era chiusa a chiave. Ormai che importa, avevano gi introdotto la loro nella serratura e succeda quel che deve succedere. Patxo, che era davanti, accese la lampada dell'ingresso. Silenzio. Tolsero la sicura alle Browning, perch loro senza ferro non vanno da nessuna parte. E per quel motivo di solito si mettevano un marsupio attorno alla vita ogni volta che uscivano a fare un giro in bicicletta.
Trovarono Txopo, cosa ti hanno fatto?, sul pavimento della sua stanza, con una guancia appoggiata su una pozza di vomito, cosciente e rannicchiato.
"Se mi muovo  peggio."
Ci misero alcuni istanti, sospettosi, ingenui, a capire che il problema del loro compagno era di origine naturale. Finch lui non disse: dov'eravate, bastardi?, loro non smisero di puntare la pistola contro le pareti, il soffitto, l'armadio, lo stesso Txopo. Perch non aveva acceso la luce? Imbecilli, perch non poteva muoversi. Non lo vedevano o che? Gli era venuto un dolore terribile appena arrivato a casa. Di colpo, in ascensore. Dove gli faceva male? Qui. E qui era una coscia, ma anche il fianco e un lato del ventre. Minacci di chiedere soccorso urlando se non chiedevano aiuto. Cercarono di sollevarlo. Impossibile: gli faceva ancora pi male. E il vomito e la puzza.
"Bisogna pulire."
"Puliscilo tu."
Joxe Mari fece cenno a Patxo di seguirlo in cucina. Dialogarono sussurranti, con la porta chiusa.
"Non possiamo fare entrare in casa i paramedici. Troppo rischioso."
"Allora bisogna fare qualcosa in fretta perch, se questo qui crepa, avremo un problema ancora pi grande."
A Joxe Mari, i gemiti di Txopo sul pavimento della sua stanza lo facevano uscire dai gangheri. Tagli corto, autoritario, capo, risoluto:
"Cambiati o metti una giacca addosso, prendi la macchina e aspetta davanti al portone".
"Sei fuori o cosa? Nel bagagliaio ci sono le casse con le armi."
Quello sguardo non ammette repliche, quello sguardo  fiamma ossidrica. Patxo: che se questa storia va a finire male non  colpa sua. Si vest in fretta, borbottante. Uscendo di casa bisbigliava non so che sulla responsabilit. E Joxe Mari si affacci nella stanza di Txopo per dirgli: tranqui, non preoccuparti, resisti e cose cos. Poi si cambi velocemente.
Dalla finestra della cucina vide avvicinarsi la Seat 127 fornita dal commando rubamacchine. Il bagagliaio, pieno di casse. Porca miseria: da una parte ti mandano una fornitura di armi e di materiale per preparare bombe, dall'altra ti dicono che per il momento non devi fare azioni. Loro avevano previsto di approfittare del buio per mettere il carico in qualche borsa sportiva, portarlo su in casa con la dovuta cautela e decidere cosa dovevano nascondere nel covo e cosa no.
Non c'era tempo da perdere. Joxe Mari tir Txopo per i piedi per allontanargli la faccia dalla pozza di vomito. Uno schifo della madonna. L'ama, quella s che serve in queste occasioni. Con un asciugamano pul un po'. Usc sulle scale e premette il pulsante dell'ascensore. I vicini? A casa loro. Li vedevano poco. Da qualche parte arrivava il suono di un televisore. Senza troppi riguardi, si caric il compagno come se fosse un sacco. Dallo spioncino verific che non fosse salito nessuno in ascensore. Allora usc con Txopo sulla spalla, scese nell'atrio e, non appena Patxo gli fece segno che la strada era libera, si affrett a scaricare il dolorante, gemente compagno sul sedile posteriore dell'auto. Lui si sedette davanti e diede l'ordine di partire.
"Dove andiamo?"
"Prosegui dritto. Poi ti dico."
Lasciarono Txopo in una posizione indefinibile, non si sa bene, seduto?, rannicchiato?, su una panchina dei giardini di Ondarreta, vicino alla strada che sale a Igueldo. Patxo temeva per il compagno.
"Si congeler."
E Joxe Mari taceva, finch, percorrendo calle Matta, una cabina telefonica colp la sua attenzione.
"Fermati. Scendo qui. Tu va' a casa."
La prima cosa: entr in un bar, l vicino. E mentre beveva una birra sfogli l'elenco telefonico. Poi, dalla cabina, chiam l'Ospedale della Croce Rossa, la cui facciata principale poteva vedere dall'altra parte della strada. Senza troppe spiegazioni, disse:
"Senta, qui c' un ragazzo che sta molto male".
Spieg dove e, quando ebbe la sicurezza di essere stato capito, riagganci. Solo un minuto dopo, un'ambulanza gli pass vicino, probabilmente diretta nel posto indicato.
Trascorsero due giorni, due lunghi giorni senza ricevere nessuna notizia di Txopo. Poi suonarono al campanello. Sussultarono. Sar lui? Dal citofono: dovevano aprire. La stessa notte del ricovero in ospedale era riuscito a espellere con burina il calcolo renale che l'aveva tormentato. Per sicurezza, l'avevano trattenuto ventiquattr'ore in osservazione. Chiese scusa ai compagni per il fastidio che aveva causato e ringrazi per l'aiuto. Che ne dicevano di festeggiare? Come? Si offr di preparare per loro una cena di lusso. Calamaretti en su tinta, merluzzo in salsa, quello che volevano. Joxe Mari:
"Mi ricorda la mia amatxo, che fa sempre pesce per cena".
Txopo disse che avrebbe comprato lui gli ingredienti e si sarebbe occupato di tutto. Loro dovevano soltanto metterci la fame. Benissimo. Subito dopo and nella sua stanza. Sul pavimento c'erano ancora l'asciugamano sporco e la pozza ormai secca di vomito.
*****

91

La lista

Ricevettero una lista di nomi e indirizzi tramite i soliti canali. Imprenditori della zona, proprietari di ristoranti e negozi, insomma, persone con beni di fortuna che non avevano saldato i conti con l'organizzazione. In totale, nove tizi. La nota non era accompagnata da istruzioni n ce n'era bisogno. Un nome richiam l'attenzione di Patxo.
"Qui c' uno del tuo paese."
"Lo chiamiamo il Txato. Ha una ditta di camion vicino al fiume, un po' pi su dell'orto di mio padre. Non sapevo che era di quelli che non pagano. Brutto stronzo!"
Proposta di Txopo: visto che l'obbiettivo era conosciuto e facilmente localizzabile, che ne dite di iniziare da lui? Si sarebbe trattato di scoprire che itinerari percorre, a che ora, se  in compagnia e tutto il resto.
Patxo approfitt dell'occasione per prenderlo in giro.
"Magari a Joxe Mari non piace l'idea. Essendo uno del suo paese, forse la cosa cambia un po'."
"Cosa cambia? Sei un subnormale o che? A me che me ne importa di dove  il nemico. Come se fosse un famigliare. Se bisogna stroncarlo, lo si stronca. Qui gli ordini non si commentano e non si discutono."
Concordarono sul fatto che lui non partecipasse alla vigilanza per non mettere a rischio la sua sicurezza e quella del commando. And, quello s, in paese con i suoi compagni la prima sera, con la Seat 127. Senza scendere, spieg tutto. Questa  l'azienda. Lui abita qui, al primo piano. L, dove c' scritto Arrano Taberna, dovete chiedere di Patxi. E poi si limit a supervisionare le azioni del talde dall'appartamento di San Sebastian. Perch non ci fossero dubbi:
"Alla fine, se decidiamo di colpire, io ci sar".
Con la sua cautela abituale, Patxi, il mai protagonista, il mai arrestato, con tutto che era il capo della combriccola abertzale del posto, procur loro un alloggio tramite una terza persona. Subito dopo fece sapere che si disinteressava della faccenda e chiese di non andare alla Arrano. Joxe Mari, comprensivo:
"Ha ragione. L ci conosciamo tutti. Due di fuori richiamano troppo l'attenzione. Basta che ne rimanga uno".
Patxo si stabil in paese per una settimana. A Txopo toccava andare ogni giorno da un appartamento all'altro con informazioni, messaggi, avvisi, ma pernottava sempre nella casa di San Sebastian, dove inoltre si occupava di scrivere i rapporti, cosa della quale Joxe Mari gli era gratissimo, visto che lui, la scrittura, non era pane per i suoi denti.
Sette giorni bastarono a Patxo per mettere insieme informazioni sufficienti. Ne aveva d'avanzo, diceva. E aggiorn i compagni sulle sue indagini.
"Quello che mi ha prestato la stanza lavora nella ditta dell'obbiettivo."
"Come si chiama?"
"Andoni."
"Lo conosco.  un tipo tosto del sindacato LAB."
"Con il suo aiuto sono riuscito a sapere un sacco di particolari sulla vita del capitalista, che lui non sopporta."
Joxe Mari, in disaccordo, puntualizzatore:
"A me pare che la lotta armata non  una questione di sopportare o non sopportare il prossimo. Vale a dire che non  che ci mettiamo a colpire quelli che non ci stanno simpatici. Perch, se  per questo, ora come ora dovrei piantargli quattro colpi, a Andoni. Perch? Perch  una brutta bestia. Gli viene dalla famiglia. Suo zio Sotero era di quelli che ai tempi di Franco appendeva al balcone la bandiera spagnola e adesso  di Herri Batasuna. Io, di questi tipi, non mi fido, cosa volete che vi dica. Il Txato, come persona, mi  pi simpatico; ma  chiaro che devo agire contro di lui perch cos esige la liberazione di Euskal Herria".
"Va bene, non ti scaldare e lascia fare rapporto a Patxo."
"Stavo dicendo. L'imprenditore cambia spesso percorso, anche se non  che ha molto da scegliere. Usa la macchina. Andoni, che mi ha raccontato un sacco di cose su di lui, mi ha confermato che non ha un orario di lavoro fisso. Da notare che  il capo; comincia e finisce quando gli gira. Per, attenzione. La prima cosa che fa quando esce dal portone  andare a piedi in un garage che non sta nella stessa strada di casa sua, ma in un'altra che fa angolo."
"Ma che novit. Da bambino ci sono stato un mucchio di volte."
"In quei quaranta o cinquanta metri, fra il portone e il garage,  facile beccarlo, sia all'andata sia al ritorno. Soprattutto il tratto fra il garage e l'angolo mi sembra l'ideale per un'ekintza. La strada  stretta, abbastanza buia, e quasi non ci passano persone o macchine. Sequestrarlo sarebbe facile."
"S, per non abbiamo infrastruttura. Dove lo mettiamo? E poi non si pu fare senza consultare la direzione. Perci, sequestro, niente da fare. Il Txato mi riconoscerebbe a occhi chiusi, soltanto dalla voce. Scordatelo."
"Non ho detto di sequestrarlo, ma che sarebbe facile farlo."
"Allora spiegati meglio."
"Non va mai nei bar. Questo me l'aveva anticipato Andoni. Prima s, ci andava. Adesso no perch la banda abertzale del paese lo fa cacare sotto. Si sveglia prestissimo. Di solito fra l'una e l'una e mezza va a pranzo a casa. Mentre sono stato l, non l'ha fatto soltanto una volta. Dice Andoni che, a seconda dei giorni, rimane a mangiare in ufficio. Esce di casa per tornare al lavoro verso le tre e mezza, minuto pi minuto meno. Luned  uscito alle quattro meno un quarto. Come sempre, va a piedi fino al garage e prende la macchina, una Renault 21 rossa. Fare un'ekintza alla fine della giornata lo vedo complicato. L'altroieri si sono fatte le undici e il tipo non era ancora arrivato. Me ne sono andato."
"Scorta?"
"Niente. Vi ripeto che quest'obbiettivo  cotto al punto giusto."
Per Joxe Mari la cosa non era cos chiara, scuoteva la testa, esitava: dovremmo prima di tutto, bisognerebbe che. I compagni non avevano la minima difficolt a smontare ogni suo rilievo. Che quello era un gioco da ragazzi: poco impegno logistico, vittima senza vie di fuga, paese dove anche i lampioni sono abertzale, facile ritirata. Che altro voleva? Invece niente da fare. Lui andava avanti, dagli e ridagli, con i suoi scrupoli e le sue obiezioni. Loro: che da tempo Patxi stava preparando il terreno con una campagna di scritte e intimidazioni, e che:
"Ora come ora non c' un cristo che muova un dito per quell'imprenditore".
"Cazzo, quello che non voglio  che Patxi, Andoni e tutti loro si credano i padrini dell'ekintza. Non siamo i loro cani da caccia. Chi ci assicura che poi non vanno in giro per il paese a raccontare questo e quell'altro, o che tra loro non ci sia una talpa? Hanno fornito la loro collaborazione. Bene. Ma poi il quando, il dove e il come lo decidiamo qui, tra di noi."
"Bene, se  per questo lasciamo passare un po' di tempo prima di colpire."
" quello che intendevo, come la mettete voi  tutto troppo precipitoso. E meno gente sa quello che bolle in pentola, meglio ."
Cos fecero e, nel frattempo, fine primavera, l'intera estate e parte dell'autunno, si occuparono di altri nomi della lista. Uno di loro era il proprietario di un'officina metallurgica di Lasarte. Quando si accorsero che l'obbiettivo, un grassone di una sessantina d'anni, parcheggiava la macchina in uno spiazzo incolto nei pressi dell'officina, pensarono: perch non gli mettiamo una bomba sotto la macchina? Pi che altro per provare, dato che, al di l del corso sulle armi, non ne avevano preparata nessuna ed era ormai ora di cominciare. Perci, niente, un giorno Joxe Mari si avvicin e, detto fatto, piazz l'ordigno sotto l'auto. Da l and con Patxo a passare il pomeriggio in una sidreria vicina ad aspettare tranquillamente il botto. Si giocarono le consumazioni.
"Se esplode prima delle otto, vinco io."
Non ci fu esplosione, non ci fu botto, nessuno vinse la scommessa. A sera inoltrata, lasciarono la sidreria. Che cosa strana.
Magari il proprietario dell'officina se n' andato a casa a piedi, o in bici, o sono andati a prenderlo, o che cazzo ne so. Arrivati nel loro appartamento chiesero a Txopo. Non ne aveva la minima idea. Prima accesero il televisore, poi la radio, infine lo scanner per intercettare le comunicazioni della polizia. Niente. Il giorno dopo, aspettarono che da un momento all'altro fosse diffusa la notizia. Attesa vana. Lasciarono passare altre ventiquattro ore prima di andare sul posto. Stavolta si spostarono in bicicletta. La macchina del grassone non era nello spiazzo. Forse su un lato o dietro l'officina? Nemmeno. Conclusione: la bomba non aveva funzionato.
Joxe Mari, di cattivo umore, ricordandosi delle parole che diceva sempre l'istruttore:
"Non  stata la bomba a non funzionare, ma noi".
E ripercorsero insieme i passi che avevano fatto per preparare l'ordigno. Al corso avevano insistito perch facessero sempre prima delle prove. Le avevano fatte. Che accidenti poteva essere successo?
Patxo:
"Sai cosa penso? Che il grassone ha fiutato la cosa e ha chiamato gli txakurras".
"Non credo. Se fossero intervenute le forze speciali dei TEDAX, la storia sarebbe arrivata ai giornali. Per me la bomba si  staccata ed  rimasta abbandonata sul ciglio di qualche strada."
Per prendersi la rivincita con il grassone, decisero di fargli saltare in aria l'officina. Nemmeno le fondamenta sarebbero rimaste, cazzo. E furono Joxe Mari e Patxo a esaminare una mattina il terreno per vedere dove conveniva mettere la bomba in modo da causare il maggior danno possibile, e al posto dell'officina trovarono un capannone vuoto. Non c'era pi nemmeno il cartello all'ingresso. Si seppe poi che al grassone era venuta la strizza e aveva chiuso l'attivit o se l'era portata in un posto pi sicuro. La bomba, che avevano gi montato, con sei chili di ammonal e il timer, la destinarono a un altro della lista, proprietario di un bar. I mezzi di comunicazione misero in risalto la gravit dei danni. Non si registrarono feriti.

***** 

92

Il figlio che amava di pi

Gli hanno annunciato una visita in parlatorio. Ed ecco l ancora una volta gli occhi di sua madre al di l del vetro. C', in essi, un'incertezza iniziale, un timore trepidante finch non lo vedono arrivare, grande e apparentemente sano, sebbene senza capelli. Allora si addolciscono; diventano chiari, affettuosi, materni; sembrano conservare un vestigio di giovinezza in mezzo ai lineamenti sempre pi marcati dalle stragi della vecchiaia.
Il aita viene poco in carcere, una o due volte all'anno. Lei lo imputa alle fatiche del lungo viaggio in autobus e al fatto che tuo padre non  pi quello che era, e si scaglia contro lo Stato (Miren non dice mai Spagna) per la politica di dispersione dei detenuti dell'ETA. Per Joxe Mari sa che sua madre preferisce che Joxian non venga. Il fatto  che si emoziona. Il fatto  che ogni volta molla la lacrima: suo figlio, tanti anni, morir senza vederlo libero. E lei crede che cos tiri gi il morale a Joxe Mari.
E poi, di solito, durante il viaggio litigano. Per stupidate. Gi prima di partire, a casa, lo rimprovera per la rasatura o gli dice che gli escono i peli dalle orecchie, e poi, sull'autobus, lo avverte, lo riprende, gli rivolge rimproveri alla presenza di altri famigliari di detenuti. In questo modo va corrodendo il suo amor proprio, e lui si offende e si offende sempre pi e alla fine contrattacca goffo, incazzato, maleducato. E al ritorno lo stesso. Perci  meglio che resti a casa.
Joxe Mari si aspettava il solito repertorio: le lamentele per la scomodit del viaggio, la disumanit della dispersione, il caldo dell'Andalusia. Perch devono punire noi famigliari dei detenuti? E anche gli abituali pettegolezzi del paese, le ultime morti, i lenti progressi di Arantxa nella riabilitazione.
E tuttavia, oggi  stato diverso. Quello che succede  che, attenti a cosa diciamo, si sentono sorvegliati. Parlano in euskera, ma sicuramente i carcerieri registrano di nascosto la conversazione e hanno chi gliela traduce. Perci non toccano gli argomenti politicamente sensibili o, se non c' altra scelta, li toccano sussurrando, con giri di frase e sottintesi e mezze parole. Dopo tanti anni sono diventati esperti in quel tipo di comunicazione. Si capiscono, vanno d'accordo, basta guardarsi negli occhi per sondarsi reciprocamente i pensieri. E lei, cos parca per tutta la vita nell'espressione delle emozioni, gli ha detto una volta, inaspettatamente, con il vetro di mezzo, che lui era il figlio che amava di pi.
E qual  stata la novit di oggi? All'improvviso, dopo dieci minuti di conversazione, Miren si mette a parlare tutta misteriosa, bisbiglia, dice. Cosa? Che c' un problema che non la lascia dormire di notte. E vedendo il suo aspetto preoccupato, Joxe Mari ha capito che si trattava di una di quelle faccende di cui non conviene discutere apertamente in parlatorio. L'aita? Arantxa? Miren nega. La pazza? Annuisce. Di nuovo? Annuisce ancora mentre avvicina la mano al vetro e le mostra le lettere fitte che ha scritto sul palmo: "Vuole sapere se sei stato tu a sparare al marito".
"Mandala affanculo."
" molto appiccicosa."
"Perch la fai avvicinare?"
"Con me non ha parlato. Uh, ci deve solo provare! Per l'aita, lo sai.   Lui si fa avvicinare e lei aspetta di beccarlo nell'orto. E poi Arantxa le scrive cose sull'iPad quando si incontrano. Io, a Celeste, le dico: tu, quando vedi la signora, te ne vai da un'altra parte. Ma nessuno mi d retta."
Ha dissimulato infilando nel dialogo una zeppa insulsa. Se ultimamente l'avevano fatto mangiare bene.
"Mettono troppo sale a tutto."
E nel frattempo Miren ha mostrato al figlio il palmo dell'altra mano: "Cosa le rispondiamo".
"Perch, altrimenti, ci contagia con la sua pazzia. Ti ho gi detto che non riesco a dormire."
"In paese non ci sono un paio di ragazzi che possano scacciare via quella moscaccia? Ai miei tempi queste cose non succedevano."
"Il paese non  pi quello che era. Adesso non si vedono scritte o manifesti come prima. E tutto un po' morto."
"Cazzo, ma qualcuno ci sar pure. Parla con chi sai."
"Da quando ha chiuso la taverna non lo vediamo quasi pi. Sembra che nessuno voglia saperne niente. Ora  tutto un parlare di processo di pace e che bisogna chiedere perdono alle vittime. Perdono un fico secco. E noi non siamo vittime? Contiamo sempre meno, ci hanno lasciati soli. E se apri bocca, arrivano e ti portano via per apologia del terrorismo."
Steso sulla branda, Joxe Mari guardava il pezzo di cielo racchiuso nel quadrato della finestra. Cielo azzurro del pomeriggio, attraversato da una scia di fumo bianco di un aereo. Mi accorgo di crollare. Gli bruciava lo stomaco. Dicono che mettono delle polverine nel cibo per ammansire i detenuti. E a lui, che aveva fama di etarra duro, magari gliene mettevano una dose doppia. Sar questo o qualcosa di peggio? Orribile prospettiva: morire di cancro qui, senza tornare mai pi al paese. Ci ha pensato molte volte. Ci sono stati dei casi.
Al posto del cielo azzurro, adesso vedeva dalla finestra le mani di sua madre e quello che vi aveva letto. A me, non venitemi a parlare di vedove afflitte. Se vogliono riavvolgere il film della loro storia, che vadano negli archivi. Quel che  fatto,  fatto.  finita la lotta armata? Perfetto. Gora ETA per i secoli dei secoli e guardare avanti.
All'improvviso, contro la sua volont, ha iniziato a piovere abbastanza forte. Dove? Nel ricordo. Stava crollando a poco a poco. Il duro, il primo a iniziare gli scioperi della fame e l'ultimo a interromperli, quello che prendeva la parola nelle assemblee per sminuire i detenuti che abboccavano all'amo del reinserimento.
Per un uomo pu essere una nave. Un uomo pu essere una nave con lo scafo d'acciaio. Poi passano gli anni e si formano delle incrinature. Di l passa l'acqua della nostalgia, contaminata di solitudine, e l'acqua della consapevolezza di essersi sbagliato e di non poter rimediare all'errore, e quell'acqua che corrode tanto, quella del pentimento che si sente e non si dice per paura, per vergogna, per non fare brutta figura con i compagni. E cos l'uomo, ormai nave incrinata, andr a picco da un momento all'altro.
La finestra della cella si ricopre di un grigio repentino. Non smetteva di piovere dal pomeriggio precedente. Un vantaggio  che il cattivo tempo spazza via la gente dalle strade. Nessuno ha voglia di fermarsi a parlare, tutti vanno in fretta l dove devono andare. A poca distanza dall'incrocio, c'era la cabina telefonica. Davvero, era come se l'avessero messa l apposta per facilitargli l'ekintza. Cio? E che, da un lato, l dentro non si bagnava; dall'altro, la cabina gli offriva un nascondiglio e allo stesso tempo un punto di osservazione insuperabili. Si avvicinava qualcuno del posto? Allora lui poteva fingere di parlare al telefono. Aiutavano anche i vetri un po' appannati. E con il cappuccio tirato su, non te lo dico nemmeno. Una persona del paese avrebbe dovuto introdurre la testa nella cabina per verificare che quello l dentro era proprio lui.
Aveva visto comparire la Renault 21 all'imbocco della strada. Aveva avuto un tuffo al cuore. Nervoso? Be', s, un poco; ma non come ai primi tempi, quando gli tremavano le gambe. A forza di attentati aveva imparato a mantenere la calma. Ne aveva parlato con Patxo, al quale, a quanto diceva, succedeva la stessa cosa ogni volta che si avvicinava il momento di agire.
" normale. Non siamo psicopatici."
Un impulso istintivo lo aveva indotto a tastare l'ingombro della Browning nella tasca della tuta. Soprattutto, non sbagliare. Aveva confusamente intravisto il profilo del Txato dentro l'auto. A quelle grandi orecchie rimangono al massimo tre, quattro minuti di vita. Particolare tranquillizzante: l'obbiettivo era da solo. Patxo, per tutti i giorni che aveva indagato in paese, non l'aveva mai visto andare o venire in compagnia.
Dopo che il Txato aveva svoltato l'angolo, Joxe Mari, lo sguardo fisso sulla lancetta dei secondi dell'orologio, aveva aspettato che fosse passato mezzo minuto prima di uscire dalla cabina. Era un supplemento temporale di vita che aveva concesso al Txato in modo che aprisse la porta del garage senza allarmarsi n avere sospetti. Gli era sembrato che la lancetta si muovesse pi lenta del solito. Dai, dai. Era arrivato all'angolo in tempo per vedere il Txato tornare in macchina ed entrare nel garage. Il piano: all'uscita gli sarebbe andato incontro e l'avrebbe giustiziato. Un colpo gli sembrava poco. Meglio andare sul sicuro in caso la vittima dovesse riconoscerlo e sopravvivere. Poi, senza indugi, ma nemmeno con una corsa sventata che avrebbe potuto attirare gli sguardi dei vicini, si sarebbe diretto verso il luogo dove Patxo lo stava aspettando con la macchina.
Il Txato aveva tardato a uscire dal garage. Cosa aspettava? Forse sperava che da un momento all'altro smettesse di piovere? Quello che si stava bagnando era Joxe Mari. Si era addossato al muro, all'angolo del palazzo, per prendere meno pioggia possibile. Sapeva che il garage non ha una porta posteriore, per cui prima o poi il Txato dovr uscire in strada per incamminarsi verso casa. Ed era uscito, senza ombrello. Eccolo li, mentre si riempiva i polmoni con le ultime boccate d'ossigeno della sua vita, a circa dieci passi di distanza. E aveva, visto di profilo, mentre girava la chiave, un leggero movimento/tremito alle labbra come di chi parla da solo o canta tra s. Non appena aveva cominciato a camminare, mi aveva visto. La Browning impugnata nella tasca e il Txato, cosa fa, cosa accidenti fa, attraversa la strada e viene dritto verso di me. La scena non era prevista nel copione.
"Ehi, Joxe Mari. Sei tornato? Sono contento."
Quegli occhi, quelle orecchie enormi, quell'aria amichevole. L'amico di suo padre che gli comprava i gelati quando lui era bambino. La campana della chiesa aveva battuto l'una. Quel rintocco familiare, metallico, perentorio, gli era risuonato uguale alla parola no. Non farlo. Non ucciderlo. Erano rimasti muti uno di fronte all'altro. Ed era evidente che il Txato aspettava una risposta alle sue parole gentili. Sono un membro dell'ETA e sono venuto a giustiziarti. Ma non glielo aveva detto. Non gli era venuto. L in alto la campana aveva suonato un no.
Era il Txato, cazzo. I suoi occhi, le sue orecchie, il sorriso. E Joxe Mari si era voltato e se n'era andato, non di corsa, quello no, ma a passo sostenuto.
Era salito in macchina, aveva sbattuto la portiera.
"Non  stato possibile. C'era una persona di mezzo. Parti, andiamo a mangiare."
"Ti ha visto?"
"Non credo."
"Potremmo provarci quando va al lavoro. Come la vedi?"
"Non lo so."
" da molti giorni che non facciamo un'azione."
"Va bene, ma allora tu ti infili nella cabina telefonica e io aspetto in macchina. Oggi mi sono gi bagnato abbastanza."
"Per me..."
Hanno segnalato a Miren che il tempo stava finendo, signora. E lei non si  degnata di guardare l'agente che le sta parlando. Alzandosi dalla sedia, ha iniziato ad accomiatarsi dal figlio.
"Bene, maitia, coraggio e lo sai, eh? Vengo fra un mese o magari prima se tua sorella non ha una ricaduta."
"Non parlare con quella pazza, ama. Neanche una parola. Se vuole informarsi, consulti gli atti del tribunale."
"Ci si  messa d'impegno per intrufolarsi nelle nostre vite.  molto appiccicosa."
"Tu non darle retta. Prima o poi si spiccicher."

*****

93

Il paese dei muti

Risulta che Ramuntxo venne a sapere la notizia a casa sua, dalla radio, e invece Gorka, che era al lavoro, molto impegnato a registrare prima un'intervista con un editore, poi un'altra con un libraio di Bilbao, non aveva la minima idea di quello che era successo.
Met pomeriggio di un giorno feriale come tanti. Due colleghi chiacchieravano nell'ufficio vicino. Uno di loro, appena rientrato alla radio, disse fra le altre cose: non smette di piovere, c' stato un attentato, quando arriva Ramuntxo? Gorka non diede la minima importanza a quelle parole.
Cosa gli importava se pioveva visto che ancora per molte ore la sua giornata di lavoro non sarebbe finita? Quanto alla seconda cosa, era cos abituato al fatto che si verificassero azioni violente dell'ETA che difficilmente un'altra poteva sorprenderlo. Con gli anni, aveva sviluppato una crosta di rassegnazione. Sono forse l'unico? Non  che gli omicidi della banda lo lasciassero indifferente, ma si erano trasformati in una routine che gli offuscava gli organi dell'indignazione e della compassione. Cos, a meno che l'attentato non provocasse un numero elevato di morti, come quello dell'Hipercor di Barcellona, che quello s che gli aveva rovinato la giornata, o che tra i morti non ci fossero dei bambini, si limitava a registrarlo e a tenere per s le sue opinioni.
Al contrario, ogni volta che gli arrivava alle orecchie la notizia della cattura di un commando, gli si accelerava il battito del cuore e correva a verificare se suo fratello era tra gli arrestati. Gorka desiderava intensamente che lo distogliessero prima possibile dalla lotta armata. L'aveva detto a Ramuntxo (e a nessun altro) in pi di un'occasione.
"Il giorno che lo prenderanno sar contento. Per lui, ma anche per la mia famiglia. Ha rovinato la vita ai miei genitori."
Poco prima delle sette, Ramuntxo arriv alla radio, le spalle dell'impermeabile punteggiate di macchioline umide.
"Hai sentito dell'attentato di questo pomeriggio?"
"Non ne so niente."
"Hanno ammazzato un imprenditore del tuo paese."
"Come si chiama?"
"Il nome non lo so; ma, se vuoi, lo scopriamo subito."
"No, no, lascia perdere."
Che fu come se avesse detto: lo scoprir da solo, quando accanto a me non ci sar nessuno preoccupato della mia reazione. E anche se, per quanto passasse in rassegna nomi e volti, non gli veniva in mente chi potesse essere la vittima, intu che nello scoprire la sua identit avrebbe avuto una sgradevole, triste sorpresa.
Pens a proprietari di fabbriche e officine, a commercianti, a gente del paese in affari. Si ricord di qualcuno, tutti nazionalisti dichiarati, oltre che euskaldunes, a cui forse l'ETA poteva fare un po' di pressioni, com'era successo tante volte, soprattutto per cavargli soldi ma senza togliergli la vita, visto che in quel caso la banda avrebbe dovuto vedersela con il Partido Nacionalista Vasco. Insomma, non ne veniva fuori, e siccome gli bruciava la curiosit, a un certo punto, senza salutare i colleghi, scese al bar all'angolo.
Il Txato. Sul bancone c'era la tazzina di decaffeinato che aveva ordinato. Non l'aveva assaggiato. Il Txato. La sua foto in bianco e nero sullo schermo del televisore. Che spavento, che brutta roba. Il Txato. E di ritorno alla radio, in ascensore, gli si mise di traverso in gola una sensazione dolorosa di tristezza ricordando che il Txato era l'uomo che da bambino gli aveva insegnato ad andare in bicicletta. Anche suo padre aveva collaborato, ma quello che davvero gli aveva dato i consigli buoni e gli aveva spiegato il modo giusto di pedalare senza cadere era stato il Txato. E correva al mio fianco nel parcheggio della sua azienda, prendendo e mollando il sellino della bici di Xabier, pronto in ogni momento ad afferrarmi non appena mi inclinavo troppo su un lato. Gli aveva promesso che, se imparava, gli avrebbe regalato una bicicletta, e me l'aveva regalata, la prima bicicletta della mia vita, e adesso  morto, l'hanno assassinato.
Ramuntxo, che l'aveva visto entrare, gli lesse subito in faccia da dove veniva e cosa aveva scoperto.
"Allora lo conoscevi."
"Devono essersi sbagliati. Forse ne avevano puntato un altro e hanno ucciso quello che non dovevano."
"Sar di quelli che si rifiutano di pagare l'imposta rivoluzionaria."
"Lui e mio padre facevano coppia al mus, amici da una vita, anche se, a quanto mi ha raccontato mia sorella al telefono, ultimamente era successo qualcosa fra loro e non si parlavano."
"Magari si sar sbilanciato politicamente."
"Non credo. Era un uomo apolitico e anche un uomo buono, che dava lavoro ad altri, molto socievole con la gente del paese e, naturalmente, euskaldun."
"Be', buono o no, qualcosa avr fatto. L'ETA non uccide senza ragione. Occhio, che non sto difendendo la lotta armata. Non mi fraintendere."
"Non lo so, non lo so.  da tanto che non vado da quelle parti e sicuramente mi sono perso qualcosa."
"Vuoi che ci andiamo questo fine settimana e portiamo Amaia?" 
"No, meglio di no."
Pi tardi, Ramuntxo entr in studio per fare il suo programma di attualit musicale in Euskal Herria. Gorka ne approfitt per chiamare casa dal telefono della radio. Rispose Joxian.
"L'ama non c'.  andata in piazza, a una manifestazione per l'amnistia."
"Dopo poche ore che hanno ammazzato uno del paese?"
"Gliel'ho detto: a te manca una rotella. E con la pioggia a dirotto che c'. Ma le  venuta la febbre abertzale. Non si riesce a fermarla."
Joxian sembrava spento, timoroso, esitante, al telefono. Disse che non voleva uscire di casa. Per non sentire particolari su quello che era successo?  che non la smette di piovere. E i reumatismi. E, finalmente, forse sincero:
"E poi non ho voglia di vedere nessuno".
La conversazione, sconnessa, fin in uno stagno di silenzio, rotto dopo alcuni istanti da Gorka:
"Dove l'hanno ucciso?"
Non disse chi. N il padre n il figlio pronunciarono una sola volta il nome o il soprannome della vittima.
"Vicino a casa sua. Lo stavano aspettando."
"Ho sentito che non vi frequentavate pi."
"Come fai a saperlo?"
"Aita, di tanto in tanto parlo con qualche amico del paese."
"E con Arantxa?"
"Anche."
Joxian considerava il morto un suo amico. Nonostante tutto. Qui, nel mio cuore. Non si parlavano, un po' per timore di quello che avrebbe detto la gente, un po' per Miren, che non lo sopportava. Che non gli venisse in mente di incontrarlo, gli diceva. Non capisci che ti possono vedere? Doveva essere per la storia di Joxe Mari, sicuro. L'ha sconvolta. O anche per la morte del figlio del macellaio. Quella morte ha portato molto rancore in paese. Qui nessuno crede che si  tolto la vita. E se fosse per Joxian, farebbe le condoglianze a Bittori, perch  da persone perbene farlo dopo tanti anni di amicizia, ma non lo potr fare. Joxian non si sentiva abbastanza forte per andare a casa sua. Per andarci di nascosto, come, senn?, e guardarla negli occhi. A parte che quella povera donna star soffrendo e lui riconosce che non sa gestire certe situazioni. Non  che lui, Gorka, poteva scriverle da Bilbao un biglietto di quelli con il bordo nero?
"Ci metti Gorka e famiglia."
"E perch non lo fai tu? Non avresti bisogno di guardarla negli occhi. Metti Joxian e famiglia, ed  fatta."
"Figlio mio, cosa ti costa scrivere due parole? Per una volta che ti chiedo un favore."
"Va bene, vedr."
La sera, Gorka stava facendo un massaggio a Ramuntxo su un lettino pieghevole che avevano comprato apposta. Lo coprivano con gli asciugamani per non sporcarlo, visto che di solito si ungevano reciprocamente con dell'olio. Mentre frizionava la schiena di Ramuntxo, Gorka riferiva dettagli sulla conversazione telefonica con il padre.
"Scriverai alla vedova?"
"Certo che no. E se non c' altra scelta, dir al mio aita che l'ho fatto. In fin dei conti, non pu verificarlo. Perch mi comporto cos?"
"Per vigliaccheria."
"Esatto. Perch sono un vigliacco come lui e come tanti altri che a quest'ora, al mio paese, staranno dicendo a bassa voce per non farsi sentire: questa  una bestialit, un inutile spargimento di sangue, cos non si costruisce una patria. Per nessuno muover un dito. A quest'ora avranno gi ripulito la strada con una pompa perch non resti traccia del delitto. E domani ci saranno mormorii nell'aria, per in fondo tutto continuer come prima. La gente andr alla prossima manifestazione a favore dell'ETA, sapendo che conviene farsi vedere nel branco.  il tributo che si paga per vivere tranquilli nel paese dei muti."
"Vabbe', dai, non farti cattivo sangue."
"Hai ragione. Con che diritto posso rimproverare qualcuno per qualunque cosa? Sono uguale agli altri. T'immagini se domani tu e io condannassimo alla radio l'assassinio di oggi? Prima di mezzogiorno ci avrebbero gi tagliato le sovvenzioni o ci avrebbero licenziati. Con i libri  la stessa cosa. Non appena sgarri diventi un appestato, o addirittura un nemico. Chi scrive in castigliano ha ancora qualche via d'uscita. Lo pubblicano a Madrid o a Barcellona, e magari, con fortuna e talento, tira avanti. Ma per noi che scriviamo in euskera non  cos. Ti chiudono le porte, non ti invitano pi, non esisti. Io ho ben chiaro che passer la vita a scrivere per i bambini, anche se ne ho fin sopra le orecchie di streghe, draghi e pirati."
"E quel romanzo che avevi in mente?"
"Gli appunti sono l. Magari lo scrivo. In quel caso far in modo che met della storia si svolga in Canada e l'altra met su un'isola sperduta."
"Non  la tua giornata, ragazzo. Meglio che finisci il massaggio e ce ne andiamo a letto."

*****

94

Amaia 

A Ramuntxo la custodia di Amaia toccava ogni due fine settimana. Farsi carico della figlia, che adorava, comportava per lui quarantott'ore di timori, insicurezze, stress, delusioni. La sua convinzione: che come padre era un disastro, che faceva tutto male. E la bambina, insomma, non che da parte sua ci mettesse un briciolo di impegno per spianare le difficolt. Gorka non aveva dubbi: quella bestiolina soffre di qualche disturbo della personalit. Non appena la sentiva arrivare si metteva in guardia. Vediamo stavolta cosa ci fa/rompe/rovina.
Dopo il divorzio, la madre era andata a vivere con la bambina a Vitoria, il che, a fine settimana alterni, costringeva Ramuntxo a un doppio spostamento in macchina, quello del venerd pomeriggio, quando andava a prendere la figlia, e quello della domenica, sempre di pomeriggio, quando la riportava, quasi sempre arrabbiato con s stesso. La storia, salvo eccezioni, si ripeteva immutabile. All'andata, lui viaggiava carico di aspettative che poi la bambina mandava all'aria. Con lei, Ramuntxo portava agli estremi la condiscendenza, la viziava ed esaudiva qualunque suo capriccio senza che la piccola Amaia lo ricompensasse con un gesto di allegria, non diciamo di entusiasmo. Come pu una creatura cos tenera racchiudere tanta freddezza? L'unica risposta che veniva in mente a Ramuntxo era che la madre parlava in continuazione male di lui alla bambina.
Quando Gorka l'aveva conosciuta, Amaia aveva otto anni. Gi allora era una persona inesplicabile, sempre con la stessa espressione seria. In qualunque momento poteva farti una diavoleria, darti una brutta risposta con una specie di calma maligna, trovare il punto esatto per farti uscire dai gangheri. All'improvviso faceva o diceva qualcosa da bambina ritardata; un minuto dopo dava prova di un'intelligenza superiore. Il tempo non aveva migliorato le cose. Man mano che cresceva divent pi complicata, pi imprevedibile e, soprattutto, pi difficile da accontentare. Una ricattatrice, secondo Gorka.
Ramuntxo:
"Non me lo dire, che mi butti gi".
Era stupenda. Una bambolina con i riccioli, gli occhi neri-neri e delle labbra lunghe e sottili che le dipingevano sul viso aggraziato una nota prematura da donna. C'erano giorni in cui parlava poco. Ore in silenzio, assorta, indolente. Altre volte costava sforzo e pazienza farla tacere. Le parlavi in euskera, ti rispondeva in castigliano; continuavi la conversazione in castigliano, passava all'euskera. All'ora di mangiare, non si sapeva mai come le girava. Un giorno divorava con appetito due piatti di spaghetti con salsa di pomodoro e formaggio; alla visita successiva, rifiutava quello che sembrava esserle tanto piaciuto la volta precedente.  cos con tutto: con i giochi, con i posti dove padre e figlia andavano a divertirsi, con le favole che Ramuntxo le raccontava la sera, a letto, prima di spegnere la luce. Oggi s, domani no, e viceversa. E a volte, senza alcun motivo apparente, scoppiava a piangere. Allora Ramuntxo si faceva prendere dal panico. Che faccio, che faccio? Anche a lui si inumidivano gli occhi. E, paralizzato e triste, confessava a Gorka che non sapeva gestire la bambina e che, se va avanti cos, la perder.
"Hai mai provato a darle un bel ceffone?"
"Non ho provato e non ci prover. Lo racconta alla madre e non vedo pi mia figlia per ordine del giudice."
"Forse, a modo suo, Amaia te lo sta chiedendo. Aita, dammi uno schiaffo, tirami fuori dal labirinto."
"Si sente che non sei padre. Hai appena detto la pi grande scemenza da quando ti conosco."
L'arrivo della bambina a casa aveva conseguenze dirette anche per Gorka. Quali? Be', tanto per cominciare, era costretto a dormire nel suo studio, su un sottile materasso pieghevole. Finch c'era la bimba, niente massaggi, niente intimit tra i due abitanti della casa. Ramuntxo non aveva un secondo che non fosse dedicato alla figlia. Gorka faceva in modo di restare fuori pi tempo possibile. Spesso passava la giornata intera alla radio, leggendo libri, scrivendo racconti e poesie, e sbrigando lavori per la settimana successiva; o si faceva una scorpacciata di film passando da un cinema all'altro; oppure, se il tempo lo consentiva, se ne andava a piedi per la riva della  ra fino a Erandio e perfino oltre, fino ad Algorta, e tornava in autobus. Qualche volta ne approfittava per andare a trovare la sorella a Renteria, di nascosto dai genitori. Al suo paese quasi non ci andava. Soltanto quando non poteva evitarlo. A Natale e poco pi. Per non esporsi alle sfuriate di rimproveri materni. Per non farsi avvicinare da nessuno per strada.
"Kaixo, Kartujo. Quanto tempo."
Preferiva sopportare le trovate della bambina, anche se soffriva per Ramuntxo. Una tipica marachella: se ne stavano tranquilli a casa, la bambina seduta davanti al televisore, e all'improvviso, clic, sbam, li faceva sussultare il fracasso di un oggetto di vetro o di maiolica che si era rotto. I due adulti si avvicinavano in fretta. Ai loro occhi si presentava un'immagine per nulla insolita: Amaia con aria inespressiva e il pavimento intorno a lei seminato di cocci. Ramuntxo non osava sgridarla nel caso l'avesse raccontato alla sua ama. Le spiegava, la pregava, sminuiva quanto era successo, raccoglieva i pezzi disseminati o chiedeva a Gorka di farlo lui, e deviava l'attenzione della figlia verso qualche altra cosa. Idem quando ruppe la sveglia di Gorka. Ramuntxo si affrett a comprargliene una nuova, fingendo che non fosse successo nulla.
A nessuno dei due risultava che Amaia buttasse apposta gli oggetti a terra. Occhio, nemmeno che le cadessero senza volere. E, naturalmente, cercare di trovare un indizio di intenzionalit nei suoi lineamenti era impresa vana.
Una volta Gorka la sorprese a graffiarsi il dorso della mano con una forchetta finch non le spuntarono delle strisce di sangue. Nello stesso tempo, aveva la mania di allineare cose dovunque: sul tappeto, sopra il tavolo, nella vasca da bagno. File di carote prese dal frigorifero, cerchi di cucchiaini da caff, torri di libri, di cd, di qualunque cosa.
Quella bambina non era normale, a quella bambina mancava una rotella. Il fatto  che non lo poteva dire a Ramuntxo perch lo precipitava in un abisso d'angoscia.
Come quando Gorka torn un sabato dal paese, dove era andato il giorno prima. Non c'era stata altra scelta. Gli aveva telefonato Arantxa alla radio.
"Immagino che tu abbia saputo."
"S. E ti dico una cosa: ne sono contento."
"Gliele staranno suonando di santa ragione."
"Be', no, non mi riferisco a questo."
"Anch'io credo che per il suo bene  meglio che lo tolgano dalla circolazione, ma devi andare a trovare gli aitas. Non possiamo lasciarli soli in queste circostanze. Io vado nel pomeriggio, quando esco dal lavoro."
La Guardia Civil aveva arrestato Joxe Mari. E, con lui, gli altri due membri del commando Oria. Era la notizia di apertura dei quotidiani. Gorka aveva del materiale gi registrato per occasioni eccezionali, sicch aveva avuto il permesso di assentarsi dalla radio. Con la promessa, quello s, di rientrare al lavoro il pomeriggio del giorno dopo. Ed era andato come al solito in autobus, aveva fatto compagnia ai genitori, aveva dormito nel suo vecchio letto da adolescente e il sabato mattina, non resti per la manifestazione?, non posso, ma  per tuo fratello, era tornato a Bilbao. All'arrivo aveva trovato Ramuntxo fuori di s.
"Amaia."
"Cosa le succede?"
"Che non c',  scappata. Sono sceso un momento a comprare il pane e quando sono tornato ho trovato la porta di casa aperta e lei era scomparsa."
Mentre Gorka, consolatore, lo abbracciava, Ramuntxo diede briglia sciolta alla sua vena di malaugurio. La bambina, nella fuga, poteva cadere nelle mani di una banda di trafficanti. Dipinse un panorama truculento di traffico di organi e sfruttamento sessuale. Si vedeva privato del diritto di stare con la figlia o con una condanna a molti anni di carcere.
"Sei andato a cercarla?"
"Ho chiesto nei negozi e nei bar. Nessuno l'ha vista. Che faccio? Chiamo la Ertzaintza? Ma se la chiamo, la notizia arriver alla stampa, la mia ex lo verr a sapere, scoppier un casino di dimensioni enormi."
"Suggerisco di scendere a dare un'occhiata nei dintorni. Tu su un marciapiede e io sull'altro."
Non andarono troppo lontano. Una signora che incrociarono uscendo dal portone li avvis che la bambina era stata vista sulla terrazza dell'edificio. E, in effetti, lei era l bella tranquilla, seduta all'interno di un quadrato che aveva fatto a terra allineando foto dell'album del padre. Ramuntxo, sollevato, la prese in braccio. Neanche mezza parola di rimprovero. Gorka si occup di raccogliere le foto. E Amaia, undici anni all'epoca, di ritorno nell'appartamento disse con la sua abituale seriet che voleva tornare a casa della madre.

*****

95

Vino di damigiana

JOXE MARI ASKATU. Fu la prima cosa che colp l'attenzione di Gorka appena sceso dall'autobus. Uno striscione enorme steso fra due palazzi. E poi, a ogni angolo, manifesti con la foto di suo fratello e la stessa richiesta di liberazione. Cos si manipola un uomo e si fabbrica un eroe. Se la gente del posto sapesse quanta ripugnanza mi suscita tutto questo. Camminava in fretta, spinto dal desiderio/speranza che nessuno lo fermasse prima di arrivare a casa dei suoi.
Lo ferm una comitiva all'uscita da un bar. Resistette in mezzo al marciapiede, stoico, moscio di sorriso, lento di palpebre, cinque o sei abbracci, alcuni abbastanza umidi di sudore.
"Siamo con voi."
"Se avete bisogno di qualcosa, lo sapete..."
A parte ringraziare in modo asciutto, non seppe cosa dire. Forse pensarono che avesse il morale a terra per l'arresto di Joxe Mari. Lo invitarono a bere qualcosa. Dai, su. Sfoggi la faccia pi depressa del suo repertorio di espressioni posticce, mentre diceva, non esattamente afflitto, ma spento, che era appena arrivato in paese e doveva vedere il prima possibile i suoi. Il suo euskera ben modulato impressionava e lui lo sapeva. Magari in altre circostanze l'avrebbero trascinato volente o nolente al bancone del bar. Stavolta, comprensivi, non insistettero. E Gorka pot proseguire il cammino con la schiena calda di manate.
Il portone con il suo odore e la sua penombra di sempre. E all'improvviso lo abbracci ai piedi dei tre gradini, chi?, una sagoma nera con l'alito puzzolente. Don Serapio era appena uscito da casa dei suoi.
"Sei venuto a stare con la tua famiglia in questi difficili momenti? Molto bene, figliolo. Vedo che sei diventato un uomo e per di pi giudizioso. La tua ama mi sembra forte. Donna di ferro, eh? Mi preoccupa di pi l'aita."
Dopo qualche istante gli occhi di Gorka si abituarono alla poca luce. Allora pot scorgere senza difficolt la smorfia melliflua del prete, il luccichio acquoso dei suoi occhi. Gli sembr pi basso che nei tempi passati. Si star rattrappendo?
"Il povero Joxian. Che Dio abbia piet di lui. Non so come far a superare questa situazione. Da tua madre ho saputo che sta nell'orto da stamattina. Non  neanche venuto a pranzo."
"Allora dovr andare a prenderlo."
"Va', figliolo, va'. Prego tanto per voi e per Joxe Mari. Prego Dio per chiedergli che lo trattino in modo umano. Non scoraggiarti. Sii forte. I tuoi genitori hanno bisogno di te. Come va a Bilbao?"
"Bene."
Il parroco gli diede un colpetto di saluto sul braccio, vicino alla spalla, che a Gorka evoc un gesto di condoglianze. E vestito integralmente di nero, ma senza sottana, si sistem il basco e usc.
In casa si sentivano delle voci. Voci tranquille di donne. Quella di sua madre, sicuramente. L'altra? La conosceva. Appiccic un orecchio alla porta. Quella di Arantxa, che aveva detto che veniva dopo il lavoro, non . Quella di Juani? Aguzz l'udito e s, dentro c'era la macellaia. Guard l'orologio nella semioscurit. Non era ancora troppo tardi. Che faccio? Fermo sul pianerottolo, immagin il suo ingresso nella casa di famiglia, l'accoglienza dell'ama che gli rinfacciava che era da molto che non veniva o che telefonava poco, davanti alla madre di quello che si era suicidato. O l'avevano ammazzato? Non si sapr mai con certezza. E si disse che, l, adesso, io non ci entro neanche dipinto. Sporse la testa fuori dal portone per accertarsi che il parroco si fosse allontanato abbastanza, come in effetti era. Allora si mise in cammino verso l'orto.
Trov il padre nel casotto, scalzo, ubriaco.
"Che c', sei venuto?"
"Gi."
Si era costruito un tavolo precario sistemando un piano di legno sopra una gabbia per conigli e, allo stesso modo, con un'altra gabbia, un sedile. E sopra quello che faceva da tavolo c'erano un bicchiere e una vecchia damigiana di vino coperta di polvere e ragnatele.
"Finch non me lo bevo tutto non torno a casa."
Joxian non sembr sorpreso dall'arrivo del figlio. Vedendolo, spense la radiolina. C'era un forte odore l dentro. Di umidit, di erba marcia e di vino pesante. I conigli, tranquilli. Alcuni facevano con il muso un mordicchio nervoso. Spesse vene attraversavano il dorso delle mani di Joxian. Mani gonfie, callose, dove gi allora iniziava a manifestarsi qualche sintomo di artrosi.
"Si sa qualcosa di mio fratello?"
"Tuo fratello  un assassino. Questo  tutto quello che si sa. Ti pare poco? Adesso avr la punizione che si merita e altre gliene daranno perch quei bastardi del Tribunale Nazionale vogliono che questi imbecilli con le pistole diventino un esempio. L'ama ha ragione. Sono stato un padre debole. Questa storia, con un paio di schiaffoni a suo tempo, magari si sarebbe sistemata. Tu che ne pensi?"
"In questo paese si sistemano troppe cose a sberle. Va cos. Allora, non si sa niente?"
"Fin quando non finiscono di dargliene di santa ragione, non sapremo niente."
Quella di Joxian non era la sbornia dell'ubriacone schiavo del suo vino quotidiano da quattro soldi. Fin da giovane era stato un bevitore moderato, sebbene assiduo. Poteva darsi che di tanto in tanto bevesse un goccio di troppo. Ma quella di oggi, come chiamarla? Un desiderio di offuscare la realt, un conato di ribellione, una punizione che si infligge da s per non essere stato un bravo padre? Per quanto avesse bevuto, pronunciava bene le parole. Ragionava senza difficolt. Non si grattava il fianco. Fissava lo sguardo su un punto, lo manteneva a lungo immobile e beveva di colpo, senza assaporare, a volte scuotendo la testa in segno di disapprovazione.
Gorka, in piedi sull'ingresso, lo osserv con un peso sul petto per la compassione, e anche con un accenno di disgusto. Oggi quest'uomo si berrebbe un mare di vino. I piedi, violacei, gonfi, deformi.
"Ehi, ma tu non te la farai mica con la banda?"
"No, aita. Lavoro alla radio, mi pagano, non faccio del male a nessuno."
"Molto attento a non seguire i passi di tuo fratello, eh? Hai visto dove portano. Santo Dio, gli anni di carcere che gli daranno. Ha abbastanza sangue addosso. Hai sentito le imputazioni? Io non credo che lo vedr fuori. Aggiungici venti, trent'anni a quelli che ho adesso. Macch. Per allora sono sotto terra."
E per bloccare un singhiozzo che gli saliva in gola, si fece un altro sorso di vino. Padre e figlio rimasero un bel po' in silenzio, senza guardarsi. Di colpo:
"Hai visto l'ama?"
"Sono venuto direttamente qui."
"E come facevi a sapere che ero nell'orto?"
"Me l'ha detto il parroco."
"Il parroco? Non nominarmelo. Bel tipo. Quello  dei peggiori, te lo dico io. Racconta favole ai giovani, li imbottisce di idee e li infiamma. E quando succede quello che succede, si tira indietro, predica e d la comunione con la faccia da santarellino. Questo non lo puoi dire all'ama perch diventa una tigre. Ma sei scema o che?, le dico. Non vedi che il parroco lascia ai ragazzi lo scantinato della chiesa per tenerci gli striscioni e le bandiere e i barattoli di pittura? Che quello non ci ha niente a che fare, dice lei. Invece certo che ci ha a che fare. Joxe Mari, che io sappia, non  nato con una pistola. Il parroco, gli amici, che ne so, l'hanno portato sulla cattiva strada. E siccome qui ne ha poco" si indic con un dito il centro della fronte, "ha abboccato."
Poi invit il figlio a bere. Gorka fu tentato di accettare, solo perch la damigiana si svuotasse prima. Per non vide sulla tavola improvvisata un altro bicchiere oltre a quello usato dal padre e declin l'offerta.
"C' una cosa che voglio che tu sappia, aita."
"A me hanno detto che Joxe Mari era in paese quando hanno ammazzato il Txato. Questa cosa non riesco a togliermela dalla testa."
" una faccenda che riguarda la mia vita intima."
"Che coincidenza, no? Che cazzo ci faceva quell'imbecille in paese il giorno che hanno ucciso il mio migliore amico? Se viene fuori che  stato il suo commando, non glielo perdono."
"A Bilbao vivo con un uomo." Occupato ad accendere un'altra sigaretta, Joxian non ascoltava. "Viviamo insieme. Si chiama Ramn. Be', io lo chiamo Ramuntxo."
"Quello s, la prima volta che lo vedo, dovunque sia, glielo chiedo faccia a faccia. E non gli servir a niente mentire, a me, a suo padre, perch gli legger la verit negli occhi."
Gorka decise di interrompere la sua confessione appena iniziata. Come aveva fatto a non rendersi conto che quello non era il momento appropriato e che suo padre non era nelle migliori condizioni per prestare attenzione e comprendere? Il posto, invece, era buono. Aveva sognato la scena diverse volte. Si immaginava, come adesso, da solo con Joxian nel casotto dell'orto e gli svelava il segreto di nascosto dalla madre. Dal padre poteva aspettarsi un atteggiamento comprensivo. Nel peggiore dei casi, Joxian si sarebbe rassegnato. Condanna? Nessuna. Questo qui o benedice o tace. E sicuramente avrebbe mantenuto il segreto come lo stava mantenendo Arantxa, che all'improvviso, quando stava gi calando il buio, si present nell'orto.
"In questo porcile c' una puzza che non si pu neanche respirare. Aita, hai una sbornia che mollami." Al fratello: "E tu che ci fai qui? L'ama ha un diavolo per capello pensando che sei ancora a Bilbao. Mi ha mandato a chiedere se deve preparare la cena o che. Ha comprato sardine per un reggimento".
Gorka aiut il padre ad alzarsi, mentre Arantxa, senza smettere di parlare, cercava le sue scarpe tra le gabbie dei conigli.
"Sicuro che ce la fai a camminare?"
"S, cazzo."
"Cosa mi dici del gudari?"
"Adesso almeno sapremo dov'."
"E la stessa cosa che ho detto a Guille. Invece l'ama  in versione rivoluzionaria spinta. Non mi meraviglio che vi nascondiate da lei. La Juani le fa coro e non si possono sopportare. Bella squadra."

*****

96

Nerea e la solitudine

Fu Bittori a telefonare allo studio di avvocati di San Sebastian. Sua figlia, se la potevano accettare, in modo che imparasse il mestiere. La presero senza contratto, con emolumenti pi simbolici che altro, e tutto perch uno degli avvocati doveva dei favori al Txato, riposi in pace, o forse per compassione per quello che gli era successo. Molto lavoro, noia suprema, capi bruschi e arroganti, scarsa gratificazione economica. Cos descrisse Nerea alla madre, dopo alcuni mesi, la prima occupazione lavorativa della sua vita. Risposta materna:
"Meglio di niente. Abbiamo tutti cominciato dal basso".
Il sogno di Bittori: che cos come Xabier era riuscito a diventare un chirurgo di prestigio, anche la figlia riuscisse a diventare avvocata o giudice. Lo stesso sogno che il defunto Txato avrebbe voluto vedere realizzato.
Un anno e tre mesi dopo il suo ingresso nello studio, Nerea lo lasci. Annunci che se ne sarebbe andata e allora s, allora le offrirono un miglioramento delle condizioni di lavoro e un contratto fisso. Mi spiace, amici, but it's too late. Gli disse addio e Bittori dovette abbandonare per sempre il suo sogno.
Per tutto quel tempo, Nerea aveva tenuto d'occhio in segreto le offerte di lavoro e trov, superato l'esame richiesto, un posto negli uffici del ministero delle Finanze di calle Oquendo. In seguito la trasferirono a quelli del quartiere di Errotaburu. Non la spingevano le necessit economiche. In realt, suo padre, che sebbene non avesse fatto molte scuole se la cavava con abilit nelle questioni burocratiche e amministrative, le aveva risolto la vita sotto l'aspetto materiale. Xabier, inoltre, le dava consigli da fratello giudizioso relativi all'eredit. Nerea risparmi, acquist azioni, invest; insomma, aveva le spalle coperte. Per,  chiaro, bisogna riempire la vita di motivazioni, possedere un ordine e una direzione, trovare per ogni giornata una ragione davvero stimolante per balzare gi dal letto, se non con gioia, almeno con energia e impedire che, a forza di inattivit, ti si anchilosino anche i pensieri.
"Ah, figlia mia, quanto sei diventata filosofa."
Quello s, compr in contanti un appartamento di tre stanze nel quartiere di Amara. Fece dei lavori e lo ammobili. Sua madre: perch sprecava quei soldi se nella sua casa c'entravano perfettamente tutte e due?
"Che idee che ti vengono, ama. Non la finiremmo di litigare."
Con l'andare e venire dei giorni, il XX secolo si avvi alla fine e lei conobbe degli uomini. O piuttosto furono loro a conoscere lei. Vale a dire che le si avvicinavano allegramente seduttori, la corteggiavano con pose da pretendenti, fingevano di incontrarla per caso. Si fece avanti, sembra impossibile, perfino uno degli avvocati dello studio, sposato e padre di tre figli. Lei, che gi da vari giorni aveva intuito le sue mosse, si affrett a respingere quelle avances lascive. Distruggere famiglie non rientrava nei suoi piani.
Si fece delle amiche. Sia in palestra, sia allo studio. Nessuna del suo paese. Ci mancava solo quello. E se le domandavano di dove sei, diceva di essere nata a San Sebastian. Entr in una comitiva di donne, di cui faceva parte una vedova di trentasei anni. Di quando in quando parlavano, durante le cene del sabato, in spiaggia, nei caff, del dolore provocato dalla morte di una persona amata e di quanto  dura per qualcuno superare quella disgrazia. Nerea ascoltava senza intervenire, perch si era riproposta di non rivelare a nessuno che era figlia di un assassinato.
A parte sporadici episodi di sesso, cerc qualche volta l'amore come lo intendeva lei.
"Come lo intendi?"
Confessava alle amiche la sua aspirazione a una convivenza di coppia, per lunghi anni e con figli, anche se senz'altro non pi di due. Tutto molto tranquillo, pulito e borghese previo matrimonio alla vecchia maniera.
"E tuo padre che ti porta sottobraccio all'altare."
"Questo non potr succedere. Mio padre  morto di cancro due anni e mezzo fa. Fumava molto."
Compiuti i trent'anni, Nerea diede per esaurita la sua quota di amorazzi. Avventure? No, grazie. Ne aveva gi avute abbastanza. E raccontava al circolo di volti sorridenti la storia del bellone biondo che aveva seguito come una scema fino in Germania e del bidone monumentale che le aveva fatto. Anche se le sue amiche conoscevano quell'episodio nei minimi dettagli, non si stancavano di ascoltarlo e ogni due per tre Nerea doveva raccontarlo. Il motivo? Be', perch era una fonte sicura di battute divertenti e di risate. Invece non aveva mai menzionato il passante di Francoforte investito dal tram.
I suoi tentativi sempre pi distanziati di raggiungere l'amore duraturo, amore da casa dolce casa, divano e poltrone, tappeto e pantofole, portavano sempre a finali sfortunati. Delusa e stanca dei maschi, si diceva: ragazza, non innamorarti mai pi di nessuno. Per passavano le settimane, i mesi, e, quando meno se lo aspettava, tornava a sentire, dove?, su, gi, tra le gambe, un formicolio di eccitazione e di entusiasmo. Era come ricadere in una dipendenza che credeva ormai superata. Un nome, un viso, un nuovo timbro di voce irrompevano nella sua vita; le strappavano via una sensazione appiccicosa di solitudine che portava in continuazione aderente al corpo; la riempivano di euforia, di piacevoli inquietudini, finch, trascorso un certo tempo, per un motivo o per l'altro il miraggio si disfaceva e lei verificava ancora una volta che quella persona affascinante, nelle cui vicinanze il battito le si accelerava sempre meno, non era che una proiezione dei suoi desideri e che in realt il tipo era di una volgarit e di un egoismo insopportabili.
La tanto desiderata eccezione: Eneko, di otto anni pi vecchio di lei. Si conoscevano per essersi visti al bar Tnger, dove Nerea aveva l'abitudine di bere il suo bitter di mezzogiorno ai tempi in cui lavorava negli uffici di calle Oquendo. Si incontravano spesso, perch lui lavorava nei paraggi, in un'agenzia immobiliare della plaza de Guipuzcoa. Sguardi, saluti, altri sguardi e alla fine Eneko trov abbastanza coraggio per abbordarla. Ciao, sono Tizio, lavoro qui vicino, ti andrebbe di fare conoscenza? Cos, semplicemente. Un uomo schietto, diretto, senza pretese. Di quelli, ancora non bruciati dall'acido matrimoniale, che arrivano a un appuntamento con una rosa o con un libro in regalo. Difetti? A prima vista, nessuno che non si potesse perdonare: poco gusto nel vestire, leggermente sovrappeso, passione per il calcio.
Nerea si abitu alla sua compagnia, all'impronta leggermente paterno-protettiva di quell'uomo, pi grande di Xabier, che le trasmetteva tranquillit e, cosa alla portata di pochi, sapeva farla ridere. Nei giorni di pioggia, la copriva con il suo ombrello mentre lui si bagnava. Quel tipo di dettagli, per Nerea, hanno un grande valore. E lei, trascorsi alcuni mesi, rimuginava sull'idea di proporgli qualcosa di pi che uscire insieme, perch il tipo le stava francamente simpatico. Domanda delle sue amiche: se c'era amore. Certo, ma anche amicizia, che non  la stessa cosa. Nerea diceva che  l'amicizia a sostenere il rapporto di coppia quando l'amore si allenta e perde passione.
Li separava, tuttavia, una crepa nera, senza fondo. Si apriva fra loro, li accompagn sempre durante i circa dieci mesi in cui vissero a stretto contatto, ma non la vedevano, e in realt Eneko non la vide mai. Cosicch, se  ancora vivo, che ne sar di lui?, forse continua a chiedersi cosa non aveva funzionato. Il fatto era che, cos come lei taceva la storia del padre, lui taceva quella di un fratello che stava scontando una condanna per delitti di terrorismo nel carcere di Badajoz. L'amore, l'amicizia, le risate, l'uomo divano, la rosa o il libro in regalo, fu tutto inghiottito in pochi secondi da quella crepa profonda.
And cos. Faceva scuro un luned piovoso di gennaio, anno '95. Nerea ed Eneko si misero d'accordo per fare il solito giro nella Citt Vecchia, mangiucchiare un paio di pinchos, innaffiarli con il vino e alla fine andare a casa di lui, a casa di lei o ciascuno a casa sua, perch domani, maitia, si lavora. Di bar in bar, condividendo l'ombrello, imboccarono calle 31 de Agosto. E Nerea camminava ridendo per le cose che raccontava Eneko. All'altezza del bar La Cepa la risata le and improvvisamente di traverso. Sapeva, avendolo sentito alla radio, che cinque o sei ore prima un pistolero dell'ETA aveva assassinato l dentro il vicesindaco mentre mangiava con alcuni compagni di partito.
"Non  qui che hanno ammazzato Gregorio Ordnez?"
"Io, per quello l, non verso neanche una lacrima. Per tipi come lui mio fratello  in carcere."
Tirarono dritto. E Nerea si allontan un po' dall'ombrello e gi notava le gocce di pioggia su un braccio e inizi a vedere la crepa.
"Un fratello in carcere?"
"A Badajoz. Non te l'avevo detto? Ne ha per un bel po'."
"Perch l'hanno arrestato?"
"Per cosa dev'essere? Perch ha combattuto per ci che ama."
Arrivarono all'altezza della chiesa di Santa Mara. Eneko riprese a fare battute, ma dalla bocca della fidanzata non sgorgavano pi risate. Nerea non ascoltava neanche. E discretamente gli lasci il braccio con la scusa di cercare qualcosa nella borsa. Che faccio? Mi metto a correre? I suoi lineamenti, rigidit pura, atteggiamento impostato, fingevano serenit. Dentro di lei si scaten una tale marea di nervi che non pot impedire che le fuoriuscisse una non piccola quantit di urina. Il percorso fino al Bulevar divent eterno. Lui parlava, gioviale, chiacchierone; lei taceva. Alla fermata dell'autobus lo salut dopo essersi lasciata baciare sulla guancia con un misto di ripugnanza e timore. Anche se c'erano posti liberi accanto ai finestrini dalla parte del marciapiede dove lui aspettava sotto l'ombrello il solito gesto con la mano, Nerea si sedette dall'altra parte. Lungo il tragitto fino ad Amara le venne in mente il modo di giustificare la rottura. Gli telefon appena arrivata a casa. C'era un altro uomo nella sua vita. Una bugia infallibile in questi casi. La disse e, senza attendere la reazione di lui, riagganci. Avrebbe potuto dirgli la verit; ma allora avrebbe dovuto parlare di suo padre. Piuttosto morta.
Alle amiche raccont quattro cose vaghe sulla fine della relazione. Non  che fossero troppo interessate. La comitiva si disperse negli anni successivi, sebbene a ogni morte di papa il gruppo, mai completo, si riunisse per cenare in qualche ristorante. Era successa la solita cosa: alcune avevano trovato un compagno, la vedova si era risposata, a un'altra era capitato un posto di lavoro a Barcellona. Cose cos. E Nerea? Era l, incollata alla sua solitudine. Si risarciva facendo viaggi ai confini del mondo: in Alaska, in Nuova Zelanda, in Sudafrica. E anche riempiendo l'ozio di attivit: si iscrisse a una scuola di lingue per migliorare il suo inglese, andava pi spesso in palestra, frequent un corso di cucina. A volte, s, usciva con qualche amica separata o sul punto di separarsi, che le raccontava per ore i suoi problemi famigliari e di coppia e le chiedeva consigli, a lei, che non aveva la minima esperienza n come madre n come moglie.
E niente, giorno dopo giorno comp trentasei anni. Trentasei! Come passa in fretta. Ma non mi amareggio, eh? E siccome era la festa di San Sebastian, assistette con un'amica all'alzabandiera in plaza de la Constitucin. Ballarono, bevvero, e a un certo punto, a notte inoltrata, Nerea si ritrov in un taxi accanto a un uomo che aveva una dentatura perfetta, un profumo meraviglioso, le brancicava le tette e non chiedermi altro, perch non me lo ricordo. Conservo, s, nella memoria delle immagini confuse. So, per il rumore dell'acqua, che lui fece la doccia nel cuore della notte. Poi venne e la spogli, Nerea stesa a faccia in gi su un letto estraneo, sbronza fino a svenire. Dedusse che l'uomo l'aveva penetrata, visto che la mattina si trov resti di sperma fra le cosce. Lui la stava aspettando in salotto, decorato lussuosamente. Era bellissimo, indossava un accappatoio blu marino di seta e aveva apparecchiato la tavola per la colazione, con fiori, candele e un mucchio di cose buone da bere e da mangiare. Tutto quello che si pu dire sar sempre poco. Fu allora, al momento di sedersi di fronte a lui, che Nerea seppe il suo nome: Enrique.
"Ma gli amici mi chiamano Quique."

*****

97

La processione degli assassini

Ore dopo averlo conosciuto, Bittori, in conversazione telefonica con la figlia, lo giudic senza piet: un presuntuoso. L'uomo pi vanitoso che abbia mai calpestato la Terra. Un consumatore di specchi, un affumicato di profumo, uno che parla ascoltandosi. E con evidente mordacit domand a Nerea se questo signore, di notte, s'infila a letto in giacca e cravatta. Nerea l'avvert di abituarsi a lui perch era entrato nella sua vita per rimanere.
"Non mi dirai che non ti sembra bello."
"Troppo."
"Ed elegante."
"Uff, un sacco. Vediamo come te la caverai per non fartelo portare via. Dovrai sorvegliarlo ventiquattr'ore su ventiquattro."
Bittori ignorava che quella faccenda Quique e Nerea l'avevano risolta in anticipo. L'accordo era costato a lei notti bianche e lacrime; ma nel frattempo, da sola, aveva fatto i suoi calcoli; aveva soppesato vantaggi e inconvenienti e alla fine, consigliata da un'amica, decise di compensare l'egoismo di Quique con il proprio. Fanculo. E si pieg. Da quel preciso istante not una specie di ampliamento interiore della sua persona. Cosa, come? Diciamo che mi sono sentita liberata. Altra conseguenza: tra Quique e lei nacque una identificazione/ complicit che era servita per tutti quegli anni a fornire una base solida al rapporto, malgrado le reiterate e le un po' meno che periodiche rotture.
A mo' di spiegazione, Nerea raccont alla sua amica un episodio:
"Dubito che al mondo esista una coppia che si sia lasciata pi volte di noi. Una sera, a casa sua, gli ho detto che tra noi era finita per sempre, che quella era la volta buona. Ma siccome pioveva, io ero appena stata dal parrucchiere e non avevo l'ombrello, ho deciso di restare e abbiamo trascorso una delle notti pi tenere e romantiche che io ricordi".
In nessun momento Quique aveva fatto le cose di nascosto. Un giorno arriv tardi a un appuntamento, con un graffio recente sul mento. Si scus, esplicito, imperterrito:
"Tesoro, scusa il ritardo. Sono stato con una ragazzina e la cosa  andata per le lunghe".
Nella testa di Nerea si accese come un'esplosione luminosa una parola: addio. E dopo l'esplosione pirotecnica, nella sua oscurit mentale si apr un salice di scintille e in ogni scintilla si poteva leggere:  finita. Questo qui non soltanto mi mette le corna, ma per giunta mi sbatte in faccia la sua insolenza. Uscivano insieme da pochi mesi. E ora, questo. Nerea era innamorata dalla testa ai piedi e ritorno, e avrebbe giurato che Quique, compito, tenero, quant' bello 'sto bastardo, la ricambiasse. Nel suo sconcerto, si guard intorno come cercando la telecamera nascosta che confermasse lo scherzo.
"Che c'?"
Sembrava sinceramente sorpreso. Nerea, stupidina, deve spiegartelo? Glielo spieg:
"Tesoro, c' chi  appassionato di tennis oppure colleziona francobolli e monete. A me, cosa vuoi che ti dica, piace il sesso. Io ho bisogno della sensazione di possedere corpi femminili. Centinaia, migliaia, quelli che posso guadagnarmi finch mi durano le forze. Questo  uno sport per cui sono molto portato, capisci? Non ha niente a che fare con il nostro rapporto, che  semplicemente meraviglioso. Io ti amo da morire. Sei la mia Nerea, la only one. Su questo non devi avere il minimo dubbio. Invece le fornitrici di orgasmi con cui vado a letto senza sapere dove abitano o come si chiamano, dal punto di vista dei sentimenti non significano niente per me. Ripeto: niente. Sono uno strumento di piacere. Punto. Vedi che non ho segreti. Tu non vai a fare ginnastica? Be', io faccio la stessa cosa, solo che invece di salire su un tapis roulant, faccio esercizio con un corpo attraente. Mi spiacerebbe davvero se non mi accettassi per quello che sono".
"E tu accetteresti che io facessi lo stesso con corpi maschili?"
"Vediamo, quando mai ti ho detto di non fare questo o quell'altro?"
"Va bene, dammi tempo. Devo pensarci."
Nerea si alz, erano nel dehors del Caravanserai, il pomeriggio azzurro con bambini e piccioni, e se ne and costeggiando la cattedrale, seria, sconcertata, chiedendosi: dio, ma che cazzo sto facendo che non lo mando affanculo? Per, se lo mando affanculo, poi come lo recupero? E s'immaginava situazioni sempre pi umilianti, pi imbarazzanti, tutte all'opposto di quello che lei intendeva come un rapporto di coppia, non so, un rapporto normale, ragionevole, da divano, poltrona e pantofole. L'uno per l'altra, la fedelt, cose del genere. Certo che a trentasei anni non  che posso permettermi di lasciar passare l'ultimo treno, soprattutto se  un treno ben fatto come questo.
Si vide d'urgenza con un'amica di fiducia. Occhiaie dopo una nottata senza dormire. Sul tavolo, caffelatte e croissant. Ascoltati i particolari della faccenda, senza giri di parole l'amica domand a Nerea se amava Quique.
"Be', temo di non poterti dire di no. Se non fosse cos, immagino che l'avrei gi mandato a quel paese. Il problema  che non voglio dividerlo con nessuno. Lo voglio tutto per me."
"E cosa gli offri in cambio? Hai trentacinque anni."
"Trentasei."
"Guarda, Nerea, bella, a me non sembra che ti trovi nella situazione difficile che mi hai dipinto ieri sera al telefono. Se davvero lo ami, non ti rimangono molte alternative. O la separazione immediata, con la quale perdi tutto e resti da sola con i tuoi trentasette anni."
"Trentasei."
"Oppure giochi le tue carte con astuzia e tolleri il suo hobby degli orgasmi. La cosa brucia, lo so; ma l'importante  vincere la partita."
"E se s'innamora di un'altra?"
"Mi sa che il rischio  maggiore con gli insoddisfatti e repressi."
"E se si becca una malattia? L'aids, per esempio, e mi contagia?"
"Capisco. Chiamalo e digli che  finita."
"Sei pazza?"
"Allora dovrai accettarlo cos com'."
"Sar dura."
"Sar dura, ma puoi farcela."
" un porco."
" il tuo porco, Nerea. Trattalo bene."
Non volle incontrarlo in nessuno dei soliti posti. Come mai? Be', per non esagerare con la sottomissione. Quique, telefonicamente affettuoso, non fece domande, accett. Nascosta dietro l'edicola del Bulevar, Nerea lo vide arrivare puntuale e occupare, tutto in ghingheri, un tavolino nel dehors del caff Barandarian. Lei, nel frattempo, si sedette su una panchina, dove Quique non poteva vederla, e per venti minuti si intrattenne a guardare la gente. Che aspetti. Prima di andare da lui, si ritocc l'ombretto con l'aiuto di uno specchio e si mise sui polsi qualche goccia di un profumo oscenamente caro che aveva appena comprato.
Perch a me, se mi ci metto, questo vanitoso non mi batte n per eleganza n per profumo. Cammin con ammiccante atteggiamento da modella tra la folla, toc, toc, con le sue scarpe con i tacchi, i capelli sciolti, sapendosi guardata da tutti, anche da Quique, che dal tavolino del bar la vedeva arrivare davanti a s. A met del tragitto le labbra le disobbedirono. Quel sorriso, Nerea, non negarlo, fu una caduta. Una? Fu la caduta. E Quique si alz per accoglierla badante, elogiante, e le offr la sedia allo stile di un gentiluomo dalle maniere compite.
Nerea and al sodo.
"In nessun caso sotto i miei occhi."
Non disse altro. Quique fece un leggero cenno di approvazione, si preoccup di chiamare il cameriere, tir fuori dalla tasca interna della giacca un piccolo astuccio di cuoio. Dentro, una catenina unita alla riproduzione di una foglia di ginkgo, in oro. Senza smancerie, Nerea defin "carino" il regalo. Dopodich, Quique avvicin la bocca alla sua e le labbra di Nerea gli andarono incontro.
Conversarono di vari argomenti. Lui sorseggiava il suo whisky con ghiaccio e di tanto in tanto sollevava il bicchiere per guardare attraverso il liquido; lei, che aveva lezione di inglese di l a un'ora, ordin un'acqua tonica. A un certo punto, videro uscire da calle Mayor, a pochi metri da dove si trovavano, l'abituale processione dei famigliari dei detenuti dell'ETA. Uomini e donne procedevano con passo calmo, divisi in due file parallele, alcuni chiacchieravano tra loro, altri se ne stavano in silenzio. Ognuno reggeva tra le mani un lungo bastone. Lo coronava un cartello. Il cartello mostrava la foto di un militante dell'ETA incarcerato e, sotto, il suo nome. Tutti giovani, erano figli, fratelli, coniugi dei portatori. E i passanti si scostavano per farli passare.
Camminando nella Citt Vecchia, Nerea si era imbattuta innumerevoli volte in sfilate come quella, spesso di colpo, girando un angolo. N da vicino n da lontano prestava loro la minima attenzione. Come se non esistessero. Girava le spalle e ciao. Scorse Miren nella fila pi vicina al dehors del caff, severa e tesa con la foto del figlio. Nerea l'aveva gi vista altre volte.
Quique:
"Ecco la processione degli assassini".
"Parla pi piano. Non voglio problemi."
Allora lui si chin in avanti per sussurrare all'orecchio di Nerea:
"Ecco la processione degli assassini". E risistemandosi sulla sedia e gi recuperato il tono normale della voce: "Cos ti sembra meglio? Penso la stessa cosa se parlo piano o forte".
E fu allora che Nerea sporse in avanti la bocca e che lui avvicin la sua per completare il bacio.

*****

98

Nozze in bianco

Fissarono la data delle nozze. Dopo pochi giorni, una donna abbord Nerea in una via di Amara.
"Mi sto per suicidare e la colpa  tua."
A quanto pareva, la stava aspettando. Non la conosceva, non le chiese il nome. Cerc di evitarla, ma l'altra (sui trent'anni, attraente) le sbarr il passo.
"Non lo renderai mai felice come posso fare io."
Nerea inizi a capire. C'era disperazione in quel viso che la guardava da vicino con occhi sfidanti, fieri, irritati come se avessero recentemente versato lacrime. La donna prosegu, non aggressiva, non insultante, ma con un indice alzato di minaccia/avvertimento e chiari sintomi di soffrire di qualche disturbo.
"Non farti illusioni. Alla tua et, credi di soddisfarlo?"
Nerea, trattieniti. Nerea, trattieniti. Nerea non si trattenne.
"Perch non ti suicidi una buona volta e cos mi lasci in pace?"
Era evidente, la donna non si aspettava una reazione simile. Rimase intontita, ipnotizzata, inchiodata sul posto. E Nerea approfitt del suo stupore/sconcerto per lasciarsela alle spalle e proseguire a passi decisi, toc, toc, il cammino. Non l'ha pi rivista da allora. Si sar suicidata come ha detto o promesso? Promesso? Non essere perversa, ragazza.
Fu tentata di rivelare a Quique l'incidente, ma a che scopo? Immagin che la donna dovesse essere una delle tante che aveva aperto le cosce per lui. Poveretta. Forse una che non si accontentava di rappresentare il ruolo della FOIA (Fornitrice di Orgasmi In Affitto) e aveva voluto contendermi il trono.
Chiese consiglio a Xabier. Beni in comune o separazione dei beni. Cosa ne pensava. Senza la minima esitazione, il fratello scelse la seconda. E aggiunse che non lo diceva per ostilit nei confronti di Quique.
"Che in fin dei conti  un uomo con una buona posizione economica. Per, per qualunque cosa dovesse accadere in futuro, sarebbe meglio che tu conservassi l'ultima parola sul tuo patrimonio."
E cos fece davanti a un notaio, e Quique non avanz obiezioni. Si sposarono, lui ateo, lei con dubbi religiosi, al Buen Pastor. Bittori subordin la sua presenza nella cattedrale al fatto che non officiasse il vescovo. Disse che quel signore pratica la misericordia soltanto con gli assassini, che per favore non lo nominassero nemmeno davanti a lei perch le si rivoltava lo stomaco e che era stato principalmente per colpa sua che aveva perso la fede. I genitori di Quique, navarri di Tudela, la conservavano. E soprattutto per loro e, tra l'altro, per dare all'evento un tocco di raffinatezza, si sposarono in chiesa, entrambi in bianco.
Per diversi mesi, i sorrisi dei neoconiugi (sullo sfondo del palazzo di Miramar) rimasero esposti nella vetrina di un negozio di fotografia in un portico della plaza de Guipuzcoa.
Il banchetto, tenuto in un ristorante di Ulta con vista sul mare, si prolung fino al tardo pomeriggio. Bittori, al momento di salutare, alticcia?, disse una cosa che colp Nerea.
"Ti auguro tanta felicit, perch ne avrai molto bisogno."
Poco dopo, Nerea lo raccont a Xabier prendendolo da parte.
"Ti prego di non dargli importanza. L'ama ha la storia che ha. E nelle giornate speciali come questa  possibile che la tormentino i ricordi."
Questo succedeva un sabato. Il luned gli sposini si trasferirono a Madrid in treno. Camminarono, visitarono, si amarono in abbondanza, perch lui era incalzato dalla speranza, dalla fretta?, di diventare padre prima possibile, ed era tutto un entrare nella camera dell'albergo e mettersi all'opera senza nemmeno togliere il copriletto. A Nerea, in quelle occasioni, veniva in mente il viso alterato della donna che le aveva detto per strada che non avrebbe mai soddisfatto il marito. Compiacente, remissiva, eseguiva le istruzioni di Quique: mettiti cos, girati, avvicinati. Appena acquietati gli ansimi coitali, lui stava gi ipotizzando nomi per la creatura, il che dava fastidio a Nerea perch, cos diceva, porta sfortuna.
A Madrid presero un aereo diretto a Praga. Avevano previsto di passare l il resto della luna di miele. L'idea era venuta a Nerea. Un'amica le aveva raccontato meraviglie della citt. Che questo, che quell'altro; che il ponte di non so che e la cattedrale di non so cosa. A Praga? Bene, a Praga. Come vuoi tu, tesoro. Proprietario, a met con un socio, di un'azienda di produzione e distribuzione di liquori, Quique aveva pensato che il viaggio gli avrebbe fornito un'occasione stupenda per valutare sul campo la possibilit di fare affari nella Repubblica Ceca, paese in cui fino a quel momento non aveva clienti. E per tentare la fortuna infil in valigia un mazzetto di opuscoli con informazioni in inglese sui suoi prodotti, nonch una scatola di cartone con una ventina di bottigliette di diversi liquori. Diceva che:
"In Germania e in Austria ci comprano ogni anno un sacco di pacharn. Non vedo perch ai cechi non dovrebbe piacere il distillato di susine che piace ai loro vicini".
"E cosa ci farai con gli opuscoli? Li distribuisci nei supermercati di Praga?"
"Tu lascia fare a me, che io, in queste cose, ho una buona mano."
A Praga, come a Madrid, girovagarono fotografando, visitarono interessati, si accoppiarono a fini procreativi. Per ci fu una differenza sotto forma di un episodio inatteso che ancora affiora nelle loro conversazioni quando ricordano la luna di miele a Praga. Accadde che, dopo due giorni dal loro arrivo, decisero di andare a piedi al quartiere di Mala Strana, e di pranzare l, e di vedere e fotografare qualsiasi luogo storico e particolare curioso dell'arredo urbano incontrato lungo il cammino. Il tempo soleggiato favoriva il progetto. E lo faceva anche una mappa facilmente maneggiabile che avevano avuto alla reception dell'albergo.
Per stradine selciate scesero al ponte Carlo. E pronunciando frasi di ammirazione attraversarono il piccolo tunnel che separa le due torri dell'ingresso. Nerea, occhiali da sole, si volle far ritrarre sotto una delle statue. Lasci la borsa ai piedi del parapetto mentre si sistemava i capelli e allora spunt quel ragazzino di quattordici, quindici, massimo sedici anni che afferr la borsa per i manici e, visto e non visto pi, si mise a correre. Nerea se ne accorse immediatamente. Url verso Quique e le figure di pietra e l'Europa intera la parola spagnola bolso ed ebbe il tempo di dire anche: il passaporto, il visto. Che fu un modo efficace per spronare il marito.
Quique part all'inseguimento del ladro. Ed era la prima volta nella vita che Nerea lo vedeva correre. E come correva veloce. Per di pi, le circostanze giocavano a suo favore. Perch, siccome il ragazzo doveva schivare turisti lenti, quasi fermi, all'arrivo di Quique loro si erano gi fatti da parte. Il ladro si scontr con un signore dai tratti orientali. Gi si vedeva raggiunto e magari tartassato di botte da quello straniero veloce, e non gli venne in mente un'idea migliore che lanciare la borsa nel fiume con la probabile speranza di creare un dilemma al suo inseguitore.
Ma niente dilemmi. Abbandonando all'istante l'inseguimento, Quique corse verso il parapetto. Nerea, a una trentina di metri di distanza, lo vide togliersi le scarpe a tutta velocit e infilarci qualcosa. Il Patek Philippe? Cos'altro, senn? La Moldava, passando per Praga,  un signor fiume. Speriamo che non succeda nulla. E fu tentata di chiamarlo, per Dio, per non farlo saltare; ma lui salt, i piedi in avanti, e lei si affrett a occuparsi delle scarpe e dell'orologio di lusso.
Quique era l sotto, la camicia bianca da centoventi euro in mezzo alla corrente torbida, che mostrava a Nerea la borsa recuperata, mentre nuotava tranquillo, allegro, virile, verso la riva vicina. Un gruppo di orientali applaud dal ponte. E Nerea, con le scarpe di Quique in mano e il Patek Philippe al sicuro, si sentiva come un frutto troppo maturo, sul punto di scoppiare d'amore. Si ritrovarono a riva. Solidale, si lanci fra le braccia di Quique. E numerose macchine fotografiche sparse intorno a loro immortalarono quell'abbraccio. Marito fradicio e moglie felice tornarono a piedi in albergo. Mentre attraversavano il ponte mano nella mano, Nerea si ricord della FOIA che qualche settimana prima l'aveva abbordata per strada.

*****

99

Il quarto membro

I lunghi anni di reclusione pesano. Accidenti se pesano. Le discussioni con i compagni stancano, demoralizzano, cos come le frizioni con i secondini e gli scioperi della fame. La solitudine, che da una parte serve come via di fuga/rifugio, dall'altra ti lascia esposto ai tuoi peggiori fantasmi, logora di brutto. Steso sulla branda, Joxe Mari si sente insicuro. Magari  stato un errore rispondere alla lettera della moglie del Txato. Uh, l'ama quando lo verr a sapere. Non voglio neanche pensarci. Ma  proprio quello che sta facendo da un po' di tempo a questa parte e, da quando ha scritto a Bittori, con intensit ancora maggiore: rimuginare sui dubbi, svuotare il sacco della memoria davanti ai suoi stessi piedi; in una parola, lambiccarsi il cervello. Qui, in prigione, pensare troppo debilita. Ti mette di fronte all'amara verit. Ecco qui la tua vita, ragazzo, buttata come un mucchio di rifiuti tra le quattro pareti di una cella.
Immerso nei suoi arzigogoli, rivolge lo sguardo a terra e cosa vede? Cosa deve vedere? Il pavimento di qui, che subito si trasforma nel pavimento di quell'appartamento di avenida Zarauz un sabato d'agosto di ormai tanti anni fa, con la citt in festa. Toccava fare le pulizie generali. Prima i tre si alternavano. Il sistema faceva sorgere problemi. Tocca a me? Tocca a te? A chi tocca? Sempre cos. Alla vittima di turno piombava sulle spalle tutto il lavoro. E s che si limitavano all'essenziale, a passare un po' lo straccio qui, un po' l'aspirapolvere l, in modo che la sporcizia non gli arrivasse al collo. Era stato Joxe Mari a decretare: ogni sabato, pulizie in gruppo. E lo stavano facendo, tipo caserma. Forza, tu il bagno, tu il salotto, io la cucina. Pim pam pum: un'ora ed  fatta.
Avevano la radio accesa. Come al solito. La radio devi tenerla accesa. Casomai, per qualunque cosa. Sanno se ieri c' stata una retata, se c' stata un'ekintza e dove, se  caduto un talde. Sembra che quanto pi segreta dev'essere un'informazione, tanto pi in fretta viene diffusa dai media. E questo, naturalmente, a quelli che sono impegnati nella lotta pu venire a fagiolo. Per cosa? Be', per prendere precauzioni e perfino per squagliarsela in tempo se le cose si mettono male. Non si sa mai.
Pi o meno dalle tre del pomeriggio sapevano che era successo qualcosa di grosso nel quartiere di Morlans. Un conduttore radiofonico raccontava/denunciava che il quartiere era stato circondato. Non lasciavano passare la stampa. Chi? La Guardia Civil. Si erano sentiti degli spari in lontananza, molti spari, e qualche esplosione. I dettagli erano imprecisi oltre che scarsi, ma sufficienti per rivelare che gli sbirri stavano portando a termine un'operazione di grande portata a San Sebastian.
A Joxe Mari la faccenda puzz fin dall'inizio.
"Txopo, lascia perdere quello che stai facendo e mettiti a sorvegliare la strada."
Attorno alle sei del pomeriggio ebbero una prima conferma. Gli txakurras avevano fatto fuori il commando Donosti. Si parlava di tre morti in una casa di Morlans. L'annunciatore disse anche che c'erano stati arresti da altre parti, ma non specific quali.
Joxe Mari, a Txopo, che era sempre appiccicato alla finestra:
"Allora?"
"Niente."
Per non si fidava. Quando meno te lo aspetti, quei bastardi arrivano e ti buttano gi la porta. A Patxo:
"Credo che tu e io dovremmo andarcene e che lui deve rimanere".
"Cosa c'entriamo noi con il Donosti? Non li conosciamo per nulla e non siamo il loro talde d'appoggio."
"Forse tutto il nostro lavoro d'informazione gli  servito. Magari condividiamo lo stesso collegamento con la direzione, che ne so. Andiamocene, anche soltanto per una notte. Domani Txopo ci dir se ci sono stati movimenti strani in strada."
Fino ad allora erano stati in tre, adesso erano in quattro. Il sospetto incessante di essere sorvegliati/seguiti si install l con loro. Un altro membro. E anche abbastanza influente. Ne parlarono al buio, su un fianco del monte Igueldo dove trascorsero la notte infilati nei sacchi a pelo. Patxo non era del tutto convinto.
"Vediamo, come te lo spieghi che non siano venuti a prenderci?"
"Perch aspettano di tirare il filo e risalire a tutta la matassa."
"Non ti star mica venendo la paranoia, eh?"
"L'altro giorno mi sono ritrovato in ascensore con un vicino. Salve, salve. E gi la seconda volta che lo vedo in poco tempo. Non so a te, ma a me queste cose non sembrano casuali. Guarda la storia di oggi a Morlans. A un certo punto gli txakurras hanno trovato le tracce di qualcuno. Si sono detti: occhio, perch se seguiamo questo uccellino prima o poi troveremo lo stormo. Cos funziona questa guerra, Patxo. Non girarci pi intorno."
"Se sarebbe cos facile avrebbero gi fatto fuori l'ETA."
"L'ETA non la sconfigge neanche dio. Perdiamo militanti, naturalmente. Ma per ognuno che cade, ne entrano due o tre. Ce n' per un bel po'."
Si sent un'esplosione in lontananza.
"Cos' stato?"
E subito dopo, la notte, verso la citt, si accese in cascate luminose, in grandi rosoni di scintille multicolori. Erano i fuochi artificiali della Semana Grande sulla baia. Joxe Mari e Patxo si sedettero a guardarli dal bordo del bosco e, dimentichi della loro recente conversazione, commentavano ogni figurazione pirotecnica.
"Guarda, guarda."
"Caspita, che bello."
Finito lo spettacolo, tornarono all'oscurit degli alberi e si misero a dormire dentro i sacchi a pelo, nella notte estiva della montagna.
C'era un concerto di grilli. Patxo brontolava:
"Tutta quella gente laggi, porca puttana, in festa, a fare la coda davanti alle gelaterie e noi a sgobbare per la loro liberazione. A volte mi viene voglia di prendere il mitragliatore e, pim, pam, dargli una piccola punizione".
"Tu, tranqui, che quando avremo la padella per il manico, allora balleranno al ritmo della nostra musica."
Alle sette del mattino, erano andati all'appuntamento con Txopo dietro la facolt di Legge.
"E allora?"
"Niente."
Per Joxe Mari, con le occhiaie, spettinato, continuava a non fidarsi. Incaric Txopo di cercare per lui e per Patxo una sistemazione temporanea. Nel frattempo loro avrebbero dormito all'aperto nei sacchi a pelo. Patxo espresse il suo disaccordo. Allora Joxe Mari trasform la proposta in un ordine e zitti tutti. Suggell la propria autorit con un paio di parolacce. Non era facile contraddire Joxe Mari. Aveva le braccia forti, muscolose, ed era spaventato.
Il luned, Txopo comunic che potevano prendere alloggio nell'appartamento di un compagno di studi e della sua donna, ma i due mettevano delle condizioni. Quali? Che non dovevano scendere in strada perch nessuno li vedesse entrare e uscire, dato che la casa si trovava in un immobile di sette piani, all'entrata di Anorga, con molto movimento di persone, e che se ne dovevano andare al pi tardi il venerd. A Joxe Mari sembrava un periodo ragionevole. Espresse le solite preoccupazioni per la questione alimentare. Txopo: che il mangiare non era un problema, che agli ospiti sarebbe bastato comprare due sfilatini di pane invece di uno.
"Ah, d'accordo."
Al tramonto salirono sull'autobus per Lasarte. Scesero alla fermata di Anorga, dove li stava aspettando lei. Li port a casa, in un palazzo vicino ai binari del treno. Era tracagnotta, simpatica, chiacchierona, con la tipica frangetta da sostenitrice della sinistra abertzale-, lui, era pi che altro silenzioso e bilioso, e aveva sotto il naso una cicatrice a curva come se fosse stato operato di labbro leporino. Per accordo reciproco avevano deciso di nascondersi i veri nomi, il che nel nostro caso aveva senso visto che non ci conoscevano, mentre noi potevamo chiedere a Txopo come si chiamavano loro o guardare di sotto, sulla cassetta delle lettere, ma fa lo stesso. La questione era di mettere un po' di avventura nella routine.
Mentre cenavano, si fecero qualche risata per scegliere i soprannomi. Quando non li dimenticavano, li confondevano, dando luogo a scene ridicole. Cos, per farla finita con quel pasticcio, a loro tocc chiamarsi Regina e Cavallo, e a Joxe Mari e Patxo, Pane e Cioccolata. Idea della ragazza che, d'altra parte, fu un semplice passatempo del primo giorno e non serv a niente, perch in seguito, quando si rivolgevano la parola, non usavano gli appellativi convenuti o semplicemente si dicevano: ehi, tu; se non era che a Patxo scappava ogni due per tre di chiamare Joxe Mari con il suo nome e viceversa.
Il Cavallo mise il broncio fin dall'inizio. Joxe Mari si accorse che a questo tipo gli sta succedendo qualcosa. E anche Patxo, la notte, mentre i due chiacchieravano sussurrando da un letto all'altro, credeva che a questo qui non fa piacere che stiamo a casa sua. Lei, invece, chiacchierona e brava cuoca, non la smetteva di rallegrare l'atmosfera. Magari  questo il problema.
"Gelosia?"
"Sicuro."
"Ma non mi pare che ce ne sia nessun motivo."
E Joxe Mari, steso sulla branda della cella, lo sguardo fisso al soffitto, per quanto gi di morale non riesce a trattenere il sorriso. Non era stupido il Cavallo; per, be', siccome durante l'estate lavorava sulla spiaggia di Ondarreta affittando gli ombrelloni, non gli rimaneva altra scelta che uscire la mattina e passare la giornata intera fuori casa. Gi il marted, la Regina, seni grandi, entr in bagno quasi nuda, facendo finta di non essersi resa conto che Patxo stava facendo la doccia, con tutto che si sentiva il crepitio dell'acqua in tutto l'appartamento. Una volta dentro (uh, scusa), Patxo cap le sue intenzioni e cosa doveva fare?, la invit a entrare nella cabina. L'altra, felice. E alle orecchie di Joxe Mari, che stava leggendo il giornale in salotto, arrivarono i gemiti e gli ansiti.
La sera:
"Non dirmi che te la sei fatta".
"Tu preparati, perch domani  sicuro che tocca a te." Per Joxe Mari, non appena la vide arrivare, adott un atteggiamento di rifiuto verso ogni contatto carnale.  che a me questo tipo di situazioni mi mette sempre in imbarazzo. Non sono bravo. E quella repressa di Josune non mi aveva mai insegnato niente. E poi, come disse da solo a solo a Patxo, diffidava del Cavallo. Furioso di gelosia, magari era capace di cantarseli. Questo pensiero preoccupava oltremodo Joxe Mari, aggravato dalle costanti insinuazioni lascive della cicciottella. Cazzo, quant' in calore 'sta tipa. Perci il gioved, senza aspettare neanche la colazione, ringraziarono per l'ospitalit e, separati da un margine di mezz'ora, tornarono all'appartamento di avenida Zarauz. Txopo assicur che per tutti quei giorni aveva sorvegliato la strada e che in linea di massima non aveva visto nulla di sospetto.

*****

100

L'arresto

Entrarono in un periodo di ekintzas a raffica e se non ne fecero di pi fu perch tardavano a consegnargli il materiale. Cosa succede? E il collegamento, di cattivo umore, rispose che loro non erano gli unici. Fece cilecca una bomba di ammonal al passaggio di un convoglio della Guardia Civil, e guarda che se esplodeva volavano sbirri fino ai tetti e loro avrebbero acquistato molti punti dentro l'organizzazione.
Fecero saltare in aria la concessionaria di automobili di uno di cui dicevano che questo e che quell'altro. Sar vero? Fa lo stesso. Gliela fecero saltare. E dovettero perfino evacuare l'edificio. Una rapina alla succursale di una banca li aiut a migliorare le loro finanze, perch quello s che era un problema. Vivevano con meno dello stretto necessario. E gi avevano programmato fino all'ultimo dettaglio l'esecuzione di un poliziotto in pensione quando seppero che la direzione dell'ETA al completo era stata catturata in una villa, casa, chalet o quello che era di Bidart.
Sconcerto totale. Di pi: sensazione di essere rimasti orfani. Che fare? Joxe Mari, preoccupato, di malaugurio, ricord che a Potros, il giorno del suo arresto, avevano trovato una lunga lista di militanti. Magari anche questi incapaci li hanno beccati con tutto l'armamentario. Patxo avvis:
"Io in montagna non ci torno".
Decisero di aspettare gli eventi e di sospendere le attivit finch non si fosse chiarita la situazione. I tre passavano l'intera giornata fuori casa. Per precauzione e per l'insistenza di Joxe Mari, che vedeva agenti in borghese perfino nella forma delle nuvole. Si procurarono delle canne da pesca. Con il buono e il cattivo tempo, andavano a piedi fino agli scogli di Tximistarri tranne Txopo, che era pi interessato a cinema e biblioteche che a stare a guardare per ore se il sughero affondava. Prima di uscire, sistemavano fra la porta e lo stipite, a mo' di segnale, pezzetti appena visibili di filo o di nastro adesivo. E sotto lo zerbino, una scheggia sottile, curva, di vetro, resto di un bicchiere da vino che, se fosse stata calpestata, si sarebbe rotta. Alla fine del pomeriggio, il primo a rientrare controllava i segnali. Se li trovava al loro posto, entrava in casa e accendeva la luce convenuta.
Mesi di incertezza. Quando cazzo ripristineranno la direzione? Erano rimasti senza collegamento. Non li rifornivano pi di armi. Txopo dovette ricorrere ai suoi genitori per farsi dare una mano a pagare la quota di affitto dell'appartamento. E nel frattempo lo Stato aveva festeggiato tutto soddisfatto la sua Esposizione Universale di Siviglia e i suoi Giochi Olimpici di Barcellona. Joxe Mari, una mattina, disse vaffanculo, me la gioco. Cos prese il Topo alla stazione di Amara e scese a Hendaye. Dopo tre giorni in Francia, torn a casa, morto di fame, sporco, demoralizzato.
"L'ETA non sar mai pi quella di prima. La mazzata di marzo  stata un colpo troppo duro."
"Chi sono i nuovi capi?"
"Da quelle parti ce n' un tot. Non si raccapezzano. Non sanno nemmeno dove hanno la mano destra o il piede sinistro."
E tuttavia, non era tornato a mani vuote. Aveva concordato un incontro in un bar del quartiere di Gros con un militante che faceva da staffetta, vediamo se ho capito, con uno della nuova direzione o con uno vicino alla nuova direzione o che cazzo ne so. Joxe Mari era diffidente. Ci mand Patxo un'ora prima a farsi una birra.
"Allora?"
"Niente."
A quel punto ci and lui e consegn al tipo una lettera scritta a macchina da Txopo in cui i tre chiedevano di passare nel Paese Basco francese e di rimanere per un po' nella riserva. Giustificavano: non siamo operativi, abbiamo bisogno di aggiornarci sulla preparazione di esplosivi, siamo molto acerbi in fatto di strategia. Dovettero aspettare per diverse settimane una risposta. Richiesta accettata. E gli concessero un turno di mugalaris. Txopo li segu qualche mese pi tardi.
A Patxo procurarono un posto di lavoro in una fattoria avicola, di propriet di una coppia francese di convinzioni nazionaliste. Con i proprietari e i loro figli, e l'aiuto di un manuale, si applic all'apprendimento dell'euskera. Non lo parlava? Be', no, salvo le venti parole che ti si appiccicano volente o nolente, e per quella ragione di solito i suoi compagni lo rimproveravano solennemente. Se non parli euskera, non sei basco, gli dicevano, anche se fai parte dell'ETA. Lui faceva presente il suo impegno per l'indipendenza. Lo mandavano a quel paese.
Quanto a Joxe Mari, espresse il massimo interesse per aumentare la sua conoscenza in materia di esplosivi. L'attentato fallito contro il convoglio della Guardia Civil gli era rimasto conficcato nella memoria come una spina. E Txopo? Txopo fece finalmente il suo corso sulle armi. Quando dopo un po' di tempo rientrarono in attivit, tutti e tre erano convinti di formare un talde pi competente, pi forte, pi letale di prima.
Cinque mesi dopo li arrestarono. E ancora, dopo tanti anni, Joxe Mari si domanda dove avevano sbagliato, chi aveva sbagliato. L'organizzazione era piena di talpe, come dicevano? I tre componenti del talde avevano abbassato la guardia? Io, no; per Patxo. Non c' altra spiegazione. Quello che all'inizio era un semplice sospetto, ben presto si trasform in certezza. Li avevano presi soltanto pochi giorni prima di un colpo spettacolare, quando avevano tutto pronto: l'ora, il posto, l'auto-bomba. E Joxe Mari non aveva il minimo dubbio che si fosse trattato di una soffiata. Durante le udienze del processo in tribunale, ogni volta che si ritrovava con Patxo nell'acquario, non si degnava di rivolgergli la parola. Non gli concedeva nemmeno l'onore di uno sguardo. Come se non esistesse.
Ci mise molto tempo a cambiare idea, anche se a tutt'oggi resta convinto di essere stato catturato per colpa di Patxo. Riconosco che non aveva senso collaborare con la txakurrada per poi farsi un mucchio di anni in carcere, dove ancora si trova. Perci non ha tradito, quello no; per  stato imprudente.
Una sera l'avevano visto malinconico, spento.
"Che ti succede?"
"Mio padre sta malissimo. Non credo che camper a lungo."
A Joxe Mari si erano accese delle luci rosse in testa.
"E come fai a saperlo?"
Capendo che si era lasciato sfuggire qualcosa di troppo, a Patxo non era rimasta altra scelta che confessare di essere andato a trovare in segreto la sua famiglia. Quando? In realt, diverse volte. Una grave infrazione della disciplina. I suoi compagni avevano chiesto/preteso i particolari. Li aveva forniti, sempre pi crudi. Suo padre scheletrico, pallido, con dolori terribili. Suo padre che non riconosceva pi nessuno. Suo padre che.
"Vabbe', basta cos."
Non era neanche un mese che avevano cambiato appartamento per motivi di sicurezza. E adesso, questo. Quella notte Joxe Mari non era riuscito a prendere sonno. Si era alzato diverse volte dal letto. Dalla stanza buia scrutava la strada deserta, i lampioni accesi, le auto parcheggiate. Cinque, dieci minuti, e tornava a letto. La mattina aveva parlato da solo a solo con Txopo.
"Ho un brutto presentimento. Tu cosa pensi?"
"Magari non l'hanno visto e ti stai preoccupando per niente."
" sicuro che i nostri nomi sono in qualche documento intercettato dalla polizia. Oppure pu darsi che un detenuto li abbia fatti mentre gliele davano di santa ragione. Allora gli basta mettere uno txakurra in borghese vicino alla casa dei nostri aitas. Ne beccano uno e hanno preso tutti. Ce la filiamo?"
"Di nuovo? Aspetta qualche giorno. Facciamo l'ekintza e poi cambiamo aria."
Si era lasciato convincere, lui cos attento, cos sospettoso. Forse era stanco. Stanco di cosa? Di tutto quell'andirivieni, di sorvegliare, di passare la vita in un continuo stato di inquietudine e tensione, e della fottuta clandestinit che ti consuma a poco a poco. Si sarebbe potuto difendere perch da quando era risuonato il primo colpo alla porta a quando il primo txakurra era entrato urlando nella sua stanza, lui avrebbe potuto prendere la pistola; per, che cazzo, sono ancora giovane e un giorno o l'altro mi libereranno. Mancavano cinque minuti all'una e mezza di notte. In un primo momento avevo provato sollievo. Forse  perch ero un illuso e non avevo la minima idea di quello che mi aspettava.

*****

101

Txoria txori

Non appena nota, intuisce, fiuta che dal pavimento si solleva il pulviscolo della tristezza, si mette a fischiare la sua melodia preferita. Non ha bisogno di deciderlo. Gli viene da sola. Prova una profonda gratitudine per quella canzone. Cose sue. A volte, quando sta andando in mensa, o in cortile, o dopo aver salutato la madre in parlatorio, cerca il suo rapido effetto tranquillizzante sussurrandola, Hegoak ebaki banizkio, cos piano che  quasi come se la pensasse soltanto, sempre imitando la voce di Mikel Laboa. Se l' ripromesso: il giorno in cui ritrover la libert, appena arrivato in paese salir in montagna a cantare Txoria txori senza altri testimoni se non l'erba e gli alberi.
Mentre lo portavano via dall'appartamento, il suo sguardo si imbatte per caso nel cd di Laboa. Era da tanto che non lo ascoltava. Era l, sopra il tavolo, e l rimase. Per Joxe Mari fu l'ultima immagine di quello che era stato il suo mondo fino a quel momento, da cui si separava per sempre.
La perquisizione dur diverse ore. Li tennero separati, ciascuno in una stanza, con le mani ammanettate dietro la schiena. Armi? Be', s, qualcuna c'era. Il resto, nel nascondiglio; ma questo gli txakurras l'avrebbero scoperto pi tardi. Facevano domande alla presenza del segretario del tribunale. E questo, cos'? E dove sono? E dove tieni? Li caricarono su veicoli diversi. Joxe Mari fu l'ultimo a essere portato via.
"Andiamo, duro."
Stava iniziando ad albeggiare. La frescura azzurrina del mattino, gli uccelli che cinguettavano, vicini alle finestre. E mentre entrava nel furgone, lo risvegli bruscamente dalla sonnolenza e dall'intontimento il ceffone di una guardia civile che si era sentita osservata. Non doveva guardarla. E, al suo fianco, un'altra guardia gli disse con flemma ironica:
"Ti  girata male, gudari".
Lo costrinsero a viaggiare con la testa fra le gambe, come quando era andato a incontrare Pakito. E in quella posizione, gli venne per la prima volta in mente la canzone, Hegoak ebaki banizkio / mirea izango zen. Procedevano a grande velocit. Lui si era sentito per un istante in salvo dentro la canzone. La canzone sarebbe stata il suo rifugio, la sua tana profonda. Mi nascondo l e gli faccio credere che mi hanno preso.
Punto d'arrivo, la caserma di Intxaurrondo. Dopo avergli preso le impronte digitali e avergli scattato delle foto, lo spogliarono e uno gli disse qui ti tratteremo bene, ma devi meritartelo. Non facciamo regali. Gli tolsero l'orecchino. L non volevano finocchi. E gli infilarono la testa in un passamontagna. Dovevano averglielo messo al contrario, con l'apertura dietro, perch non vedeva niente. Lo chiusero in una cella. Nessun insulto, nessuno spintone, nessun colpo. Le ore passavano. Sentiva passi, voci smorzate. All'improvviso, urla di dolore, di protesta, attraverso i tramezzi. Patxo? Joxe Mari, ancora ammanettato, cercava di combattere il freddo ricordando la canzone.
A un certo punto della mattinata lo prelevarono per l'interrogatorio. Doveva essere ragionevole, perch i suoi compari avevano gi confessato e lo avevano incastrato. Vigliacco, traditore, incapace, gli avevano detto dietro di tutto.
"Begli amici, che danno la colpa a te se vi abbiamo beccati."
Lo incalzarono con domande di cui gli txakurras conoscevano gi la risposta. Domande banali: come si chiamava, come si chiamavano i suoi compagni, quanti anni aveva, dove si trovava l'appartamento del commando. E le domande, domande, domande, si ripetevano a tale velocit che Joxe Mari non riusciva a finire di rispondere. A volte, una voce davanti e una voce dietro o accanto gli facevano allo stesso tempo due domande differenti. E sebbene non vedesse nessuno, dalle voci diverse, dai passi e da altri rumori, si rendeva conto di essere circondato da un gruppo numeroso di guardie civili. Di colpo gli piovvero sei, sette, otto colpi in testa. Qualcuno gli parlava accanto all'orecchio. Capiva soltanto parole sparse: pazienza, neghi, stancando, collaborare. Il tutto urlando. E minacce. E altre botte. E insulti. Cadde, lo buttarono gi?, dalla sedia. Steso a terra, gli mollarono, assassino di merda, una scarica di calci dovunque, senza che lui, le mani dietro la schiena, si potesse proteggere.
Lo rimisero a sedere. Qualcuno parl a bassa voce. Cosa disse? Chiss. Bisbigli. Adesso le domande erano altre. E lui si rese conto che nel breve intervallo che impiegava a rispondere non lo picchiavano, perci cercava di allungare le risposte aggiungendo particolari, in gran parte superflui. Ed era chiaro che a Patxo e a Txopo avevano cavato un sacco di informazioni. Per questo le domande adesso si riferivano a minuzie della vita quotidiana dei tre militanti e ad aspetti concreti degli attentati, della consegna di materiale, dei quali gli txakurras erano senza dubbio al corrente.
Volevano nomi. Alla minima esitazione, lo menavano. E poi c'era quella guardia civile, un po' in disparte, che proponeva di sparare un colpo in testa a questo bastardo di etarra e di buttarlo in mare. A Joxe Mari bruciava la faccia sotto il passamontagna. E la canzone? Non gli venne, non se la ricord, non riusciva a pensare. Dopo due, tre ore di botte, non gli avevano ancora domandato del covo. Forse era un tranello dell'interrogatorio. Decise di dire dove si trovava. Magari cos la smettono di picchiarmi. Disse: le armi sono nel tal posto. Ah, s? E perch non l'aveva detto prima? E come facevano loro a sapere che non era una bugia? Gli tolsero il passamontagna. E mentre una mano lo tirava forte per i capelli per fargli abbassare la testa, gli proibirono di guardarli in faccia. Gli avvicinarono una mappa della provincia. Gli diedero perfino dell'acqua. E nell'istante in cui indic un punto con il polpastrello, si accorse che il luogo del covo era stato marcato con una x. Allora lo sapevano. Non ce lo portarono nemmeno. Sicuramente c'erano gi andati con qualcuno dei suoi compagni o con tutti e due, e avevano disseppellito i bidoni.
Lo spinsero, era ormai notte, all'interno di un veicolo, con tre txakurras che continuarono a fargli domande, pi che altro per umiliarlo. Cosa pensava della bandiera spagnola. Se aveva una fidanzata e quante volte se l'era scopata. Cos. E tranne qualche ceffone all'inizio del viaggio, non lo picchiarono per tutto il tragitto fino a Madrid. Dalla cena del giorno prima non aveva toccato cibo. Ma la fame non era il suo problema principale. Era peggio il sonno. E non appena gli si chiudevano gli occhi e gli cadeva la testa sotto il peso della stanchezza, le guardie lo tiravano forte per i capelli.
"Sveglia, gudari."
Poi si misero a parlare delle loro cose. Lo lasciarono tranquillo, anche se rimanevano vigili in caso gli si chiudessero gli occhi. Gli si chiudevano. Era impossibile che non gli si chiudessero. Lo scuotevano con violenza, lo tiravano per i capelli. Alla fine gli permisero di dormire un po'. All'improvviso mi  venuta la canzone. En zuen aldegingo. O magari lo sogn soltanto. Niente, pochi secondi, qualche parola senza immagini. E quello mi ha fatto molto bene.
Quando lo svegliarono, era ancora notte, il veicolo stava percorrendo a tutta birra le strade di Madrid. La destinazione finale? La Direccin General de la Guardia Civil, in calle de Guzmn el Bueno. Non sa quello che l'aspetta. Che accidenti ne potevo sapere, se credevo che a Intxaurrondo mi ero gi beccato la dose regolamentare di mazzate. Nel parcheggio lo costrinsero a rimanere a lungo in piedi, il volto contro il muro. Perch erano arrivati anche i suoi compagni e non volevano che si vedessero gli uni con gli altri. Edificio di mattoni. Uffici. Ma lui lo portarono in una cella sotterranea. Lo avvertono: deve collaborare, non deve guardare nessuno in faccia n rivolgere la parola ad altri detenuti se per caso li incrocia.
E comincia per Joxe Mari un girone infernale che va dalla cella alla stanza degli interrogatori, da qui alla visita del medico legale, di nuovo in cella e via, si ricomincia. Quattro giorni in isolamento pi quello alla caserma di Intxaurrondo. Deve collaborare, non opporre resistenza, non fare il furbo, collaborare, collaborare, qui non si scherza pi. Gli misero una mascherina. Poi un passamontagna, poi un altro, tre in totale. Suda, trema. Anche questi qua volevano dei nomi. Se era stato con tizio, se conosceva caio. Gli attribuirono attentati. Neg e subito lo colpirono diverse volte alla testa con manganelli o con mazze foderate con qualcosa, non so, con gommapiuma o nastro isolante. Altre domande, altre botte. In modo che non si facesse illusioni, le mani dietro la schiena, lo costrinsero a reggere una pistola e un caricatore. Stringesse forte, cos restavano bene impresse le impronte digitali. Complimenti, etarra. Era appena diventato l'assassino di non so chi.
"Queste noi le chiamiamo prove inoppugnabili."
E all'improvviso, forza, facesse dieci flessioni. Domande sulla sua vita privata, i genitori, la comitiva, i bar del paese, la ikastola, gente abertzale del posto. Altre flessioni e l'ascensore. Non capisce. Adesso gli fanno vedere. Lo misero davanti al muro e l doveva accucciarsi, alzarsi, sedersi di nuovo accucciato e via cos, fradicio di sudore, per un bel pezzo.
Gli infilarono la testa in un sacchetto di plastica. La mancanza d'aria lo faceva diventare frenetico. Faceva resistenza per pura angoscia. E, robusto com'era, ci vollero diversi agenti per tenerlo a bada. Due, tre, seduti sopra di lui mentre un altro gli chiudeva il sacchetto intorno al collo. La morte stava in quel sacchetto. C' un punto a partire dal quale cadi gi dall'altro lato. Allora non c' pi ossigeno che ti possa riportare alla vita e avrebbero dovuto liberarsi del corpo. La bocca aperta cercava a tutti i costi di aspirare una porzione, per quanto piccola, d'aria. Ma tutto ci che vi entra  la plastica. Loro conoscono il punto critico. Joxe Mari sente che gli stanno per scoppiare i polmoni. Sul punto di perdere i sensi, gli consentono una boccata d'aria prima di spingerlo di nuovo al limite dell'asfissia. Cos per otto, nove volte. E alla fine, s, perse i sensi.
Raccont al medico legale che l'avevano torturato. E il medico gli replic in maniera annoiata che lui poteva far risultare nel rapporto soltanto le lesioni, e per nessuna ragione considerazioni soggettive o giudizi di valore. Qualche emorragia? Niente? In ogni caso, ne parlasse con il giudice, anche se non ti servir a molto. Joxe Mari, la faccia gonfia, ma senza ferite visibili, non insistette. E da quel momento si limit ad approfittare della visita in infermeria per conoscere il giorno e l'ora, e per bere dell'acqua.
La seconda, o era stata la terza?, notte lo sottoposero a scariche elettriche. Nudo, con il passamontagna, steso sul pavimento, gli applicavano gli elettrodi sulle gambe, sui testicoli, dietro le orecchie. Si contrae, salta, urla. A volte il suo corpo  scosso da uno spasmo violento quando loro fanno scintillare gli elettrodi a breve distanza per spaventarlo. E altre domande e altre botte, colpi sulla fronte e sulla schiena e sulle spalle. Vogliono sapere quando  entrato nell'ETA, chi l'ha ingaggiato, com'erano gli addestramenti, chi sono gli istruttori, chi comanda. E botte ed elettrodi. Lo portarono dal medico, il corpo punteggiato di macchie rossastre, piccole bruciature e qualche ferita che sanguinava. Il medico gli applic una pomata. Gli disse che erano le sei del pomeriggio.
Il giorno dopo il programma cambi. Lo tirarono fuori dalla cella sotterranea.  uno di quelli che l'aveva accompagnato in ufficio lo avvert durante il cammino:
"Fai molta attenzione a dichiarare cose diverse da quelle che ci hai detto perch ti riportiamo gi e non ne esci vivo".
Di sopra, cortesia, educazione e la presenza di un avvocato d'ufficio. Le domande non erano diverse da quelle che gli avevano rivolto negli interrogatori nello scantinato, ma formulate senza urlare avevano come un'aria da conversazione. Si pieg alle istruzioni ricevute. Andava bene tutto pur di evitare la bestialit degli interrogatori. E firm senza nemmeno guardare il modulo.
Non ci furono pi maltrattamenti. La mattina lo fecero lavare. Mentre si vestiva, uno txakurra gli si rivolse con le buone. Se pensava che alla sua et fosse valsa la pena entrare nell'ETA per passare un mucchio di anni in carcere, buttare la giovinezza nella spazzatura e far soffrire i tuoi genitori, invece di godersi la vita, farsi una famiglia e tutto il resto. Gli offr una sigaretta.
"Non fumo."
In mattinata, lo portarono nell'ufficio del giudice del Tribunale Nazionale. Joxe Mari aveva un groppo d'odio nel petto. Un groppo duro, caldo. Non l'avevo mai provato prima, nemmeno durante le ekintzas. Rifiut l'avvocato d'ufficio che gli avevano assegnato. Ne pretese uno con il suo impianto ideologico, uno esperto nel difendere detenuti dell'ETA. Dopo una lunga discussione, chiamarono un'avvocata, inizi l'interrogatorio. Non appena sent la prima domanda, Joxe Mari dichiar che l'avevano sottoposto a torture. Il giudice sollev gli occhi al cielo.
"Rieccoci."
Gli sugger, scostante, mentre sfogliava documenti, di presentare la relativa denuncia al tribunale ordinario. Aggiunse che quello non era n il momento n il luogo. E Joxe Mari si sent impotente e il groppo d'odio non la smetteva di ingrandirglisi dentro il corpo, e in fondo per lui era tutto lo stesso. Respinse le accuse e, per farla finita una buona volta con quel circo, disse che accettava di rispondere alle domande e lo fece in maniera secca, concisa, con il suo marcato accento basco.
Dopo l'interrogatorio, lo portarono gi nelle celle. Lo lasciarono l a lungo in attesa del furgone che doveva condurlo in carcere. C'era puzza di umidit, di aria vecchia. E sul muro, sorpresa, c'erano frasi scritte in euskera, e il simbolo dell'ETA, e un disegno dei confini di Euskal Herria attorno allo slogan: Gora Euskadi askatuta. Che peccato non avere una penna a portata di mano. Lo prese una specie di euforia, forse perch non si sentiva solo, anche se era solo, ci siamo capiti. E cominci a cantare, prima sussurrando, poi con voce normale: Hegoak ebaki banizkio...

*****

102

La prima lettera

"Caro Joxe Mari." Caro? Che orrore. Cancell la parola non appena la vide scritta. Di fronte a Bittori, sulla parete, era appesa la foto del Txato. Tranquillo, sto solo facendo delle prove. Il foglio era stato profanato da quella formula insincera di saluto. Bittori ne prese un altro dalla pila che giaceva su un lato del tavolo. Scriveva con il corpo chino in avanti in una posizione forzata. Soltanto in quel modo diventava tollerabile il dolore al ventre, che non le dava tregua dal tardo pomeriggio. Ikatza dormiva con un sonno leggero a breve distanza, sopra uno dei cuscini del divano. Di tanto in tanto si leccava una zampa. Ed era mezzanotte passata da pi di mezz'ora.
"Salve, Joxe Mari." Una pacchianata. "Kaixo, Joxe Mari." Fece una smorfia. Significava fingere una confidenza che non avevano. Alla fine si limit a scrivere il nome del destinatario, seguito da una virgola. Fu tentata, per puntiglio?, di presentarsi come la Pazza, come mi chiama la sua famiglia. Lo sapeva da Arantxa, che incrociava spesso per strada, sempre in compagnia di quella badante con la faccia da india delle Ande che la porta a passeggio. "I miei ti chiamano la Pazza, ma non farci caso." A Bittori sembr che rivelando quella confidenza avrebbe potuto mettere zizzania tra i due fratelli. Non la rivel. Invece scrisse: sono Bittori, ti ricorderai, non  mia intenzione causarti problemi, credimi, mi sono liberata dall'odio eccetera. Rilesse il primo paragrafo con fastidio, ma cosa vuoi. Tu continua e, nel caso, poi correggerai.
Su un foglio a parte aveva appuntato le cose di cui voleva trattare nella lettera. Non molte. E non voleva neanche farla troppo lunga. A che servono tutti questi sforzi se poi non mi risponde? E tuttavia, quelle poche cose l'avevano tenuta in tensione e pensierosa, insicura e sveglia, per diversi giorni. And al sodo. Non era spinta dal rancore. Il motivo della lettera? Sapere con tutti i possibili particolari com'era morto suo marito. Soprattutto, chi aveva sparato. Di pi: era disposta a perdonare, ma a una condizione. Quale? Che lui le chiedesse perdono. Aggiunse che non si trattava di una pretesa, ma di una preghiera. Cos non era abbassarsi troppo? Non le importava. Scrisse che a causa della sua malattia sarebbe vissuta ancora poco. Cancell subito la frase. Proprio in quel momento l'assali un'altra raffica di dolore. Ikatza dovette notarlo, perch si svegli allarmata.
"Sono arrivata a un'et in cui non credo che mi rimanga molto da vivere." Rilesse. S, quelle parole suonavano pi discrete. La verit le pareva troppo forte. Se gliela dico penser che mento. Peggio: che cerco di ispirargli compassione. La verit la conosceva soltanto lei. Nemmeno i suoi figli, sebbene ritenesse improbabile che Xabier non fosse punto dal sospetto. Senn, perch insiste per farmi visitare dall'oncologo? Dare la colpa all'et risultava meno terribile. Sicuramente, leggendo quel passaggio, lui avrebbe pensato a sua madre, avanti negli anni quanto Bittori. Questo lo ammorbidir. E, naturalmente, gli sarebbe stata molto grata se, prima che la mettessero in una tomba, lui le avesse raccontato in quali circostanze era morto il Txato. Aveva bisogno di sapere, tutto qui.
E arriv al delicato punto di dirgli che il Txato, inutile ingannarci, il giorno in cui l'hanno/l'avete ucciso, quando era tornato a casa per pranzo le aveva raccontato di aver visto Joxe Mari e di essersi fermato un momento a parlarci.  che sebbene lei non avesse assistito al processo in tribunale, perch non l'avevano neanche avvisata, aveva saputo dalla sentenza che era stato accertato che Joxe Mari era implicato nell'assassinio. Cancell. Nella morte di suo marito. "Ti chiedo dal profondo del cuore di raccontarmi la tua versione dei fatti." Se non aveva voglia di scrivere, lei era disposta ad andarlo a trovare in carcere, e cos non restano tracce scritte se  questo il problema. Il suo unico desiderio, ripet, era conoscere la verit prima di morire e perdonare. Cancell.  che lui le chiedesse perdono e perdonare all'istante e trovare la pace e poi morire.
Don, don, le due all'orologio a muro. Bittori rileggeva lo scritto pieno di cancellature. Lo copier in bella domani mattina. Allora le venne un primo conato di nausea. Uh, mamma mia. Subito dopo un altro. Al terzo, sparse una boccata di vomito sul tavolo, non riusc a evitarlo, e naturalmente sulla lettera e in parte anche sui fogli. Scostandosi dal tavolo, cadde o si lasci cadere, non sa bene. Ricorda, quello si, che la fitta al ventre era stata cos intensa che l'aveva costretta a mettersi in posizione fetale sul tappeto. Non per quello era pronta a credere in Dio come fanno altre persone quando giungono di fronte al grande buio. A cosa serve? Se muoio, muoio. Fece uno sforzo per trascinarsi fino al telefono, l vicino, tre metri, sopra il com, eppure cos lontano. Lontano? Irraggiungibile. Stavolta non me la cavo. Ahi, qui ci rimango. I miei figli. Prima di perdere i sensi, l'ultima cosa che vide fu Ikatza, che si era avvicinata a strofinarsi contro il suo viso. La gatta le sfior la fronte con la pelliccia nera e con la coda morbida. Ikatza silenziosa, Ikatza nera, bella, Ikatza. Magari sarai tu l'ultima cosa che vedr nella vita.
Si svegli verso le dieci, la stanza traboccante di luce mattutina. Dolore? Neanche un po'. Misteri del corpo. Pul piano, dosando gli sforzi. Non sia mai che. E apr porte e finestre per far prendere aria alla casa. Telefon a Xabier, e madre e figlio parlarono per cinque minuti del pi e del meno. Subito dopo chiam Nerea, e madre e figlia parlarono per mezz'ora del pi e del meno. A mezzogiorno non tocc cibo. Non osava. Pilucc la punta di una bietola, un pezzetto di patata lessa, rimasugli del giorno prima, pi che altro perch non le piace buttare via il cibo, ma fu inutile. Come mai? Aveva paura a mandare alimenti solidi nelle viscere doloranti. E alla fine, per depistare la fame, si prepar un tazzone di camomilla.
Andare in paese prima delle cinque? Aveva poco senso. Joxian  di quelli che fanno la siesta, perci in genere arriva all'orto verso met pomeriggio. La prima volta Bittori aveva aspettato il suo arrivo nascosta tra gli alberi, dall'altra parte del fiume. Poi si era resa conto che poteva osservarlo anche dal ponte, anche se soltanto da uno spazio vuoto tra i mandorli. Restare sul ponte, vicino alla fermata dell'autobus, le faceva risparmiare un bel po' di strada. L'unica cosa che voleva era vederlo arrivare. Il fatto  che, per evitarla, Joxian si chiudeva nel casotto; ma a me quest'uomo non m'imbroglia e nemmeno sono disposta a chiamarlo urlando, ci mancherebbe solo quello.
Per un momento pens alla possibilit che Joxian rifiutasse la sua lettera. Si azzarder?  abbastanza vigliacco. Gi lo era da giovane. Tir fuori la busta dalla borsa. Che la mettesse l. Dove? Sopra una gabbia di conigli. Come se gli facesse schifo toccarla.
"Io do la lettera a Miren da parte tua, eh? E poi fatti vostri.  lei che ci va."
"Tu non vai a trovare tuo figlio?"
"Io? Poco."
Le prime volte che era andata a trovarlo nell'orto, Joxian si era mostrato scontroso, con una ruvidit che Bittori non sapeva se attribuire alla timidezza o alla collera. Perch quest'uomo non  esattamente quello che si dice un tipo rancoroso. Questo qui non  capace di odiare. Come fa a esserne capace? E a forza di parlargli con le buone, anche se il poverino si sentiva tanto a disagio, aveva limato la sua asprezza.
Joxian, rosso in viso (il vino?), indic la lettera con un accenno del mento.
"A me, 'sta storia mi mette nei casini."
"Gliela darei io, la lettera, a tua moglie, ma qualcosa mi dice che preferisce non guardarmi in faccia, anche se non so cosa le ho fatto."
"Non  sicuro che la porti a nostro figlio."
"Perch? Gli ho scritto con buone intenzioni."
"Cazzo, ma  che smuovi cose che non bisogna smuovere."
Aveva dato la lettera a Miren? Come accertarsene se per due giorni di seguito lui non era andato nell'orto, almeno nel solito orario? Magari perch pioveva e non ha bisogno di innaffiare. Per i conigli? Dovr dargli da mangiare, dico io. Bittori dedusse che Joxian, per evitarla, scendeva all'orto nel tardissimo pomeriggio o gi di sera, oppure la mattina presto.
Il terzo giorno Bittori cammin per il paese con poche speranze di incontrare Joxian. Dopo aver girovagato di qui e di l, entr a prendere un decaffeinato al Pagoeta. A quell'epoca la sua presenza quasi quotidiana per le strade del paese aveva smesso di attirare l'attenzione. Nel bar, nessun cliente le rivolse la parola; ma nemmeno la guardarono male. Pag e, uscendo, alcune persone che entravano la salutarono con un lieve movimento della testa.
Decise, non pioveva, di attraversare la piazza in direzione di casa sua e poi fare un piccolo giro per passare vicino a quella di Joxian. Dopo pochi passi scorse la sedia a rotelle e la donna minuta con i tratti da india seduta accanto, sul parapetto. All'ombra dei tigli, devi senza esitare verso di loro. E il viso di Arantxa, come ogni volta che la vedeva, si rallegr. Con un gesto brusco della mano sana reclam l'iPad. La badante glielo diede. Bittori si chin per baciare Arantxa e lei le rispose con il tripudio muto, violento, delle altre volte. Poi, come posseduta dalla frenesia, si mise a premere nervosamente le lettere con un dito. Era chiaro che voleva comunicarle qualcosa con urgenza. Bittori lesse: "Mia madre ha stracciato la tua lettera".
"L'ha stracciata?"
Arantxa annuisce. Scrive di nuovo: "Non darle altre lettere. Non gliele porter.  cattiva".
"Non parlare cos di tua madre."
Il dito sottile, pallido, si d da fare tra le file di lettere. La badante rimane in silenzio, gli occhi fissi sullo schermo. Bittori legge: "Se vuoi scrivere al terrorista della mia famiglia c' una soluzione".
"Che soluzione?"
Be', che gli scriva in carcere. In carcere? Arantxa risponde di s con due categorici movimenti della testa. Cerca di articolare delle parole. Emette dei suoni acuti, incomprensibili. A volte riesce a farsi capire; ma oggi, che succede?, per quanto si sforzi non ce la fa, si angoscia, si blocca. Allora scrive: "E nel Puerto de Santa Mara I, modulo 3. Metti il suo nome e gli arriva sicuro".
"E pensi che legger la lettera?"
Arantxa fa un gesto con la mano, come per esprimere incertezza. L'altra mano, spastica, la tiene stretta contro il ventre.

*****

103

La seconda lettera

E ormai senza la minima traccia di allegria sul viso n di nessun altro sentimento riconoscibile, la vide allontanarsi verso il fondo della piazza.  una brava donna. C'era qualche piccione che becchettava a terra, mescolato a passeri salterini, e nella via laterale, davanti alle case, c'era il venditore di bombole di gas, sporco, robusto, che si caricava sulle spalle la centesima bombola della giornata.
Celeste aspett che Bittori non fosse pi in vista per dire che:
"Miren si arrabbier se scopre che ci siamo fermate a parlare con questa signora".
Per via del collo Arantxa non riusciva a girare del tutto la testa. Perci non pot sostenere lo sguardo della badante, in piedi dietro la sedia a rotelle. E scrisse con dito energico/furioso sulla tastiera dell'iPad: "Glielo racconti tu?"
"Certo che no, Arantxa. Per chi mi hai presa? Ma guarda intorno a noi tutte le persone che forse ci stanno osservando."
Non aveva voluto incorrere nella falsit di chiedere a Bittori del contenuto della lettera. Perch mai, se gi lo conosceva? L'aveva letta? Certo. E la conservava, piena di macchie d'unto, in un cassetto.
Tre sere prima si preparavano a cenare e credo che tutta la provincia di Guipzcoa puzzasse del pesce e dell'aglio fritto di mia madre. Le due donne in cucina. Arantxa sulla sedia a rotelle, vicino al tavolo. La finestra aperta. Da l uscivano in strada odori e vapori. E, all'improvviso, il rumore familiare della chiave nella serratura. Joxian era entrato grattandosi il fianco, il basco un po' caduto sulla nuca. In un sacchetto di plastica, aveva un cespo di lattuga, fave e varie verdure che coltiva nell'orto, e aveva messo tutto l, accanto all'urna della Madonna che va di casa in casa e che quel giorno toccava a loro custodire. Con la mano libera, perch con l'altra non la smetteva di grattarsi le costole come se stesse suonando l'arpa, aveva tirato fuori la busta bianca dalla tasca interna del giaccone.
"Me l'ha data quella li per fartela portare a Joxe Mari."
Miren, a labbra strette, con gli occhi furiosi, aveva cercato conferma:
"Chi te l'ha data?"
"Chi dev'essere? La Pazza."
"Tu ci hai parlato?"
"Cosa posso fare se mi entra nell'orto? La picchio con un bastone?"
"Da' qua."
Miren aveva afferrato la lettera con una manata. L'aveva strappata: tric. Aveva unito, aria altezzosa, mani rapide, le due met. Aveva strappato di nuovo: trac. E aveva buttato i pezzi nel secchio della spazzatura, che stava in una nicchia con lo sportello sotto l'acquaio.
"Forza, a cena."
Avevano litigato? No. L'unica cosa: che se ne stesse per qualche giorno senza scendere nell'orto. E i conigli? Doveva lasciarli morire di fame?
"Allora vai presto a dargli da mangiare."
"Quella l magari salta il muro e mi infila altre lettere nello spiraglio della porta."
"Qui, non portarcele. Meglio che le bruci."
Il giorno dopo si era alzato presto quasi come ai tempi della fonderia, per andare a occuparsi prima possibile delle sue bestie. Allora aveva sorpreso Arantxa in cucina e che ci fai qui. Come se non lo vedesse. Ferma sulla sedia a rotelle davanti all'acquaio, Arantxa si era messa in grembo il secchio della spazzatura. Con un dito sulle labbra aveva chiesto al padre silenzio. Questo succedeva nei giorni in cui, appoggiandosi a un bastone, ai bordi dei mobili, a qualunque cosa, volont di ferro, era capace di alzarsi da sola e fare brevi, esitanti, tremuli passi malgrado il piede equino, ed era gi crollata un paio di volte senza gravi conseguenze. Finalmente, con le dita della mano sana unte, aveva estratto dal secchio maleodorante l'ultimo pezzo della lettera.
Joxian, sussurrando:
"Se lo scopre l'ama, sai che casino".
Arantxa: alzata di spalle, dimenio scostante della testa, come dicendo a me che me ne, non ho paura di lei. Aveva pulito un po' superficialmente i pezzi della lettera sul grembiule di sua madre, appeso dietro la porta. Si spostava a fatica sulla sedia a rotelle. Il padre aveva cercato di aiutarla. Lei, scontrosa, rifiutante, gli aveva fatto capire che non ce n'era bisogno. Ma lui, come al solito, era stato vinto dalla compassione. Come poteva la figlia muovere la sedia con una mano sola? Be', come aveva fatto prima nella direzione opposta.
"Dai, dai."
E cercando di non far rumore in modo che Miren, ancora a letto, non li sentisse, l'aveva portata in fretta nella sua stanza.
Da sola, dal lato del letto dove non ci sono le sbarre, lisciate meglio che aveva potuto le lenzuola in disordine, aveva ricomposto la lettera. "Joxe Mari, sono Bittori. Ti sorprender che." Cosicch a met mattina, quando l'aveva incontrata, Arantxa era al corrente del contenuto della lettera. Si era chiesta se buttare di nuovo i pezzi di carta nella spazzatura o conservarli, ma conservarli a che scopo. Be', avrebbe visto. E per il momento li aveva nascosti in un cassetto del com.
All'una, Celeste la riport a casa. Padre, madre e figlia mangiarono, gli occhi rivolti al televisore, La ruota della fortuna, tranne Joxian, assorto, sonnolento, al quale il programma non interessa. E poi lo fanno uscire dai gangheri le urla del pubblico giovanile.
"Non si pu mettere pi basso?"
Dopo pranzo, mentre ammazzava il tempo in attesa dell'ambulanza che di pomeriggio la porta alla fisioterapia, Arantxa scrisse con l'iPad al fratello. Gli raccont, gli spieg, gli annunci che Bittori, quella del Txato, gli avrebbe scritto in carcere "e mi piacerebbe che le rispondessi, te lo chiede tua sorella che non ti dimentica, non c' bisogno che l'ama lo sappia". Con questo tono cordiale/perentorio, severo/affettuoso. Termin:
" una brava donna. Muxu bat".  una sfortuna che una donna mancina non possa utilizzare la mano sinistra. Si diede da fare, incapace di accettare le limitazioni, con pi rabbia che abilit, per copiare il testo su un foglio, anche prevedendo che il tentativo sarebbe fallito. Fall? Completamente.
Fino al sabato, era gioved, non era previsto che vedesse i suoi figli. Che fare? Chi le trascrive la lettera e la infila subito in una cassetta? Faccenda delicata: chiunque lo faccia la legger. Scart suo padre. Celeste? Non la vedo fino a domani. E poi non mi fido. Non che lo vada a dire a Miren, quello no. Ma sicuramente a casa racconta ai suoi tutti i particolari della sua esperienza quotidiana con la disabile (o la paralitica, non so quale parola user quella gente) e chi mi dice che poi loro non se ne vanno in giro a chiacchierare.
Un'ora di fisioterapia. Salut all'arrivo, in un modo che i presenti capirono:
"Salve".
E di conseguenza, circondata da camici bianchi, ricevette elogi e congratulazioni. Bisogna sollevare il morale al paziente.  una regola della casa, sebbene ad Arantxa dia oltremodo fastidio che le parlino e la trattino come i bambini e gli anziani. Non sono una subnormale.
Programma per la riabilitazione: esercizi orientati a ridurre l'ipertonia alla mano e al braccio sinistro. Poi lavoreranno sugli arti inferiori. La fisioterapista le domand se le era tornato il formicolio. Neg. Buon segno. I progressi sono lenti, lenti, ma sono progressi. E alla fine dell'ora cercheranno di metterla in piedi e di farla camminare per qualche metro, con un sostegno, chiaro.
C'era troppo trambusto nella stanza, un andirivieni costante di fisioterapisti, pazienti e accompagnatori. E voci. Arantxa non aveva l'iPad a portata di mano. Perci non ci fu la possibilit di chiedere il favore a nessuno; ma pi tardi s, quando rimase da sola con la logopedista e pot spiegarglielo. Lei:
" molto lunga la lettera?"
Macch. Quattordici righe. La cosa migliore era che gliela mandasse subito via mail e lei, la sera, appena a casa, l'avrebbe copiata su un foglio di carta e l'avrebbe messa in una cassetta vicino alla sua strada. Glielo promise. Lo fece? Arantxa ebbe il dubbio; per, trascorso un mese, ricevette una cartolina in una busta, in modo che non la leggesse la madre?, scritta da Joxe Mari. Conteneva battute e affetto, oltre a un post scriptum che diceva: "Mi ha scritto". Non spiegava chi, n ce n'era bisogno. "E le ho risposto."

*****

104

La terza lettera e la quarta

Gli arriv, che sorpresa, una lettera dalla sorella. Aperta, ovviamente. Joxe Mari  in regime di sorveglianza speciale. Gli limitano le ore d'aria in cortile, pi o meno ogni due settimane lo spostano di cella, gli controllano la posta, gliela fotocopiano, archiviano le copie.
La prima volta che la sorella gli scrive in pi di quindici anni. Non conta le cartoline di Natale con messaggio rituale dal finale invariabile: "e un prospero" (lo prende in giro?) "anno nuovo da questa famiglia che non ti dimentica".
Una volta, all'inizio, lei aveva aggiunto qualche riga d'incoraggiamento a una lettera dei genitori, e punto. Arantxa, la spagnola della famiglia, ma lui le vuole bene lo stesso. Per me, si pu pure avvolgere nella bandiera dello Stato. A nessun parente lo consentirebbe, nemmeno al fratello minore. A lui meno che agli altri. Ma con Arantxa  diverso. Arantxa  mia sorella, cazzo. Si  sposata con quello stronzo che l'ha lasciata. E quella  la sua punizione per sentirsi spagnola.
Il ricordo torn alla mente di Joxe Mari all'improvviso, sua madre che gli diceva seria-seria, in una di quelle telefonate a cui lui ha diritto, che alla sorella era successo un incidente molto brutto a Maiorca. Cosa ci faceva mia sorella a Maiorca? In vacanza con Ainhoa. E poi  che Miren non ha la minima delicatezza.
"Ho parlato con un medico di l. A quanto ho capito, rimarr scema per sempre."
Non era la sua grafia. Certo, l'avr scritta qualcun altro perch lei non pu. E gli annunciava una lettera che sicuramente gli sarebbe arrivata entro poco tempo. Di chi? Di Bittori, quella del Txato. Ci mancava solo quello.  che per favore non parlasse della faccenda con l'ama. L'allegria dell'inizio si dissolse. Allora era questo? Da sua madre sapeva, lei glielo aveva detto poco tempo prima in parlatorio, che quella donna  pronta per essere ricoverata nel manicomio di Mondragn e che:
"Si  messa a perseguitarci. All'aita non lo lascia in pace. Da quando  finita la lotta armata, i nemici di Euskal Herria si sono fatti coraggiosi. Crederanno di essere gli unici che hanno sofferto.  chiaro  che cercano vendetta. Vogliono schiacciarci e farci abbassare a chiedere perdono. Io chiedere perdono? Piuttosto mi butto nel fiume".
Due giorni dopo gli consegnarono la lettera annunciata dalla sorella. Il suo primo impulso? Stracciarla all'istante, davanti al secondino. Allora capi perch Arantxa, certamente di fretta, gli aveva scritto. Per trattenerlo. Per frenare il suo istinto. Altrimenti, la lettera della Pazza sarebbe finita direttamente nella tazza del cesso. Per, non appena rimase solo, la lesse.
Questo  un tranello per farmi crollare il morale. Come se, stando in un carcere di sterminio spagnolo, non avrei gi il morale a terra. Il tono umile, il timore di dare fastidio, la ridicola richiesta. Ma cosa cavolo crede quella vecchia? Che le do informazioni sull'ekintza? Cos lo viene a sapere il personale della prigione? Cos lei le fa vedere a un giornalista superfascio?
Tric trac, stracci il foglio. " una brava donna." Col cazzo. Ma non gli serv a nulla essersi disfatto in tutta fretta dei pezzi di carta, visto che adesso conosceva il contenuto della lettera. "Sono Bittori. Ti ricorderai..." Una settimana dopo, continuavano a comparirgli nei pensieri i paragrafi vergati con cura. Ci aggiunse anche la voce. La voce della moglie del Txato come lui la ricordava. La sentiva in continuazione. In mensa, in cortile, di notte a letto mentre aspettava che lo vincesse il sonno. Un'ossessione. Un fantasma che lo perseguitava. Spesso sognava i vecchi tempi. Adesso di pi. E si vedeva com'era allora, davanti all'ingresso del Pagoeta, mentre succhiava un ghiacciolo all'arancia o al limone che il Txato aveva comprato ai suoi figli e a lui e ai suoi fratelli, tutti bambini, la strada piena di sole e la gente vestita per la domenica. E le campane della chiesa. E l'odore che usciva dal bar, di gamberi alla piastra, di fumo di sigari e sigarette.
Lasci passare del tempo, ma alla fine si stanc di tanti ghiaccioli immaginari e di odorare di gamberi l nel fondo incontrollabile della sua mente. E si disse: rispondile una stupidaggine qualunque per togliertela di torno. Che capisca che non entrerai nel suo gioco. E cos fece. Le scrisse in un attimo, ostile, militante, respingente. Niente, quattro righe. Che non si pentiva; che aspirava a una Euskal Herria indipendente, socialista ed euskalduir, che continuava a essere dell'ETA e che era l'ultima volta che rispondeva a una sua lettera. Subito dopo scrisse una cartolina alla sorella e consegn le due buste perch controllassero la sua posta prima di inoltrarla, o se la ficcassero in culo, o se la mangiassero in salsa di pomodoro.
Lui continuava a resistere. Altri detenuti dell'organizzazione, sempre di pi, scendevano dal carro e questo fa male. Lo stesso Pakito, porca puttana. Quello che gli aveva dato la sua prima pistola, quello che gli aveva detto: tu ammazza tutto quello che puoi. Pakito, che quando noi, gli altri detenuti, facevamo l'ennesimo sciopero della fame, mangiava di nascosto nella sua cella. E Potros e Arrspide e Josu di Mondragn e Idoia Lopez. Li espellevano, non li espellevano? Che te ne importa se ti cacciano da una nave arenata sulla terraferma? E anche a Joxe Mari avevano chiesto, cosa di un anno fa, e non era la prima volta, se firmava quella lettera in cui noi quarantacinque sottoscritti rifiutiamo la violenza e chiediamo perdono alle vittime. Come bambini pentiti di avere commesso una marachella. Pentiti, a questo punto, e soprattutto, a che scopo? Pentiti davvero? Quelli l vogliono soltanto tornare a casa. Traditori. Codardi. Egoisti. Essersi sacrificati per questo. Per niente. Per assolutamente niente. Ci stava gi pensando da un po' di tempo. In realt, da anni, e ogni volta che in parlatorio vede sua madre invecchiata, sciupata, o quando ha saputo la faccenda della sorella, o quando pensa ai suoi nipoti e si rende conto che non li conosce, o quando scopre che il suo aita  diventato un relitto marcio di tristezza. Per colpa sua? Be', forse. E lo Stato  pi forte che mai. Il nemico ringalluzzito ci chiede il conto.
L'organizzazione abbandona la lotta e a noi detenuti ci butta via come stracci inutili. In un impeto di rabbia/disperazione, di disgusto/angoscia, diede un pugno alla parete, cos forte che si spell le nocche, e pianse a lungo nella solitudine della cella, prima in silenzio, con le mani appoggiate al muro, come se lo stessero perquisendo; poi, senza cambiare posizione, quando si ricord di nuovo dei ghiaccioli all'arancia e al limone della sua infanzia, con singhiozzi che sicuramente si sentivano da fuori, ma non gli importava. Non gli importava di niente.
La mattina dopo si sedette a scrivere su un foglio di quaderno a quadretti:
Bittori,
non considerare la lettera dell'altro giorno. L'ho scritta incazzato. Ora sono tranquillo. Sar breve. Non sono stato io a sparare a tuo marito. Non importa chi l'ha fatto perch tuo marito era un obbiettivo dell'ETA. Non si pu far andare il tempo all'indietro. Mi piacerebbe che non fosse successo. Chiedere perdono  difficile. Non sono maturo per fare un passo simile. La verit  che non sono entrato nell'ETA per essere cattivo. Ho difeso delle idee. Il mio problema  che ho amato troppo il mio popolo. Me ne pentir?  tutto quello che ho da dire. Ti chiedo di non scrivermi pi. Ti chiedo anche di non avvicinare la mia famiglia. Ti auguro ogni bene.
Si accomiat, asciutto: agur. E adesso? Non gli andava che qualche agente leggesse la lettera. Non perch contenesse informazioni compromettenti n rilevanti, perch non ce n'erano. Era un'altra cosa. Era una lettera troppo intima. Qui, anche se non fornisco molti particolari,  come se mi metto a nudo.
Aveva gi sentito parlare dei servizi del Pecas, detenuto comune, regime ordinario, drogato, naso schiacciato. Uno a cui, quando parla con il suo marcato accento andaluso, vedi la lingua perch gli mancano i denti di sopra e di sotto. Faceva favori in cambio di una mancia. Joxe Mari gli si avvicin in cortile.
"Pecas, quand' che te ne vai a passeggio?"
"Il sabato."
"Vuoi guadagnarti cinque euro?"
"Dipende. Che bisogna fare?"
"Infilare una lettera in una cassetta." "Questo costa dieci."
"D'accordo."

*****

105

Riconciliazione

Insomma, Miren e Arantxa rimasero cinque anni senza rivolgersi la parola. Non si telefonavano, non si mandavano gli auguri di Natale n quelli per i rispettivi compleanni. Niente. E per tutto quel tempo, Miren non vide i suoi nipoti n fu invitata alla prima comunione di nessuno di loro. Invitata? Non ricevette neanche per posta le classiche immaginette. E in tutti quegli anni non vide neanche il genero, anche se questo le importava poco visto che non aveva alcuna stima di lui.
Cocciute, madre e figlia, come pali, diceva Joxian. Come pali? Era il suo modo di esprimersi. E lui s, lui prendeva di tanto in tanto l'autobus per San Sebastian e da l quello per Renteria, andava a trovare Arantxa e Guillermo, portava verdure e frutta dell'orto, e a volte perfino un coniglio (all'inizio vivo, poi spellato e pronto per la pentola, perch ai bambini, dopo aver giocato con l'animale, faceva orrore doverlo ammazzare), passava il pomeriggio con i nipoti, gli comprava le caramelle, gli dava dei soldi quando li salutava. Insomma, con buona volont, anche se era scialbo, taciturno, senza vivacit, faceva il nonno.
Per non guastare la festa, andava a trovare la figlia di nascosto da Miren. Diceva che scendeva all'orto e che non sarebbe tornato fino a cena. Alla terza o quarta volta, Miren lo liber dalla bambinata di mentire.
"Ti credi che non so dove vai?"
Come l'aveva scoperto? Chi lo sa. Da allora, Joxian non disse pi bugie. Se andava nell'orto, diceva chiaramente che andava nell'orto. E se andava a trovare quelli di Renteria, allora diceva soltanto che usciva.
Di ritorno a casa, Miren si limitava a domandargli:
"Allora?"
"Stanno bene."
E questo era tutto, a meno che Joxian, con le sopracciglia malinconiche, non prolungasse il breve dialogo e domandasse se lei non pensava di andare un giorno a trovare i nipoti.
"Io? Sanno dove abito."
Ci che Joxian non raccontava a Miren era che Arantxa e Guillermo erano ai ferri corti. A volte, quando arrivava, fermo sul pianerottolo, li sentiva urlare. E i bambini l, ad assistere alle continue liti fra i genitori. Joxian entrava in casa con il suo mazzo di porri o il suo sacchetto di mele; trovava la figlia in lacrime, i nipoti spaventati e Guillermo, con la faccia da pazzo, che senza dirgli buongiorno usciva sbattendo la porta.
Arantxa, a bassa voce, raccontava al padre che:
"Sopporto per i bambini".
Era da molto tempo che negava il proprio corpo a Guillermo. Insomma, non si lasciava neanche sfiorare di passaggio. E siccome la casa non permetteva diversamente, dopo la notte in cui lei aveva deciso di non avere pi rapporti sessuali con il marito avevano continuato a dividere il letto, ma poco, dieci o dodici giorni schiena contro schiena, finch Arantxa non aveva comprato un materasso sottile, ripiegabile in tre, e da allora, stendendolo a terra, dormiva nella stanza della bambina.
L'ultimo coito, ricorda, che cosa repellente. Come due insetti. N una parola gentile n un cazzo di bacio alla fine. Avevano avuto un litigio durante la cena su una cosa qualunque, perch non litigavano pi per questo o per quell'altro, ma per tutto e per niente, specialmente per niente. E a lui, a letto, era venuta voglia. E dai, forza. Era finito subito. Lei si era detta:  l'ultima volta. Non sono di propriet di questo tizio. E odiava il suo odore, che prima le piaceva tanto, e le risultavano insopportabili il timbro nasale della sua voce, la parlantina esplicativa, i modi da signor sotutto.
Guillermo, arrogante, offensivo:
"Allora me ne vado a puttane".
"Ah, vale a dire che finora io sono stata la tua puttana e, per di pi, gratis."
Arantxa covava un desiderio ogni giorno pi forte che non poteva realizzare. Perch? Be', perch al negozio di scarpe non guadagnava abbastanza. Dalla madre, che aiuto poteva aspettarsi se non si parlavano nemmeno? Dal padre, s: lattughe, mandorle e, di tanto in tanto, qualche goffa parola di consolazione. Dai suoceri, che erano brave persone, uguale: favori e gentilezze di cui lei era grata, che le rendevano la vita pi sopportabile, ma non le fornivano il desiderato sollievo economico.
Sapeva di essere in trappola. Non che Guillermo guadagnasse molto di pi; per,  chiaro, mettendo insieme i due stipendi la famiglia si poteva sostenere senza difficolt. Andando al lavoro, e anche al ritorno, e in casa, e in realt ovunque, in ogni momento, faceva calcoli, sempre con il pensiero rivolto a separarsi dal marito. Il mutuo, il cibo, i vestiti, la scuola. Spese a cui se ne aggiungevano altre; alle quali, grande tentazione, nel caso se ne fosse andata con i bambini, non avrebbe potuto far fronte con il suo modesto stipendio da commessa. Poi si dimenticava dei conti. Si diceva: me ne vado, qualcosa trover, mi rifar una vita. E allora entrava Endika in cucina con una richiesta e dopo poco arrivava Ainhoa con una necessit, e Arantxa comprendeva di nuovo di essere in trappola nel fondo di un pozzo da cui non sarebbe mai potuta uscire con il solo aiuto delle sue limitate forze.
Ci che meno le importava era che Guillermo (aveva smesso di chiamarlo Guille, non se lo merita) uscisse con altre donne. Alcune notti non tornava a casa. Arantxa non gliene chiedeva conto. Gelosia? Al contrario, desiderava che si legasse a qualcuna, chiedesse il divorzio e scomparisse dalla sua vita.
Un fine settimana and a Jaca con l'amante. Arantxa lo seppe da Endika.
"L'aita  andato a Jaca con una ragazza."
"E tu come fai a saperlo?"
"Perch gli ho chiesto se mi portava e mi ha detto che non poteva perch andava insieme a una ragazza."
"Sar che si  fidanzato."
"Certo."
Almeno non lesinava denaro per mantenere la famiglia. A casa lui non muoveva un dito. N per pulire n per cucinare. Non l'aveva mai fatto. Sua madre, s. Angelita, sempre meno agile con i suoi reumatismi e l'usura dell'anca, veniva spesso a casa, stirava, puliva i vetri, preparava da mangiare ai bambini. E si poteva anche contare su Rafael per portare i nipoti qui o l e per andarli a riprendere. Cos, da questo punto di vista, Arantxa non aveva di che lamentarsi. Il suo problema principale era la dipendenza economica. Avendo maggiori introiti, avrei gi divorziato. Ma l'appartamento, ma i bambini. Assoggettamenti, catene, incertezza. Paura?  possibile. E si consolava da sola ideando progetti per quando i figli avessero raggiunto la maggiore et e fossero stati indipendenti.
Un venerd di maggio, Guillermo e Arantxa si imbarcarono in una delle liti pi aspre che lei ricordi. Una lite che non ebbe conseguenze peggiori perch in un impeto di rabbia/panico Arantxa prese la borsa e, senza togliersi le pantofole, usc precipitosamente di casa. Era il giorno in cui l'ETA assassin due poliziotti a Sangesa con una bomba piazzata sotto un'auto.
Pochi giorni prima era stato il quinto anniversario dell'attentato che aveva spezzato la vita di Manolo Zamarreno. Guillermo ne era ancora addolorato. Difatti, non era pi tornato a fare spese nella panetteria del quartiere. Una sera era sceso in strada con un barattolo di pittura per cancellare una scritta, et herria zurekin, che era comparsa nel pomeriggio accanto al portone. E Arantxa aveva cercato di dissuaderlo, guarda che ti infilerai nei casini, ma lui era sceso, che cazzo, e il mattino dopo c'era una macchia bianca grande cos sul muro.
E secondo me sar stato per la pena e la nostalgia dolorosa e il rancore che lo consumavano dentro che Guillermo ha perso le staffe. Perch le aveva perse, eccome. Per la prima volta dopo tanto tempo, marito e moglie avevano convenuto di fare qualcosa tutti insieme fuori casa. E insieme ai figli erano andati a messa con l'idea di rendere omaggio all'amico assassinato. Qualche giorno dopo, zac, bomba e due uomini che perdono la vita in maniera simile e a un'ora simile a Manolo. Chi erano le vittime? Be', due poliziotti arrivati a Sangesa con il loro ufficio mobile per rilasciare carte d'identit. E Guillermo si era fatto il sangue amaro. Doveva essere stato per quello. Un'altra spiegazione, ad Arantxa, non viene in mente. I due non si erano visti per tutta la giornata. Lei era arrivata dal lavoro al tramonto. Al primo dissapore per una stupidaggine qualunque, Guillermo esplose. Che occhi, che asprezza, che urla. Due uomini con figli, diceva. Due poveretti assassinati perch portavano l'uniforme.
"Assassinati da tipi come tuo fratello."
Mio fratello? Non ne parlavano mai. Perch lo tira in ballo se sa che pu ferirmi? E prende e aggiunge che deve marcire in carcere. Chi? Joxe Mari? Arantxa chiese/pretese di non prendersela con suo fratello. Lui credette che lei lo difendesse, che difendesse quell'assassino di merda. Endika, l presente, che faceva i compiti, e Ainhoa nella sua stanza, che sentivano sicuramente tutto. Sentivano il padre lanciare urla incredibili, monologare accanito, inveire maleducato e maledire l'ora in cui aveva accettato di mettere nomi baschi ai suoi figli. E tutto perch? Per accontentare la nonna abertzale con cui adesso non si parlavano neanche.
"I miei figli sono spagnoli e io sono spagnolo."
"Ti sentiranno."
"Che mi sentano pure. Cos', non si pu essere spagnoli in Spagna?"
Arantxa si strapp via il grembiule. Lo gett a terra. Gli sfugg una brutta espressione. Lo riconosce. Si era sentita offesa. Nella sua baschit? Be', no, perch io me ne frego della baschit, dell'ispanit e della madonna in croce. Per non poteva tollerare che lui insultasse il fratello. Cos gli disse quello che gli disse e lui, che era una pittima e un saccente e un miserabile, ma non un violento, almeno fino a quel giorno, alz la mano. Per picchiarla? E per cosa, senn? Fu allora che lei, alla vista del mostro che si era appena affacciato dietro quei lineamenti ripudiati, indietreggi spaventata. Si guard intorno. Se vede un coltello, un mestolo, delle forbici, qualcosa con cui difendersi, sicuro che lo prende. Quello che prese fu la sua borsa appesa a un attaccapanni nell'ingresso e usc con un rullo di tamburi di palpitazioni in petto. Non si tolse neanche le pantofole. E la borsa, be', la borsa se la port perch ebbe il riflesso di ricordare che dentro c'era il portamonete. Mentre chiudeva la porta, sent che Guillermo alle sue spalle la chiamava nazionalista. Cosa che, in bocca a lui, era un insulto.
Il suo primo pensiero? Passare la notte a casa dei suoceri. Abitavano vicino, li aveva a portata di mano; per lungo il cammino la assediarono i dubbi. Si vedeva, orrore, dare spiegazioni, esporre alla considerazione dei suoceri la verit del loro turbolento matrimonio. E, occhio, perch non poteva neanche scartare l'ipotesi che prendessero le parti del figlio (figlio unico, re della casa) o chiedessero a lei, soprattutto Angelita, sottomissione di sposa, sottomissione di madre e sottomissione di nuora. Cos cont i soldi alla luce di una vetrina e s, ne aveva abbastanza per l'autobus.
Un'ora dopo, Miren le apr la porta. Non sembr sorpresa, come se avesse atteso quel momento. Abbass lo sguardo verso le pantofole. Non fece alcun commento. E l, dopo cinque anni, madre e figlia si baciarono n fredde n cordiali.
"Devi cenare?"
"Cosa c'?"
"Peperoni e baccal."
"Be', se mi accetti a tavola..."
"Ehi, che stupidaggini che dici... Come, non ti accetto?"
Cenarono tutti e tre in cucina. N Arantxa mise i genitori al corrente della lite con Guillermo n loro le chiesero il motivo di quella visita inattesa. Infilavano in silenzio le rispettive forchette nelle fette di pomodoro con olio e aglio tritato sistemate su un vassoio. Joxian sorrideva a testa bassa.
Miren:
"Si pu sapere cos'hai da ridere?"
Arantxa anticip la possibile risposta del padre.
"Lascialo stare. Almeno in famiglia c' uno che ride."

*****

106

Sindrome locked-in

E dire che, come si seppe tempo dopo, non si era accorta che in ospedale un prete le aveva dato l'estrema unzione. Il suo pi grande timore, che la dichiarassero morta. Che entrasse nella stanza un medico inesperto (o esperto, per poco amico della gente basca), un'infermiera troppo giovane, magari scontenta dello stipendio, quindi con la tendenza a lavorare di malavoglia, e, vedendola immobile, uno di loro dicesse senza ulteriori verifiche: questa donna non vive pi, portatela all'obitorio, c' un paziente che ha bisogno del suo letto.
Arantxa, statua distesa, poteva solo battere le palpebre. Non era in grado di fare nessun altro movimento. Perci, non appena entrava una persona nella stanza, batteva le palpebre senza tregua. Devono rendersi conto che non sono morta. Vedeva, ascoltava, pensava, per non poteva muoversi n parlare. E capiva, angosciata, tutto quello che si diceva accanto a lei. Dal suo corpo uscivano tubi, sonde; la circondavano cavi, apparati, e viveva, se quella si pu chiamare vita, con l'aiuto di un respiratore.
Immobilizzata in un corpo inerte. Una mente prigioniera in un'armatura di carne. In quello si era trasformata. E ricordava con tristezza i suoi figli e pensava al suo lavoro, a cosa avrebbe detto alla proprietaria, pensa che stupidaggine, quando fosse tornata, se mai fosse tornata. Che sfortuna. A quarantaquattro anni. Aveva avuto un pensiero che poi le  tornato molte volte: forse sarebbe stato preferibile morire. Almeno i defunti non costano, non costiamo, fatica.
Nel suo campo visivo apparve all'improvviso il volto di sua madre.
"Kaixo, maitia. Siccome il dottore dice che capisci, io, caso mai, ti avviso. Guillermo  venuto a prendere Ainhoa.  arrivato ieri a Palma. Adesso fa il simpatico, ma a me non m'imbroglia. Abbiamo parlato un po' e ti avviso. Viene a dirti addio. Capiscimi. A dirti addio per sempre perch,  chiaro, nelle tue condizioni non gli interessi. Visto che non puoi pi stirargli le camicie... Insomma, meglio che sto zitta. Maitia, chiudi gli occhi due volte per dirmi che hai capito."
Mezz'ora dopo, Guillermo entr nella stanza.
"Mi senti?"
E Arantxa non si pot difendere dal suo bacio sulla fronte. Non pot nemmeno vedere in faccia Guillermo. Che espressioni far? Fuori dalla portata dei suoi occhi, lui non aveva bisogno di fingere smorfie di tristezza. Se non era per la voce, lei non avrebbe saputo chi le stava parlando. Perch sussurra? Penser di essere in una camera ardente e che bisogna avere il dovuto rispetto per i morti?
"Per Ainhoa non preoccuparti, eh? Me la vedo io. Mi spiace davvero per quello che ti  successo. Tua madre mi ha detto che capisci tutto quello che ti dicono."
Guillermo sporse il viso in avanti e lei pot finalmente vederlo. Un esperimento? Lo allontan a poco a poco e, s, Arantxa riusc a seguirlo un pochino, non molto, con gli occhi. Non appena si accorse che la stava mettendo alla prova, abbass le palpebre. Come se dormisse. Guillermo non intu che lei lo stava supplicando dal fondo del suo silenzio di non parlare pi, di andare a occuparsi dei figli e di lasciarla in pace. Ma insomma: non si rendeva conto che la sua presenza in quella stanza rendeva dolorosamente evidente per Arantxa la tragedia della propria invalidit? Che pittima, quell'uomo. E non si pu esprimere a parole il rancore che Arantxa provava verso di lui.
"Non voglio andarmene senza ringraziarti."
Ci mancava solo quello.
"Per tante cose che tu sai. Per gli anni che abbiamo trascorso insieme. Per i figli che mi hai dato."
Che ti ho dato? Uh, che scenetta. Avr bevuto?
"E per i bei momenti. Mi dichiaro responsabile di quelli brutti. Sul serio. Me ne prendo la colpa e ti chiedo sinceramente perdono."
Ad Arantxa sembrava che Guillermo stesse recitando a memoria quelle parole o che le leggesse da un foglio, dai suoi appunti da studente. Non riuscendo a girare la testa, non poteva verificarlo. E lui continuava:
"Immagino che tua madre ti avr detto che sono venuto a dirti addio.  vero. Come l'ho detto ieri a lei, cos lo dico a te adesso. Credo che meriti di saperlo senza intermediari.  tuo diritto. La mia decisione non ha nulla a che vedere con quello che ti  successo. Ricorda che ne avevamo gi parlato molto tempo fa".
Uno sbaglio della natura. Perch cos come abbiamo le palpebre per smettere di vedere quando non ne abbiamo voglia, dovremmo poter disporre di due saracinesche nel canale auditivo. Le chiudiamo e non dovremmo pi sentire quello che non vogliamo sentire.
" la cosa migliore per tutti, anche per i nostri figli. A Endika manca un anno per diventare maggiorenne. Ad Ainhoa un po' di pi. Presto prenderanno la loro strada nella vita e non avranno bisogno di noi o almeno non tanto come quando erano piccoli. Che senso ha che tu e io invecchiamo insieme se non la smettevamo di litigare e di rovinarci gli anni che ci rimangono? Vado a vivere con chi sai tu. Francamente, credo di avere svolto la mia funzione di padre. Continuer a svolgerla, stai tranquilla. Amo i miei figli con tutto il cuore. Per ho diritto a un po' di felicit."
Non star mai zitto? Arantxa aveva sempre gli occhi chiusi. L'unica cosa che le interessava: che Guillermo non piantasse in asso i figli. Il resto non le importava. Ma i figli. Ah, i figli. E se l'altra non li tratta bene?
"Naturalmente riceverai la parte che ti spetta dei nostri beni. La met dell'appartamento e tutto il resto. Non desidero assolutamente che ti vada peggio di quanto gi ti va. E se capita che in qualche momento hai bisogno del mio aiuto, contaci. Mi spiace molto per quello che ti  successo."
Di colpo, un'altra voce. Dove? L vicino. Una voce aspra, forte, arrabbiata. Qualche infermiera? No, sua madre. Cosa dice? Che non abbiamo bisogno della tua compassione. Cio, si  messa a spiare. Rinfacci a Guillermo il fatto di indossare abiti neri.
"Ti sei vestito a lutto prima del tempo o che?"
Arantxa non riusciva a vedere nessuno dei due. Guillermo, ammutolito,  ancora l?, non si difendeva. E sua madre che non smetteva di rimproverargli questo e quello, l'abbigliamento, il suo ritardo nell'arrivare a Maiorca e che l'avesse lasciata da sola appioppandole quel pacco. Ma, ama. E Miren si addentr in terreni delicati: i soldi, l'affetto, il cattivo marito che era stato. Bada che sarebbero potuti uscire in corridoio a discutere, invece no. Le infermiere, perch permettono questo putiferio? O in strada. Ma forse Miren cercava di dare una lezione alla figlia.  cos che si trattano gli egoisti e i mascalzoni.
E a un certo punto, Guillermo non riusc a trattenersi e replic. Sembrava che stesse uscendo dalla stanza perch la sua voce adesso giungeva da un po' pi lontano. Parl in tono sereno, educato, professorale. E concluse dicendo che la sua separazione definitiva da Arantxa:
"Non ha niente a che vedere con quello che  successo. Noi due l'avevamo gi deciso. I nostri figli lo sanno e lo accettano. Perci, non dirmi che taglio la corda n che appioppo a te il pacco. Un po' di rispetto. Se non per me, almeno per tua figlia, che io non chiamerei mai pacco. Tu, s. Prendi, per le spese che ti  toccato sostenere per mia figlia".
E se ne and. Miren rimase a borbottare. Introdusse una mano con due banconote da cinquanta euro nel campo visivo della figlia. Le agit in aria.
"Mi ha lanciato questi soldi.  un maleducato."
Quell'uomo non era un tirchio. Come marito, un disastro; ma come padre, Arantxa non aveva di che lagnarsi. Ed era sicura che qualunque cosa fosse successa lui non avrebbe mai abbandonato i suoi figli. E poi, che cazzo, perch si sarebbe dovuto caricare un fardello? Io mi sarei comportata allo stesso modo se l'ictus fosse capitato a lui.
Ci che davvero faceva male ad Arantxa, porca miseria, era che, nonostante tutto e nonostante il poco affetto che provava per lui, se ne fosse andato dalla terapia intensiva senza darle un bacio, l'ultimo, e tutto per l'inopportuno intervento di sua madre.
Sua madre. Era sempre l, a brontolare. E Arantxa, con gli occhi chiusi, pensava a quanto sarebbe stato utile poter chiudere le orecchie quando ne avesse avuto voglia.

*****

107

Incontri in piazza

Dal lato opposto allo sferisterio, in uno degli angoli della piazza, proprio sopra i servizi pubblici, si apre un piccolo spazio chiuso da un parapetto. Da qualche tempo, tutte le mattine Arantxa aspettava l Bittori o al contrario, perch a volte era Bittori che arrivava per prima e aspettava seduta sulla panchina. Perci, niente incontri casuali. Si davano appuntamento? No, per s.  che non avevano nemmeno bisogno di darsi appuntamento.
La gente del paese era ampiamente al corrente di questi incontri mattutini tra Bittori e Arantxa. Si mormorava che siccome la paralitica non pu rifiutarsi n mettersi a correre, l'altra ne approfitta.
"Ma si sa cosa le dice?"
"Bah, che importa? Se la povera Arantxa non capisce..."
All'inizio gli incontri duravano poco. Che significa poco? Be', qualche minuto: bacio di saluto, breve conversazione con l'aiuto dell'iPad, bacio di commiato. Nei bar, sulle soglie dei negozi, nell'ambulatorio o alla fermata dell'autobus si diceva che  strano, gi, che se Arantxa non vuol vedere quella signora si faccia portare tutti i giorni nello stesso posto.
"Oppure la costringe l'india?"
"Non credo."
Gli incontri duravano sempre di pi. E c'erano espressioni allegre e buona intesa fra le due donne, con il silenzioso complemento di Celeste in piedi dietro la sedia a rotelle. Si notava anche da lontano. Andavano a raccontarlo a Joxian e Miren faceva una testa cos al marito a furia di lamentele e proteste, ma a lui non importava. Come non importava? Rispondeva a muso duro che:
"Una gioia che ha nostra figlia, e gliela togliamo? Cazzo, che si vedano e si parlino. Che male fanno?"
Miren si rodeva dalla rabbia.
"Tu sei scemo."
E dagli, con la finestra aperta per farsi sentire dal mondo intero, si diceva tradita/abbandonata da tutti. A volte le veniva un impeto di furia, si strappava via il grembiule e se ne andava, sbattendo la porta, a passi energici in macelleria, a sfogarsi con Juani, che oggi le consiglia una cosa e domani il contrario, sempre con le sopracciglia tristi per suo figlio che si  tolto la vita o gliel'hanno tolta e per suo marito, che  morto di un cancro grande quasi quanto la sua pena. E poi dicono che gli altri sono stati vittime e loro no.
Su un punto le due amiche erano d'accordo:
"Senza l'ETA  come camminare nude per strada. Nessuno ci difende".
I tentativi di Miren per impedire che la figlia si vedesse con Bittori fallirono. Se urlava, male. Se minacciava, male anche quello. Se si mostrava risentita, dolente, dispiaciuta, uguale. Qualunque cosa dicesse, irritava la figlia. Arantxa replicava con parole dure sullo schermo dell'iPad, si tendeva, si rifiutava di mangiare ribaltando il piatto, sputando il cibo.
"Dio, che carattere hai e quanta fatica fai fare."
Severa, minacciosa, Miren cerc di far leva su Celeste, che un po' complice doveva essere, perch senza il suo aiuto mia figlia come caspita fa ad andare da sola da quella l. In cucina, con Arantxa sulla sedia a rotelle sul punto di uscire a fare una passeggiata, le disse su, vieni qua, che dovevano parlare. E l'educata/remissiva badante, la mosca morta, la dolce andina che era l'efficienza in persona e si esprimeva meglio di un arcivescovo malgrado i suoi scarsi studi, quasi si ribell.
"Signora Miren, se non  soddisfatta dei miei servizi dovr fare a meno di me. Provo affetto per Arantxa e credo di dovermi dedicare al suo benessere. Mi spezza il cuore che Arantxa si arrabbi e provi tristezza."
Miren, dura e autoritaria, la licenzi. Avrebbe trovato un'altra serva. Disse serva? Lo disse, umiliando colei che tanto faceva per sua figlia. Celeste, almeno in apparenza, non si scompose. Espressione dignitosa, fronte serena, chin il corpo minuto per dare il bacio di addio ad Arantxa. Arantxa allontan bruscamente il volto, non molto, quanto le consentiva il collo. E allungando il braccio buono, butt a terra tutto ci che in quel momento si trovava sulla tavola: la fruttiera, la saliera, il portauova, la rivista Pronto. E nient'altro perch non c'era altro. Rotolarono pere, banane, uva, mele; si ruppero scrocchiando quattro o cinque uova, e altre rimasero con il guscio incrinato; si sparse, infine, il sale violento tra i pezzi di vetro e la copertina con foto di torero e attrice appena sposati. Arantxa apriva la bocca con le labbra storte e non emetteva alcun suono. Scuoteva la testa, congestionandosi. Anche se non aveva voce, era come se gridasse. Quel suo silenzio trapanava le orecchie. E nonostante la sua limitata gesticolazione, era impossibile ignorare la sua angosciosa angoscia, la rabbia paralizzata della sua smorfia.
Miren sbuff potente. E fu come se con quella boccata d'aria le fosse uscita tutta l'ira che le riempiva i polmoni. Rivolse ancora uno sguardo attonito al soffitto come per rimandare di un secondo la resa. Poi, a Celeste, con impostata bruschezza:
"Senti, scusa per quello che ti ho detto. Fra tutti, mi tirate scema".
E Celeste, riammessa, si accovacci per riunire la frutta dispersa e pulire il pavimento dalle uova rotte; ma Miren la ferm dicendole:
"Dai, dai, meglio che porti fuori questa qua, che del resto me ne occupo io".
La port fuori? Senza perdere un secondo. La port in piazza? Per la strada pi breve tranne che alla fine. Come mai?  che, siccome non c' una rampa, devono fare un giro per arrivarci lungo la salita attaccata alle case. Una volta su,  facile spingere la sedia sull'asfalto.
Bittori la stava aspettando al solito posto. Quando la vide, agit in aria, salutante, un foglio, un pezzo di carta. Da lontano sembrava un fazzoletto, invece no. E dalla faccia che faceva, si vedeva che era una cosa di cui rallegrarsi. La raggiunsero.
Arantxa offr la guancia e Bittori gliela baci elogiando il suo bell'aspetto e il suo bel colorito stamattina, mentre le passava la mano, tutta affetto, sui capelli corti.
"Ormai pensavo che non saresti venuta."
"Ci siamo trattenute a casa per un imprevisto."
Arantxa, aggrottando la fronte, scrisse sull'iPad: "Dille la verit". Celeste, allora, abbandon la sua educata discrezione:
"Miren mi ha rimproverato e licenziato, per dopo mi ha riassunta. Come ci sono rimasta male. Non le va che lei e Arantxa vi vediate".
Arantxa annuiva a ogni parola della sua badante, come a dire: esatto,  cos che  andata. E il foglio di Bittori, spiegato, era una pagina di quaderno a quadretti che conteneva la seconda lettera di Joxe Mari. Non era come la prima, scontrosa, da militante attaccabrighe, rancoroso e cattivo e testardo e.
Arantxa allung la mano, l'unica allungabile che aveva, con evidente impazienza e desiderio di leggere la lettera del fratello. E lesse e scuoteva la testa. Con fastidio? Piuttosto con affabile riprovazione, con fraterno disaccordo, come per dire che quello stupido  sulla buona strada, ma gli manca ancora un bel pezzo di cammino. Restitu il foglio a Bittori. Scrisse con dito tranquillo sull'iPad: "Se la sta facendo sotto, ma non preoccuparti. Lo convincer a chiederti perdono".
"Mi dice di non scrivergli pi. Tu cosa faresti?"
E Arantxa, ridendo, rispose: "Il pesce ha abboccato all'amo. Bisogna soltanto tirarlo fuori dall'acqua".
Siccome Bittori non andava forte nella comprensione delle metafore, ebbe bisogno di un chiarimento. "Scrivigli. E anch'io gli scriver." E subito dopo, che la portasse in sedia a rotelle attorno alla chiesa. A Celeste: "Tu aspetta qui". Bittori, meravigliata e forse perfino timorosa. Non le sfuggiva il significato di quella passeggiata. Una provocazione. Di pi: una sfida. Quando lo sapr la madre, perch lo verr a sapere, perch in questo paese tutto si viene a sapere, il casino che pianter!
Spinse la sedia sotto il soffitto di rami formato dai tigli della piazza, e and verso lo sferisterio, anni prima imbrattato da slogan a favore dell'ETA e da simboli della sinistra abertzale, verde intonso da quando non vengono commessi attentati e il Comune ha ordinato di dipingere i muri, perch bisogna voltare pagina e pensare al futuro e che non ci siano vincitori n vinti. Fecero lentamente il giro della chiesa, molto lentamente, non tanto per farsi vedere dalla gente, poca, perch era ancora presto, quanto soprattutto perch a Bittori stava tornando il dolore. Lo sopport a stento, sempre pi intenso, e quasi non ce la faceva pi a resistere quando consegn a Celeste Arantxa sulla sua sedia.
Le salut, le perse di vista, scese le scale aggrappata al corrimano e non fece pi di trenta o quaranta metri. Dovette sedersi a terra, poi stendersi sul selciato polveroso, e mentre la soccorrevano, chi?, qualcuno che passava da l, sent/riconobbe la voce furente di Miren a pochi passi.
"Lascia in pace mia figlia."
Non lo ripet. Non aggiunse altro. E Bittori, alcuni minuti dopo, quando si fu ripresa, non sapeva con certezza se quelle parole le aveva davvero ascoltate o se le aveva immaginate.

*****

108

Rapporto medico

Nerea telefon al fratello per dirgli che il suo nome era sul giornale.
"Su quale giornale?"
"Egin. Ti citano come medico che si  occupato dell'etarra ricoverato l'altro giorno. Dicono che, secondo le tue dichiarazioni, deve aver subito delle torture."
"Io non ho concesso interviste a nessuno e meno che mai a quel fogliaccio di propaganda."
Le mie dichiarazioni? Deve aver subito? Non riusciva a pensare con lucidit. Erano le nove del mattino. Era andato a letto tardi. A che ora? Non lo ricordava pi. Fra le tre e le quattro. E perch gli era finito il cognac, altrimenti sarebbe rimasto davanti al computer fino all'alba. Bocca secca e un inizio di cefalea. Sonno? Gli verr nel pomeriggio in ospedale.
Usc a comprare il giornale. Non aveva ancora fatto colazione. In realt, la telefonata di Nerea l'aveva tirato gi dal letto. Di solito comprava i quotidiani in una cartolibreria vicino a casa sua. Non tutti i giorni, ma spesso. El Diario Vasco, a volte El Pais. E quando succede qualcosa di grosso, tutti e due.
Conosce il libraio da parecchi anni. E adesso era in imbarazzo a chiedergli Egin. Era proprio il libraio, socialista da una vita, a chiamare di solito il quotidiano abertzale fogliaccio di propaganda. E Xabier aveva adottato quella definizione.
A pochi metri dalla libreria si ferm. Io l non ci entro. E siccome era una mattinata calda, di vento dal sud e cielo splendente, arriv a piedi a un'edicola dell'Avenida. Letto l'articolo, butt il giornale in un cestino e s'infil in un caff a fare colazione.
Bugia: lui non aveva rilasciato nessuna dichiarazione.
Il terrorista, ventitr anni, era entrato in ospedale con le proprie gambe il luned precedente, scortato da un gruppo di guardie civili. Lamentava forti dolori allo stomaco. Camminava contratto, faceva smorfie di sofferenza, gli costava fatica inspirare. Un capitano aveva fatto cenno a Xabier di volergli parlare da solo a solo.
"Guardi, dottore, non dia retta a quello che dice questo soggetto.  un assassino. Ha opposto resistenza all'autorit e non c' stata altra scelta che bloccarlo con la forza. Con questi tipi non si possono avere riguardi. Lo sa quanto sono pericolosi."
Aveva aggiunto che, al momento dell'arresto, il terrorista era armato e che questa gente ha istruzioni da parte della banda di dire che  stata torturata. E Xabier? Taceva. Se quest'uomo sapesse di chi sono figlio. Aveva sostenuto il suo sguardo fin quando aveva finito di dire tutto quello che stava dicendo. Allora, con disinvoltura?, piuttosto con flemma, gli aveva dato le spalle ed era entrato nella sala dove lo stava aspettando il paziente.
"Dottore, mi hanno torturato. Mi fa molto male qui. Credo di avere qualcosa di rotto."
Se questo ragazzo sapesse cosa hanno fatto a mio padre altri della sua risma. Era stata una raffica mentale. Perch, certo, non sono di ghiaccio. E Nerea, all'altro capo della linea telefonica, disse che lo capiva, che lei non sapeva cosa avrebbe fatto al suo posto, forse la stessa cosa.
Un paziente. Era quello che Xabier vedeva nel ragazzo. Un corpo bisognoso di assistenza medica. Quello che hanno fatto questa faccia, questo petto, questi arti, non  affar mio. Per il momento. Quando avr svolto il mio compito, o tra qualche ora, o domani, sicuramente mi interesser. Di pi: mi toglier il sonno.
La porta aperta, si sentivano voci e passi delle guardie civili. Aveva chiesto a quella pi vicina se si poteva chiudere la porta. Dal corridoio gli avevano risposto di no. Non in malo modo, quello no. Evidentemente il camice bianco gli incuteva rispetto.
"Per prudenza, cerchi di capire."
Non appena aveva visto il paziente nudo dalla vita in su, a Xabier si era cancellato qualunque abbozzo di pensiero personale. Due infermiere avevano aiutato il contuso a svestirsi. Da solo non ci riusciva. Gli avevano lasciato soltanto gli slip. All'etarra, al terrorista, al sicuramente assassino. Lo pensa adesso. In quei momenti, lo disse a Nerea al telefono, non pensava a nulla che non fosse fare bene il proprio lavoro.
"Accidenti, fratellino, che integrit che hai."
"Non credere. Mi limito a fare il mio dovere. Mi pagano per quello."
L'ematoma nell'occhio aveva annunciato a Xabier il tipo di lesioni che avrebbe trovato. Aveva scoperto, dopo aver tolto i vestiti al paziente, e alla fine anche gli slip, le numerose contusioni sparse per tutto il corpo. E sul lato sinistro si allungava un enorme enfisema dalla parte superiore della scapola fino al fianco, il che a prima vista faceva supporre che ci fosse una grave lesione interna. L'origine? Non era affar suo scoprirlo, anche se bisogna essere cieco per non indovinare le cause di quelle escoriazioni e di quelle abrasioni sulle ginocchia e i polpacci. Xabier aveva ordinato che il paziente fosse ricoverato immediatamente in terapia intensiva. Il capitano:
"Ne  sicuro?"
Cosa si aspettava? Che gli mettessimo qualche cerotto e glielo restituissimo?
"Presenta un enfisema sottocutaneo. Probabilmente ha una frattura delle costole con perforazione polmonare. Bisogner fare gli esami del caso, ma le anticipo gi che le condizioni del paziente sono gravi."
"Come lei ben sa, il paziente  un terrorista ed  in stato di detenzione. Gli verr imposta una ferrea vigilanza. Questo riguarder anche chi entrer nella stanza in cui lo metterete."
E a me? Per,  chiaro, non aveva replicato. Non gli interessava. Mostrando i palmi delle mani come per provare la propria innocenza:
"Io mi limito a fare il mio dovere".
"E noi il nostro, cazzo."
Quel modo di parlare provocatorio, spavaldo, da caserma, con accompagnamento di sguardo penetrante, aveva intimorito Xabier. E non aveva pi voluto parlare. Gi pensava di prendere un antidepressivo non appena fosse rimasto da solo. Aveva avuto il riflesso di guardare l'ora sul suo orologio. Era stato come innalzare un muro immaginario tra lui e la guardia civile. E all'improvviso si era ricordato di sua madre. Il motivo?  che se non fosse stato per lei, io starei facendo il medico a molti chilometri da qui, magari in un altro continente, in quelle terre remote dov' andata Arnzazu. Ma io non posso lasciare l'ama da sola.
Sapeva che era in corso un'indagine ordinata dal giudice di sorveglianza di San Sebastian in attesa del rapporto medico-legale. Riuniti i dati dell'indagine generale sul paziente, Xabier aveva redatto il suo: contusioni multiple, frattura del nono arco costale sinistro, contusione polmonare, emopneumotorace sinistro, ematoma perioculare sinistro con emorragia, enfisema sottocutaneo dalla regione cervicale a quella pelvica; ematomi, escoriazioni e abrasioni su entrambe le gambe. Aveva esposto tutto con frasi brevi, fredde. Aveva specificato che il paziente era stato trasportato all'ospedale da agenti della Guardia Civil allo scopo di procedere a una valutazione delle lesioni in seguito alla sua detenzione.  che il soggetto dichiara come origine delle proprie ferite pugni e calci alla testa, al torace, all'addome e agli arti inferiori. Terminato di scrivere, senza rileggere (contrariamente al solito) il testo, aveva messo la data e firmato.
Tre giorni dopo, il paziente era stato trasferito in reparto. Xabier era stato avvisato che un signore desiderava parlare con lui. Non aveva voluto riceverlo nel suo studio. Li  pi difficile disfarsi dei rompiscatole. E poi, ha la foto del padre sulla scrivania e non gli piace che la vedano gli estranei. Pu darsi che aleggi nell'aria l'odore del cognac. Perci era uscito in corridoio.
Era un uomo di oltre trent'anni, dal viso congestionato, grosso, corpulento e io scommetterei diabetico. Il fratello dell'etarra, che veniva a ringraziare. Xabier: non c'era di che. E come al capitano della Guardia Civil, aveva detto anche a lui che si era limitato a fare il proprio dovere.
Si era capito subito che l'omone non si era presentato in ospedale al solo scopo di esprimere gratitudine. Voleva che il medico gli confermasse che il fratello era stato sottoposto a torture.
"Lei cosa ne pensa?"
E Xabier non aveva fatto altro che ripetere in tono leggermente colloquiale il contenuto del rapporto medico, che era stato quello che il giorno dopo era uscito su Egin come una sua dichiarazione al giornale.
Nerea, al telefono:
"Avresti dovuto dirgli che l'ETA ha ucciso nostro padre. Chiss che faccia avrebbe fatto".
"Ero stanco. Non mi  venuto in mente."
"Va' a sapere se era davvero il fratello dell'etarra."
"Ne ho dubitato fin dall'inizio. All'ama non diciamo niente, eh?"
"Manco a pensarci. Sei impazzito?"

*****

109

Se il vento soffia sulla brace

Ne parlarono in una certa occasione, seduti a tavola, quando il Txato era gi da qualche anno sottoterra. Noi andare agli incontri delle vittime del terrorismo? Mai. I due fratelli e la madre erano d'accordo su questo punto.
Bittori:
"Io, la mia pena non la metto in vetrina. Voi fate quello che volete".
Fu a Nerea che venne in mente l'immagine della brace che abbiamo dentro.
"E ciascuno deve decidere il modo in cui a poco a poco gli si deve raffreddare."
L'ama aggiunse che se il vento soffia sulla brace, la fiamma si ravviva. In realt, i tre, senza confessarselo, sentivano di nuovo la loro bruciatura interiore ogni volta che si verificava un attentato. Non era un argomento abituale delle loro conversazioni. Lasciavano passare i delitti dell'ETA senza commentarli, come se avessero stretto un accordo tacito di rimanere in silenzio. S, citavano spesso il Txato, ma raramente nella sua condizione di assassinato. Preferivano parlare, scherzosi, sorridenti, della sua cocciutaggine, delle sue orecchie a sventola, del buon cuore che aveva. Nessuno dei tre aveva l'intenzione di vivere il resto della vita essendo principalmente una vittima, nient'altro che una vittima. La mattina, vittima; il pomeriggio, vittima; la sera, vittima.
Xabier:
"Anche se non potete negare che siamo delle vittime".
Bittori mise il mestolo nel tegame:
"S, per iniziamo a mangiare perch la minestra si raffredda".
E passarono gli anni, le piogge, le bombe e gli spari. Giunse un nuovo secolo e, qualche tempo dopo, la mattina di novembre in cui Xabier scopr, leggendo il giornale, che si sarebbero celebrate a San Sebastian le Giornate sulle Vittime del terrorismo e sulla Violenza terrorista, organizzate dal Collettivo delle Vittime del terrorismo dei Paesi Baschi. Lui non sarebbe andato perch non va mai a questo tipo di manifestazioni, timoroso/ convinto di uscirne scoraggiato e di vagare per un periodo al buio nei suoi labirinti mentali.
A ogni modo, trov nella lista dei partecipanti previsti per quel giorno il nome del giudice che aveva emesso la sentenza nel caso di suo padre, e ci pens su, e gli crebbe la curiosit, e gli venne in mente che avrebbe potuto assistere alla sua relazione come spettatore inosservato. Dopo tutto, non mi conosce nessuno, sono passati tanti anni e posso prendere posto lontano dagli oratori.
Un'ora prima dell'inizio dell'evento, Xabier era ancora esitante: timore, dubbi e un abbozzo di ansia che cerc di combattere con una pastiglia. Usc di casa senza sapere ancora in che direzione sarebbe andato. Il cielo gi nero, le strade piene di veicoli, prese a camminare senza altro scopo che delegare ai propri piedi la scelta del percorso. Percorso che, dopo un non breve giro, si concluse davanti all'ingresso principale dell'Hotel Maria Cristina, in uno dei cui saloni al pianterreno, entro pochi minuti, il giudice, uno scrittore e altri oratori avrebbero preso a turno la parola. I piedi hanno deciso per me e Xabier, cuore palpitante, si bevve un cognac doppio e subito dopo un altro al bar Tnger, l nei pressi. Come mai? Per calmare i nervi. Per trovare il coraggio. Qualcuno mi riconoscer? Per guadagnare tempo ed entrare nel salone dell'albergo a evento gi iniziato, quando l'attenzione dei presenti fosse stata concentrata sul palco.
Si sedette accanto a una delle porte, in penultima fila, fra estranei. Davanti a lui, uno schieramento di schiene e nuche, e parecchie sedie vuote. Quaranta, cinquanta persone? Non di pi. Davanti alla parete sul fondo, il tavolo con gli oratori e i microfoni. Il giudice non c'era. Qualcuno fin di parlare, cedette la parola allo scrittore, risuonarono applausi tiepidi, formali. Lo scrittore prese la parola, salutando, ringraziando per l'invito. E disse che:
"Ci sono libri che ti crescono dentro nel corso degli anni in attesa dell'occasione opportuna per essere scritti. Il mio, di cui sono venuto a parlarvi oggi,  uno di questi. L'idea iniziale..."
Con la dovuta dissimulazione, dalla parte posteriore della sala Xabier si sforzava di identificare qualcuno dei partecipanti. Osservandoli da dietro, non era facile. A parte che lui non conosceva personalmente nessuna vittima dell'ETA n i suoi famigliari. Ne aveva presente, s, qualcuna, quelle che riconoscono tutti per averle viste alla televisione o nelle foto dei giornali.
"E questo progetto di elaborare, attraverso la finzione letteraria, una testimonianza delle atrocit commesse dalla banda terrorista, nel mio caso nasce da una doppia motivazione. Da un lato, l'empatia che provo per le vittime del terrorismo. Dall'altro, il rifiuto senza remore che mi suscitano la violenza e qualunque aggressione rivolta contro lo Stato di Diritto."
Subito dopo lo scrittore si domanda perch da giovane non  entrato nell'ETA. In tutta la sala si diffonde un silenzio stupefatto di respiri trattenuti.
"Dopo tutto, anch'io sono stato un adolescente basco e sono stato esposto, come tanti ragazzi della mia epoca, alla propaganda favorevole al terrorismo e alla dottrina sulla quale quest'ultimo fonda le proprie basi. Be', ci ho pensato molte volte e credo di aver trovato la risposta."
L davanti, nella prima fila, riservata agli invitati, c'era il giudice in attesa del suo turno. Il giudice  famoso. Ha una testa monda, brunita, che lo rende facilmente riconoscibile. In quei giorni, inoltre, appariva spesso in tv e sui giornali per non ricordo quale processo. Che Xabier sapesse, a quell'epoca il giudice non faceva gi pi parte del Tribunale Nazionale.
"Ho scritto, dunque, contro la sofferenza inflitta da alcuni uomini ad altri, cercando di mostrare in cosa consista questa sofferenza e, ovviamente, chi la generi e quali conseguenze fisiche e psichiche provochi nelle vittime sopravvissute."
E pi o meno in terza o quarta fila, in un momento in cui la persona osservata inclin un po' la testa, Xabier riusc a distinguere un profilo conosciuto.
"Ho scritto anche contro il delitto perpetrato con un pretesto politico, in nome di una patria dove una manciata di persone armate, con il vergognoso sostegno di un settore della societ, decide chi appartenga a quella patria e chi debba lasciarla o scomparire. Ho scritto senza odio contro il linguaggio dell'odio e contro la smemoratezza e l'oblio tramati da chi cerca di inventarsi una storia al servizio del proprio progetto e delle proprie convinzioni totalitarie."
Non ne era sicuro. Una donna con un basco beige di lana, seduta proprio dietro, impediva a Xabier di vedere bene quell'altra, s, che  cos nota, la sorella di Gregorio Ordnez. Come si chiama? Maria Ordnez, Maite Ordnez. Non riusciva a ricordare il nome. Di colpo: Consuelo Ordnez. Cazzo, ce ne ho messo di tempo.
"Ma ho scritto anche, partendo dall'impulso di offrire qualcosa di positivo ai miei simili, a favore della letteratura e dell'arte, quindi a favore di ci che di buono e di nobile l'essere umano alberga. E a favore della dignit delle vittime dell'ETA nella loro umanit individuale, non come semplici numeri di una statistica in cui si perdono i nomi di ciascuna, i loro volti concreti e le loro irriducibili caratteristiche personali."
Che  esattamente quello che mia madre non vuole: che la sua sofferenza e quella dei suoi figli servano come materiale a uno scrittore affinch costruisca il suo libro o a un regista affinch giri il suo film, e poi li applaudano, e vincano premi, mentre noi restiamo con la nostra tragedia sulle spalle.
"Ho cercato di evitare i due pericoli che ritengo pi gravi in questo tipo di letteratura: i toni patetici, sentimentalistici, da un lato; dall'altro, la tentazione di fermare il racconto per prendere in maniera esplicita una posizione politica. Per farlo, secondo me, ci sono le interviste, gli articoli o i dibattiti come questo."
In seconda fila, verso l'esterno, capelli rossicci, Xabier riconobbe Cristina Cuesta, figlia, come lui, di padre assassinato. Era lei, non c'era dubbio. E alla sua sinistra, Caty Romero, la vedova di un sergente della Polizia municipale di San Sebastian, uno che a quanto pareva, non so dove l'ho letto, era impegnato a ripulire la polizia dagli agenti collaboratori e confidenti dell'ETA e, ovviamente, alla fine i terroristi l'avevano fatto fuori con due colpi.
"Ho voluto rispondere a domande concrete. Come si vive intimamente la disgrazia di aver perso un padre, un marito, un fratello in un attentato? Come affrontano la vita, dopo un delitto dell'ETA, la vedova, l'orfano, il mutilato?"
Lo scrittore parlava con calma. Xabier gli attribuisce buone intenzioni, ma non crede che qualcosa possa sostanzialmente cambiare perch qualcuno scrive un libro. Gli sembrava che, fino ad allora, gli scrittori baschi avessero prestato poca attenzione alle vittime del terrorismo. Interessano di pi i carnefici, i loro problemi di coscienza, il loro retrobottega sentimentale e tutto il resto. E poi, il terrorismo dell'ETA non serve per attaccare la destra. Per quello  molto meglio la guerra civile.
"... cercando di tracciare un panorama rappresentativo di una societ sottoposta al terrore. Forse esagero, ma ho la ferma convinzione che sia in corso anche la sconfitta letteraria dell'ETA."
A questo punto, la donna seduta proprio dietro Consuelo Ordnez, quella con il basco beige, gir leggermente la testa di lato, soltanto una frazione di secondo, ma abbastanza perch Xabier avesse un tuffo al cuore riconoscendo quei tratti per lui tanto familiari. Cosa ci fa qui mia sorella, quella che una volta ha detto che non avrebbe partecipato a una riunione di vittime del terrorismo neanche se l'avessero pagata? Be', la stessa cosa che ci faceva lui. Si rese conto dell'assurdit della domanda, a cui non concesse neppure mezzo istante di riflessione, assediato da altri pensieri pi pressanti. Quali pensieri?
Be', per esempio, trovare il modo di non farsi vedere da Nerea. Calcol i passi, non pi di tre, che lo separavano dalla porta. Non esit. Approfittando degli applausi allo scrittore, che avrebbero coperto il rumore dei suoi movimenti, si alz dalla sedia, usc in corridoio e prese a camminare a passo sostenuto, quasi correndo, verso l'uscita.

*****

110

Conversazione al tramonto

Era da tempo che non si vedevano. Quanto tempo? Che importa. Due, tre settimane. E nel frattempo c'erano state delle novit relative a Bittori. Nessuna buona; una, soprattutto, altamente preoccupante. Xabier e Nerea convennero che il telefono non era il mezzo migliore per intrattenere una lunga conversazione sulle gravi questioni che riguardavano la madre. Che facciamo? Non credi che? Decisero di vedersi in centro senza perdere tempo. Nerea propose di percorrere il Paseo Nuevo e di chiacchierare nei pressi del vasto mare azzurro. Libero da obblighi, Xabier non ebbe problemi ad accettare l'idea della sorella.
Lungo il cammino, gente, bambini, una fila di venditori di oggetti d'artigianato. E quasi non si riusciva a passare a causa della folla. Pi in l, operai del Municipio, muniti di un'idropulitrice, lavavano via le scritte a sostegno dell'ETA da un muro laterale dell'edificio Pescaderia de la Brecha. E per evitare gli schizzi, i due fratelli si accostarono il pi possibile alla facciata opposta.
"Un giorno non molto lontano, in pochi ricorderanno quello che  successo."
"Non farti cattivo sangue.  la legge della vita. Alla fine, vince sempre l'oblio."
"Ma non c' motivo per cui dobbiamo diventare suoi complici."
"Non lo siamo. La nostra memoria non si cancella con l'acqua. E vedrai come a noi vittime rinfacceranno che ci rifiutiamo di guardare al futuro. Diranno che cerchiamo vendetta. Alcuni hanno gi iniziato a dirlo."
"Diamo fastidio."
"Non puoi immaginare quanto."
All'altezza del museo di San Telmo entrarono in argomento. Xabier chiese a Nerea di raccontargli la faccenda del gatto. Cos'era successo? Che storia era?
"Ikatza  morta e l'ama non lo sa. Qualcosa mi dice che  meglio che non lo venga a sapere."
"E tu come l'hai scoperto?"
"Ieri sono stata a casa sua. Quique mi ha portato in macchina fino a calle San Bartolom. Siccome  un apprensivo e non la smetteva di protestare, di dire che aveva un appuntamento importante con un cliente, che per colpa mia sarebbe arrivato tardi, gli ho detto: fermati qui, io mi faccio la salita a piedi. Non avevo una bella sensazione, sai? Chiamo l'ama e non risponde. La richiamo e niente. E cos per due giorni. Perci mi  sembrato meglio andare a dare un'occhiata."
"Passa la giornata in paese."
"A volte sale al cimitero. La fissazione per la tomba dell'aita non l'ha persa. Ma mi ha meravigliato che non mi rispondesse al telefono nemmeno all'ora in cui normalmente cena."
Nerea aveva gi risalito un tratto della cuesta de Aldapeta. Aveva visto sull'asfalto una massa di carne rossiccia e di peli neri. Ci passavano sopra le auto. Era passato un autobus. E lei si era fermata un istante sul marciapiede, giusto per riconoscere il collare. Era andata dalla madre e, trascorsa un'ora, quando era sul punto di salutarla, le aveva chiesto della gatta facendo finta di niente.
"Dov', che non la vedo?"
"Quella l fa la sua vita. Prima o poi comparir sul balcone con un uccello fra i denti."
Tappandosi la bocca e il naso con la mano, Nerea aveva staccato dall'asfalto l'animale morto. Quando non venivano macchine, spingeva i pezzi di carne e peli fino al ciglio sull'altro lato della strada, dove non c' marciapiede, fiduciosa che la madre non potesse vederli. Per la sgradevole operazione, si era servita dello stelo di un arbusto. Alla fine, agganciandolo con la punta dello stelo, aveva lanciato il collare appiccicoso dall'altra parte di un muro di cinta.
Faceva un'espressione di ribrezzo mentre lo raccontava al fratello.
"Hai fatto bene a non dirlo all'ama."
"Mi veniva da vomitare mentre scendevo a San Bartolom. Cos mi sono infilata nel primo bar a bermi un bicchiere di vino. E dire che non sono una che beve fuori orario, ma avevo bisogno di togliermi prima possibile dalla lingua quella sensazione di disgusto."
Camminavano uno accanto all'altra, respirando la brezza marina; una linea lunga, nebbiosa, di costa offerta alla loro contemplazione; e al di sotto del viale, l'incessante successione di onde che s'infrangono tra la schiuma sui blocchi della scogliera. Nerea, al fratello: gli raccontasse nei particolari quello che le aveva anticipato al telefono.
"Ti ricordi di Ramn Lasa?"
"L'autista delle ambulanze? Certo."
"Una settimana fa  venuto a trovarmi in ufficio perch gli avevano raccontato, perch gli avevano detto. Cosa? Be', che la nostra santa madre era stata vista mentre spingeva la sedia a rotelle di Arantxa nella piazza del paese. Con Arantxa seduta sulla sedia, si capisce. Immagina la scena: loro due, da sole, a passeggio alla luce del giorno dove  impossibile non essere viste. A che scopo? E chi ha avuto l'idea?  come che con loro non c'era un'altra persona, la badante che si occupa di Arantxa? Puoi immaginare le chiacchiere che la faccenda ha scatenato in paese."
"Un po' strano, s, lo .  da tanti anni che non ci parliamo con la sua famiglia. Non vedo Arantxa da quando ero studentessa. Per continuo a considerarla mia amica. Di tutti loro,  stata l'unica a mostrarsi umana con noi. Non hai chiesto niente all'ama?"
"Sospetto che l'ama soffra di qualche disturbo. Non ho voluto peggiorare le cose. Ma, come ti ho detto, sulla faccia di Ramn si poteva leggere lo stupore."
"Cosa penseranno gli aitas di Arantxa?"
"Immagino che Joxian sia ancora un sempliciotto che accetta quello che passa il convento. Ma lei?"
"Per Miren questa storia sar stata come un pugno nello stomaco."
"Da Ramn ho saputo anche che, dopo la passeggiata con Arantxa, l'ama si  sentita male per strada e hanno dovuto aiutarla.  stato allora, come ti ho raccontato al telefono, che ho deciso di intervenire."
Il sole, in ritirata, tracciava sulla superficie marina una striscia di nervosi luccichii. Barche? Nessuna. Una lancia che tornava, vicina all'ingresso della baia, e basta. Xabier e Nerea si appoggiarono con i gomiti alla ringhiera. Lui si copriva l'incipiente calvizie con un berretto scozzese; lei, che fino a qualche anno prima usava baschi di lana, aveva i capelli scoperti. Alle spalle di entrambi si annoiava, rugginosa, in attesa del prossimo temporale, la scultura di Oteiza. A pochi passi dai due fratelli, un pescatore con la canna fissava l'andirivieni di un sughero bianco nelle acque ondeggianti.
"L'ho fatta venire in macchina con me. Dove andiamo? Ora lo vedrai. Le ho fissato diverse volte un appuntamento con Arruabarrena. Promette di andarci, per non ci va mai e lascia passare il tempo e io avevo gi fiutato, dalle analisi del sangue, che qualcosa non andava bene nel corpo di nostra madre. Arruabarrena l'ha visitata. Le ha fatto ogni tipo di esami. L'altroieri mi ha telefonato. Mi ha detto che dovevo assolutamente andare da lui. Soltanto a vederlo in faccia, ho capito che mi avrebbe comunicato pessime notizie."
"E confermato il tumore?"
"Alla cervice dell'utero. Molto avanzato. Se fosse stato scoperto prima, si sarebbe potuto agire con delle garanzie di guarigione, ma lei l'ha trascurato, io non sono stato attento e adesso sono colpiti altri organi, tra i quali il fegato. Ti risparmio i dettagli clinici. Non sono piacevoli, te l'assicuro."
"Quanto le resta?"
"Nella migliore delle ipotesi, Arruabarrena le d due o tre mesi, ma potrebbe anche morire stanotte. Con l'estirpazione e un trattamento massiccio, forse le si potrebbe allungare la vita fino a fine anno. Non ne vale la pena."
"Lei lo sa?"
"Arruabarrena non le ha ancora parlato. Mi ha domandato se preferisco essere io, che dopo tutto sono il figlio della paziente, oltre che un medico, a comunicare la diagnosi all''ama. Credo che abbia ragione. Penso di avere una grande responsabilit per non aver percepito il problema quando eravamo ancora in tempo per affrontarlo."
"Non  il momento dei rimproveri. Mi sa che l'ama  consapevole della sua malattia pi di quanto dia a intendere."
"In macchina protestava dicendo che non aveva bisogno di andare dal medico, che per tutta la vita ha avuto brutte mestruazioni e dolori al basso ventre."
I due fratelli avevano ripreso a camminare. Discesero le scale dell'Acquario, arrivarono al porto. Le prime luci elettriche punteggiavano la citt.
"In ogni caso, sono rimasto d'accordo con Arruabarrena per una cura palliativa. Verr fatto tutto il possibile perch l'ama non soffra."
Nerea appoggi una mano sulla spalla di Xabier. Camminarono cos per un po', senza parlare, senza guardarsi, finch Nerea prese di nuovo la parola. Cosa pensava di fare quando l'ama non ci sarebbe stata pi?
"Lo sai che vivo in questa citt per lei.  una promessa che ho fatto all'aita il giorno dei suoi funerali. Tra me e me gli ho detto: non preoccuparti, ci bader io, sola non rester. E hai visto che alla fine non sono stato all'altezza delle circostanze. Il mio piano  realizzare prima possibile il suo vecchio desiderio di condividere con lui la tomba nel cimitero del paese e poi andarmene. Dove? Non ne ho idea. Lontano, questo  sicuro. Dove posso essere utile a gente che ne ha bisogno. E tu?"
"Io, qui."
Evitarono, perch affollate, le vie della Citt Vecchia. La loro conversazione prosegu al bancone di un caff del Bulevar. A sera si salutarono, seri, tranquilli, con sfioramento fraterno di guance. Lui and di qui, lei di l. A quell'ora il cielo era diventato completamente buio, e il tollerabile freddo del pomeriggio cominciava a essere rimpiazzato da quello pi severo della notte. Mentre Xabier camminava per calle Elcano assorto nei pensieri, il suo olfatto venne accarezzato da un intenso profumo di caldarroste. All'angolo con plaza de Guipuzcoa c'era il chiosco del castagnaro. Una dozzina, 2,5 euro. Mentre pagava, batterono le otto al carillon della Diputacin. E Xabier, con il gradevole calore del cartoccio tra i palmi delle mani, si sedette su una panchina della piazza, sotto la luna calante che si scorgeva attraverso i rami senza foglie di un albero. Sbucci facilmente la prima castagna. Buonissima. Al punto giusto, n dura n bruciata. E il piacevole calore che gli si sparse nella bocca addensava il vapore del suo respiro. Anche la seconda castagna, molto buona. Troppo buona. Si alz in piedi. Rovesci il cartoccio quasi pieno in un cestino, cosicch le castagne caddero a una a una sui rifiuti accumulati all'interno. Poi prese a camminare verso l'Avenida, confuso tra la gente.

*****

111

Una notte a Calamocha

Come regola generale, Miren andava a trovare Joxe Mari con l'autobus delle Gestoras Pro Amnistia. Joxian la accompagnava di tanto in tanto. Questo all'inizio. Poi, via via che trascorsero gli anni, in modo sempre pi sporadico.
Un sabato d'inverno, ormai molti anni prima, avevano avuto un contrattempo a pochi chilometri da Calamocha. Dopo quello, a Joxian era passata la voglia di viaggiare. Non era stato l'unico motivo. L'altro, il principale, era Miren. Era un'autoritaria, litigavano, non le puoi toccare il figlio.  come se Joxe Mari sarebbe la sua terza gamba, quella nell'inguine. Non toccargliela perch subito salta su, che donna.
Il giorno della faccenda di Calamocha erano partiti la mattina per un colloquio famigliare nel carcere di Picassent, ma non in autobus, bens con la macchina di Alfonso e Catalina, che a quei tempi avevano un figlio nello stesso penitenziario.
Non si pu dire che le due coppie fossero unite da una stretta amicizia. Miren li criticava di nascosto, principalmente perch non parlavano euskera. Joxian se ne frega di come parlano. Eppure, neanche lui li aveva in simpatia. Perch? Si stringeva nelle spalle: non ne ho idea.
Per, alla fin fine, Alfonso e Catalina erano compaesani, anche se arrivati negli anni Sessanta da qualche parte l al sud. La donna, specialmente, si notava dall'accento di dov'era. Gli era venuto fuori un figlio militante dell'ETA che in quel periodo divideva la cella con Joxe Mari e a quanto pareva i due ragazzi andavano d'accordo.
Un giorno don Serapio aveva abbordato Miren per strada. Quel ficcanaso. Il parroco stava chiacchierando con Catalina sotto i portici del Municipio. Il parroco si ferma a parlare con tutti. Governa anime e corpi. O ci prova. Perch poi vai a messa e, tranne che nelle feste comandate, ci sono quattro gatti. Aveva visto Miren, che si era fermata a comprare del formaggio da una contadina, e l'aveva chiamata: kaixo, Miren, e lei non aveva potuto fare la gnorri perch era a pochi passi, aveva rinunciato all'acquisto del formaggio e si era avvicinata. Be', si scopre che Catalina, l presente, e il marito pensavano di andare a trovare il figlio lo stesso giorno in cui dovevano farlo lei e Joxian, cosa che il parroco non ignorava.
Joxian, a mezzogiorno:
"Questo succede perch non ti mordi mai la lingua".
" il mio confessore."
"Allora va' a confessarti in un altro paese."
Insomma, in presenza di don Serapio, Miren e Catalina si erano accordate, non c'era stata altra scelta, per andare tutti e quattro a Picassent con la macchina di Alfonso. Bene, per era mancato poco che il parroco dovesse officiare una messa funebre per tutti e quattro.
L'incidente era avvenuto durante il viaggio di ritorno. Qualche giorno pi tardi era uscito un articolo su Egin, dopo che Alfonso aveva parlato al telefono da Teruel con un giornalista. All'andata, Joxian si era seduto davanti, accanto ad Alfonso, che guidava ed  un rompiscatole. Magari  per questo che non lo sopporta.  un saccentone. Non sta mai zitto. Di calcio, di motori, di cucina, di funghi: ne capisce di tutto. E a un certo punto del viaggio aveva messo una cassetta di zarzuela. Miren, a bassa voce, quando si erano separati da loro all'interno del carcere:
"Ce l'hanno nel sangue. C' mancato solo che gridassero viva la Spagna".
Al ritorno, quando stava per salire in macchina, Joxian aveva scoperto che Catalina si era seduta davanti. Non gli era rimasta altra scelta che sistemarsi dietro, accanto a Miren, che appena iniziato il viaggio gli aveva mollato un pizzicotto sulla coscia perch non parlasse di una faccenda relativa a Joxe Mari che aveva gi cominciato a rivelare.
Due giorni dopo, a casa:
"Ringrazia sant'Ignazio che Catalina si  presa il tuo posto".
"Si sa, il mio angelo custode  pi furbo del suo."
Alfonso, le mani sul volante, si era impadronito della conversazione. Elogiava suo figlio, che fa tanta ginnastica in prigione e ha iniziato a studiare l'inglese. Peccato che gli debbano parlare da questo lato perch dall'altro non sente quasi nulla. E accelera, sorpassa un camion e spiega:
" per le bastonate che ha preso quando l'hanno arrestato".
Di tanto in tanto, Miren interveniva.
"Non avete fatto denuncia?"
"Per quello che serve... I nostri figli sono nelle grinfie dello Stato."
"Hanno picchiato anche il mio Joxe Mari. In gruppo. Uno contro uno, grande com', non si azzardano."
Joxian, assorto, triste come ogni volta che si accomiata da Joxe Mari (d'accordo, figlio mio, stammi bene), contemplava, disinteressato alla conversazione, il paesaggio. Disinteressato fino a un certo punto. Avevano gi fatto un bel po' di strada e adesso era stato lui a dover dare di nascosto una manata a Miren perch si trattenesse. Stavano attraversando al calar della sera la provincia di Teruel. Campi solitari, con spruzzi di neve; una fila di montagne in lontananza, sul punto di svanire nell'oscurit, e fuori dalla macchina un freddo atroce. Di colpo, Catalina si era lasciata sfuggire qualcosa di bocca. Forse aveva creduto che ci fosse confidenza l dove non c'era. O semplicemente non sapeva fino a che punto possa salire a Miren la febbre patriottico-politica.
Ai detenuti dell'ETA nel carcere di Picassent avevano trasmesso l'ordine di fare uno sciopero della fame. Arriva l'avvocato e dice: sciopero. E Joxe Mari che, in questa come in tante altre questioni, era molto rigido, sorvegliava i compagni. Un duro. Del quale Miren si mostrava orgogliosa, dicendo poi in paese che Joxe Mari  di ferro, nessuno riesce a piegarlo.
E allora Catalina aveva raccontato che le avevano permesso di introdurre nella sala dei colloqui un sacchetto di biscotti fatti in casa da lei, perch, a seconda di come gira agli agenti di custodia, ti possono far passare il cibo oppure no, e che gi una volta non gliel'avevano permesso, ma stavolta s.
"Se li  mangiati davanti a noi."
Miren era scattata:
"E certo che ti hanno lasciato passare il cibo. Sanno che sono in sciopero e cercano di romperlo e di non farli stare uniti".
"Ah, nessuno lo viene a sapere."
"Be', lo so gi io. Lo sciopero, o tutti o nessuno."
E non aveva aggiunto nient'altro per la manata che le aveva mollato Joxian di nascosto. Allora in macchina era calato uno scomodo silenzio, di cui Alfonso aveva approfittato per mettere una cassetta di zarzuela, non quella della mattina, ma pi o meno, e restavano ancora molti chilometri di musica spagnola.
L'olio di ricino non  pi cattivo da bere.
E come mai?
Si somministra in pillole e l'effetto  sempre uguale.
Di colpo era successo. Come? Miren non ricorda. Joxian, immerso in dolori e pensieri, stava dormicchiando a braccia incrociate. Quasi non se n'era accorto. L'aveva svegliato un'imprecazione di Alfonso, seguita da un urlo di Catalina. Che c'? La macchina aveva il muso sprofondato in un fossato, sul lato della carreggiata. Miren era stata la prima a uscire. Lo sportello dal lato di Joxian non si apriva. I due davanti, muti. E anche i cantanti di zarzuela.
Miren afferra Joxian da fuori.
"Forza, esci."
E l'aveva trascinato tirandolo per un braccio e dopo pochi secondi avevano sentito il morso del freddo. Joxian aveva chiesto a Miren se si era fatta male.
"No. Bisogna tirare fuori questi due."
Soli in piena campagna. Un posto deserto al calar della sera. E il cielo sgombro di nubi, punteggiato dalle prime stelle, presagiva il gelo imminente. Si erano affrettati ad aiutare Alfonso. Non c'era stato problema. Non c'era nemmeno pi lo sportello. Perci Joxian lo aveva strappato via dal sedile tirandolo per le ascelle. Non gli si vedeva la faccia, tutta coperta di sangue. Aveva cercato di farlo stendere sul terreno sassoso, ma non ce n'era stato bisogno. Le ferite non erano gravi. O cos diceva. Un taglio sulla fronte e un altro sul cuoio capelluto che gli arrossava i capelli bianchi. Nient'altro. E gli era venuto il terrore per la moglie, immobile l dentro, silenziosa, con la testa cascata su una spalla. Dall'altra parte dell'auto, Miren cercava invano di aprire lo sportello.
"Venite qua. Magari voi ce la fate."
E Joxian, operatore al forno di una fonderia, mani callose, braccia robuste, era andato di corsa e tirava, porca puttana, la maniglia, un piede appoggiato a una sporgenza della carrozzeria ammaccata, i denti stretti, finch aveva aperto/strappato via quel cazzo di sportello e Catalina era l, senza sangue n niente, che buon profumo aveva quella donna, per diceva in sussurri agonico-lamentosi:
"Le mie gambe, le mie gambe".
Nel frattempo, Miren, in mezzo alla strada, aveva fermato un furgoncino bianco che veniva dalla direzione opposta. L'autista si era offerto di portare la donna ferita a Teruel e aveva dato una mano a farla stendere con cautela in un'area libera dal carico, con lo spazio giusto per lei e per Alfonso, che si era arrotolato il pullover intorno alla testa a mo' di turbante per contenere l'emorragia. Il furgoncino si era perso rapidamente nella quasi completa oscurit. Miren e Joxian avevano preso le loro cose dal baule dell'auto, e anche quelle di Alfonso e Catalina in caso arrivino dei ladri.
"Hai visto le gambe di Catalina?"
"Rotte tutte e due. Non c' bisogno di essere medico per accorgersene."
"Pu cominciare a pregare perch gliele sistemino come Dio comanda."
Quel luogo inospitale era rimasto in silenzio. Loro si erano affrettati a indossare altri vestiti. Che freddo e adesso che facciamo. Non avevano la minima idea di dove si trovassero. Fra Temei e Saragozza, quello sicuro. Non si vedevano case n luci n cartelli stradali. E nemmeno un rifugio in mezzo a quel deserto, non so, una capanna di pastori, un bosco dove proteggersi dalle intemperie.
Miren:
"Sicuro che non ti sei fatto male? Dimmi la verit".
"Ho detto di no, cazzo."
"Sei pieno di sangue."
"Sar quello di Alfonso."
"Mettiti qualcosa al collo, prenderai freddo. Queste cose succedono per colpa della dispersione."
"Non cominciamo. Bisogner fare denuncia alla Guardia Civil."
"Meglio morta che parlare con i torturatori di Joxe Mari."
"Allora cosa facciamo?"
"Pensa."
Miren credeva di ricordare che poco prima erano passati vicino a un paese, ma non ne era sicura. E Joxian non sapeva n ricordava, visto che si era assopito. La cosa migliore sarebbe stata fermare una macchina. Da l a poco ne avevano vista arrivare una con i fari accesi. Non le avevano fatto segni. Confidavano nel fatto che l'autista si accorgesse della loro situazione vedendo l'auto ridotta a pezzi. Non si era fermato.
"Come fai a pretendere che si fermino se non muovi le braccia?"
"Se sei tanto sveglia, perch non le muovi tu?"
"Senti, mica ci mettiamo a litigare adesso, eh?"
La successiva, dopo diversi minuti, si era fermata. Erano feriti? Avevano detto di no, tremando di freddo. L'autista aveva detto che andava a Calamocha, l vicino, il suo paese, e che se volevano ce li poteva portare. Li aveva portati. Si era presentato come Pascual. Cinquant'anni e rotti, una pancia grande cos, abbastanza chiacchierone: prima della terza curva aveva gi svelato loro la sua aritmia cardiaca e il suo diabete.
"Qui siamo ancora in provincia di Teruel?"
"S, signora."
"Allora oggi a casa non ci arriviamo."
"Difficile. L'ultimo autobus per Saragozza  gi passato."
Miren aveva raccontato particolari su dove stavano andando e con chi viaggiavano e quello che era successo.
"Siete stati in vacanza?"
"Be', s, a Benidorm."
L'uomo aveva visto le macchie di sangue di Joxian. Impossibile non vederle. E aveva di nuovo chiesto se era sicuro di non essere ferito. Joxian gli aveva spiegato che il sangue non era suo. Quel Pascual, marcato accento aragonese, alla vista delle prime case di Calamocha, aveva proposto:
"Perch non venite a casa mia? Ho i figli a Saragozza, il pi grande lavora in banca e due studiano all'universit, e la ragazza a Parigi, sposata con un musicista francese che  un tipo eccellente. Educato, tranquillo. Quello s, non parla neanche una parola di spagnolo, ma ci capiamo bene. Insomma, vedrete, vi assicuro che a casa mia c' posto per un esercito. Potreste riposarvi, lei potrebbe lavarsi via il sangue, e domani tranquillamente vi porto alla stazione di Saragozza, tanto devo comunque andarci. Sono vedovo e, come vi ho gi detto, vivo in una casa grande e vuota".
Aveva preparato una cena succulenta, aveva offerto loro una stanza con travi di legno sul soffitto e un letto dalle lenzuola fredde e pesanti, e di primo mattino, dopo colazione, sollecito e gioviale li aveva portati in macchina a Saragozza. Miren e Joxian volevano pagarlo. No e poi no. Insistevano goffi, timidi. Pascual aveva replicato, tenendosi la pancia con le due mani, che la famosa cocciutaggine degli aragonesi non  nulla in confronto alla sua. Lungo la strada aveva elogiato i baschi. Gente nobile e lavoratrice. Il guaio sono gli attentati dell'ETA. Si erano salutati davanti alla stazione del Portillo. Era domenica e soffiava un maestrale da morirci. Il giorno dopo, nel pomeriggio, Miren era andata alla Posta di San Sebastian. A quella in paese, manco morta. Cosa gli interessa alla gente se lei  in rapporto con un signore della provincia di Teruel? Nella scatola, un chilo di fagioli di Tolosa, un barattolo di sottaceti avvolto nella plastica imbottita, un formaggio di Idiazbal sotto vuoto e nient'altro perch non c'entrava.
Joxian la prendeva in giro.
"Sei pi cocciuta dell'aragonese di Calamocha."
"Non cocciuta, riconoscente."
"Magari ti stai spagnolizzando."
"Va' a quel paese, scemo, scemo totale."

*****

112

Con il nipote

Che brutto panorama, Joxian. Brutto? Bruttissimo. Un figlio in carcere che forse non vedr mai libero perch sicuramente muoio prima; un altro, a Bilbao, che non li chiama, non scrive, non viene a trovarli, Miren sospetta che  perch si vergogna della sua famiglia; e la figlia, che non si parla con la madre da pi di un anno ed  ai ferri corti con il marito. Joxian faceva girare il manubrio delle sue tribolazioni nell'autobus per Renteria e quanto siamo sfortunati. Non potremmo essere un po' pi normali? E all'improvviso, dallo sguardo degli altri passeggeri, si rese conto che stava parlando ad alta voce con s stesso. Sto dando di matto come i vecchi. Quello che sono. Viaggiava su un sedile riservato ad anziani e donne incinte.
Scese alla solita fermata. Erano i tempi in cui andava a trovare i nipoti di nascosto da Miren. Quando usciva di casa, diceva che andava nell'orto. E, in effetti, ci andava; metteva insieme un po' di verdura o di frutta, e a volte ci aggiungeva un coniglio che ammazzava e spellava l, visto che non lo poteva fare davanti ai bambini, e poi prendeva l'autobus alla fermata della zona industriale.
Sul punto di suonare il campanello, nel sacchetto di plastica tre o quattro porri, una scarola e una manciata di mandorle, gli venne voglia di tornarsene da dove era venuto. Urla di Guillermo, urla di Arantxa, pianti della piccola Ainhoa. Suon. Con il din don del campanello quelli dentro si zittirono di colpo, tranne la bambina, che continuava a sgolarsi. Trascorsero ancora dieci o dodici secondi prima che la porta si aprisse. Zaffata di odore penetrante: di cibo, di corpi, di chiuso. Guillermo, secco, rapido, salut e usc.
Che brutto panorama. Disordine dovunque e sporcizia. Lo sguardo furente/lacrimoso di Arantxa, circondato da un assedio di occhiaie, provoc in Joxian un profondo scoramento. Ainhoa, cinque anni, smette di lanciare gemiti quando vede l'aitona e corre a guardare i possibili regali nascosti nel sacchetto. Spronato dalla stessa curiosit, anche Endika, sette anni, si avvicina in fretta, spinge la sorella, che si difende con un altro spintone, e alla fine i due bambini esprimono una comune delusione vedendo le verdure e le mandorle. Arantxa:
"Volete farvi un giro con l'aitona?"
I	due all'unisono:
"No".
"Perch no? Vi compra sempre delle cose buone."
Il bambino rafforza il rifiuto scuotendo la testa.
"Dai, ama, mi annoio."
A Joxian non viene in mente nulla da dire. Non sa invogliarli, non promette niente. Sembra stanco, apatico, e alla fine sposta lo sguardo verso Arantxa per domandarle, senza traccia di vigore nella voce, come le vanno le cose.
"Lo vedi. Malissimo, con un sacco di lavoro, la casa, i bambini e un marito che mi tratta peggio di uno strofinaccio. Non ho il tempo nemmeno per essere infelice."
"Ti ricordi di Catalina?"
"Quale Catalina?"
"La moglie di Alfonso."
"Quella che  rimasta zoppa dopo l'incidente che avete avuto? Ho letto il necrologio sul giornale."
"Era malandata da tempo. I funerali sono domani."
"Che fine ha fatto il figlio?"
"E sempre l. A Badajoz, mi pare. Quello aveva molti delitti di sangue."
"Pi di mio fratello?"
"Molti di pi."
Endika interrompe la conversazione.
"Ama, ho fame."
"Prenditi uno yogurt dal frigo."
"Non ce ne sono."
Con moine materne, Arantxa convinse il bambino ad andare con l'aitona a far merenda da qualche parte. A suo padre: che facesse il favore di portarselo. E Ainhoa? Si rifiut categoricamente di andare con loro, insensibile alla dolcezza delle parole: brioche, torta, crema. Le pendeva gi, offeso, il labbro inferiore. E non disse perch non voleva andare e non and.
"Allora niente, aita, vai con il bambino."
"Vuoi che ti porti qualcosa, maitia?"
E la bambina rispose di no scuotendo due volte in maniera risentita la sua testa infantile.
Nonno e nipote uscirono. Nell'atrio, Endika non si lasci prendere per mano. Si riteneva ormai troppo grande per farsi portare in quel modo per strada. Entrarono nella panetteria del quartiere, dove il bambino chiese due donuts, coperto di zucchero uno, di cioccolato l'altro. E mentre Joxian contava le monete, affamato, ghiottone, il bambino diede i primi bocconi. Quando tornarono in strada, li aveva gi mangiati.
Si ferm e, con le labbra al cioccolato, disse:
"Qui c'era la bomba. Io ero con l'aita in panetteria".
"Quale bomba?"
"Quella che ha rotto i vetri della mia stanza.  morto un signore che era amico del mio aita e si chiamava Manolo. Era li a terra, aitona, dove c' quella macchina nera. Io l'ho visto."
"Ma perch hai guardato?"
"Non ho guardato."
"Allora come hai fatto a vederlo?"
"Be', ho guardato un po' con quest'occhio."
"Vuoi che andiamo alle altalene?"
"Va bene."
Non era la prima volta che il bambino tirava fuori la storia della bomba. Quell'enorme fracasso non gli si cancellava dalla testa.  anche vero che sta crescendo, s'interessa delle faccende dei grandi, fa domande.
Nel parco giochi, nonno e nipote si sedettero su una panchina. Schiamazzi di bambini. Qui e l, madri e padri con carrozzine. A bruciapelo, Endika:
"L'aita dice che la bomba l'hanno messa degli uomini cattivi".
"Cos sembra. Vuoi che andiamo a bere qualcosa?"
"Quando la Guardia Civil li prender, li metter in prigione come l'osaba Joxe Mari."
"Anche questo te l'ha detto il tuo aita?"
"No, questo me l'ha detto nonna Angelita."
Joxian era tentato di dar ragione al bambino. Perch poi non andasse in giro a dire che. Per finirla prima possibile. E perch ogni accenno a suo figlio era come se gli assestassero una mazzata.
"Mi fai vedere la foto dell'osaba?"
Era da molto tempo che non glielo chiedeva.
"Perch vuoi vederla?"
"Dai, aitona, fammela vedere."
Joxian cerc la scolorita, grinzosa foto nel portafoglio. Si vedeva Joxe Mari a diciott'anni, sorridente, capellone, con la barba. Era mancato poco perch diventasse giocatore professionista di pallamano.
"Ha un orecchino."
"Anche tu te ne metterai uno quando sarai grande?"
"No, perch ti ficcano un ago nell'orecchio che fa un sacco di male.  vero che l'osaba Joxe Mari  in prigione perch  supercattivo?"
"Lo dice tua nonna Angelita?"
"No, questo lo dice il mio aita."
"Be', immagino che qualcosa avr fatto. Non credo che sia in prigione perch portava l'orecchino."
Da l a poco, Joxian torn a casa con il bambino. Diede una moneta da cento pesetas a ciascun nipote; alla figlia, una banconota da cinquemila per aiutare un po' il bilancio famigliare, cos disse, e se ne and. Nell'autobus di ritorno a San Sebastian gli successe esattamente la stessa cosa che in quello dell'andata. Cosa? Be', che d'improvviso si accorse che la gente aveva gli occhi fissi su di lui. Senz'altro stava parlando da solo ad alta voce.

*****

113
Finale in salita

Si disse: se piove, non vado. Erano le nove del mattino. Guard dalla finestra. Pioveva, and. Mi metto la giacca a vento, i pantaloni impermeabili, e buona notte. Miren, quando lui stava per uscire:
"A chi pu venire in mente di andare in bicicletta con questo tempo? Cosa credi, di avere vent'anni?"
E Arantxa, sulla sedia a rotelle, mostr al padre il pollice verso l'alto, non era chiaro se per prenderlo in giro o in segno di approvazione.
"Perfino tua figlia ride di te."
Se esitava, non era n per la sua salute n per le sue forze. Vediamo, quante volte aveva fatto le tappe del club cicloturistico nelle giornate di pioggia? Che piova, ci sia il sole o il vento, adesso si iscrive soltanto a quelle corte, a quelle di cinquanta o sessanta chilometri al massimo. Si sa, l'et, gli acciacchi, le salite che, con il passar del tempo, si fanno sempre pi ripide. Pi o meno tre anni prima aveva pedalato con i compagni fino a Ondrroa. Una mazzata. Al ritorno gli erano venute le palpitazioni. Attenzione, Joxian, molta attenzione. Aveva dovuto fare parecchie soste. Era arrivato tardi a pranzo. Litigio.
I dubbi gli venivano per la bicicletta.  che si bagna, si riempie di fango, si pu rovinare e non  (telaio in carbonio, cambio meccanico Campagnolo) una bicicletta qualunque. Gli era costata un patrimonio, l'aveva migliorata a poco a poco sostituendo alcuni pezzi con altri migliori e pi cari. Cos, prima di mettersi a pedalare, entr nel Pagoeta a prendere un caff macchiato per tirarsi su e vedere se spioveva, ancora non del tutto deciso a mettersi in strada.
E prende e smette di piovere. E non solo, ma si aprono delle schiarite in cielo e, prima di arrivare a San Sebastian, all'altezza di Martutene, esce il sole. Joxian aveva indosso la divisa del club: maglietta verde e bianca e pantaloncini neri, oltre a casco e guanti di sua scelta. Non so se in un posto cos serio... Pi che altro perch Miren non iniziasse a sospettare e se ne uscisse con domande e tiritere.
Affront senza difficolt, sebbene lentamente, la salita del quartiere di Eguia. E sull'ultima rampa vide bambini rumorosi sulla destra, che giocavano divisi in gruppi nel cortile di una scuola; e sulla sinistra, un negozio di fiori, e fu allora che gli venne in mente di comprarne un mazzo semplice, poco costoso, perch a me non piacciono le esagerazioni. Appena smontato, che fatica, si rese conto di aver lasciato il catenaccio a casa.
Sistem la bicicletta in modo che potesse vederla dall'interno del fioraio. Disse, con un occhio qui e l'altro l, cosa voleva e perch. E in totale non rest neanche due minuti nel negozio. Gli venne mostrato un primo mazzo, piccolo, con diversi fiori. Non volle che gliene mostrassero altri. Quello andava bene. Pag e usc, e rimase per una ventina di minuti ad aspettare davanti all'entrata del cimitero, con il casco addosso perch non voleva mollare n il mazzo n la bicicletta.
Su un lato del cancello, sul muro, accanto alla targa nera con l'orario delle visite, se ne poteva vedere una pi piccola che proibiva l'ingresso a cani e ciclisti. Porca di quella. E adesso che faccio? E a quel punto un autobus fece sosta alla fermata, l sotto. Bittori, cappotto nero, scese. E, vedendo la targa, disse a Joxian di non preoccuparsi, perch:
"Quello che  proibito  andare in bici fra le tombe, ma non portarla a mano".
"Sei sicura?"
"Dai, Joxian, muoviti."
Entrarono nel cimitero, deserto a quell'ora di mattina di un giorno feriale, con l'eccezione l in alto, di chi?, di due addetti alle pulizie preceduti da un veicolo rumoroso. E poi si preoccupano di una bicicletta, che non fa rumore e non caccia fumo?
Via via che avanzavano lungo la leggera salita, fra tombe e alberi (pini, cipressi), videro altri visitatori solitari, disseminati nella grigia foresta di marmi e cemento. Joxian e la sua bicicletta occupavano met dell'ampiezza del vialetto. Bittori faceva da guida uno o due passi davanti. Ma a volte girava la testa e lui la vedeva sorridere. Perch questa donna sorride in un posto cos poco appropriato per l'allegria?  fuori di testa, non mi vengano a raccontare storie.
"Non sapevo se saresti venuto o no."
"Invece eccomi qua."
"Sei un uomo di parola."
"Tu e mia figlia mi avete convinto. Io ho mantenuto la mia promessa. Vediamo se tu mantieni la tua di non andarlo a raccontare a Miren."
"Su questo puoi stare tranquillo. Arantxa non ha tutti i torti quando dice che hai buon cuore. Basta vedere il mazzo di fiori. Il Txato ne sar felice."
Joxian si sforzava di difendersi dietro uno scudo di aspra cordialit, ma le uscite e le mattane di Bittori lo disarmavano.
"Vabbe', vabbe'."
"E sar invidioso quando ti vedr vestito con la divisa del club."
"Lascia perdere."
"No,  che ho pensato che lo facevi in segno di omaggio."
Arrivarono. In lontananza, dalla parte del mare, una grande macchia di nubi che minacciavano pioggia; ma sopra Polloe continuava a splendere il sole. Sull'asfalto del vialetto s'ingrandivano le zone asciutte. Joxian guardava grave, impacciato?, la lapide con la sua semplice croce e i quattro nomi allineati da sopra a sotto. Non sapeva chi erano i defunti, anche se dalla data di morte (ce n'era una del 1963) e dalla coincidenza del secondo cognome, tranne in un caso, dedusse che si trattava di parentela antica. Nella parte inferiore compariva il nome del suo amico. Il soprannome, no.
"Eccolo qua.  da molti anni che aspetta il trasferimento nel cimitero del paese. Non l'abbiamo ancora fatto per evitare che gli succeda come a Gregorio Ordnez, che  sepolto pi gi. Se vuoi, poi te lo faccio vedere. C' stato un periodo in cui gli facevano scritte offensive sulla tomba. Magari l'hai letto sui giornali. Voi abertzales non date tregua nemmeno ai morti."
Joxian, testa bassa, rimane in silenzio. Medita, prega? Fiss all'improvviso lo sguardo sul nome del suo amico, sulla data della sua morte. La sua morte per strada. All'angolo tra la casa e il garage dove teneva l'auto e la bicicletta. E dopo la data, l'et del Txato quel pomeriggio di pioggia degli spari.
Bittori non la smetteva di parlare:
"Ti ho gi detto ieri che tuo figlio mi ha scritto delle lettere. Sai, sono stata contentissima quando mi ha detto che non era lui quello che ha sparato".
Joxian non apre bocca. Si sprigionava da quell'uomo un silenzio intimidito, pensoso; un silenzio dall'interno verso l'esterno, da allora a adesso, in contrasto con l'insistenza loquace di lei, che spazzava via tutta l'intimit del luogo e del momento.
"Non dici anche a lui quello che hai detto a me nell'orto? Pensavo che eri venuto per questo."
Adesso, finalmente, fa un movimento. Quale? Rivolge il viso verso Bittori. La fronte preoccupata; le sopracciglia all'ingi, malinconiche, ottuse; gli occhi vitrei dove si addensa una specie di supplica indistinta: un lasciami in pace, un perch non rispetti.
"Mi lasci da solo, per favore? Un minuto."
La vide allontanarsi da dove erano saliti entrambi un po' prima. Finch non fu sicuro che Bittori si trovava a una distanza dalla quale le fosse impossibile esaminare i suoi gesti, ascoltare i suoi sussurri, non gir lo sguardo verso la tomba.
Lei si ferm a una trentina di passi, fra due grandi pantheon. Immobile sulla strada, la mano a visiera per proteggere gli occhi dai raggi del sole, osservava Joxian in piedi davanti alla tomba del marito, la strana e un po' comica figura che disegnava il pover'uomo nella fila di lastre e lapidi e croci con i suoi indumenti colorati e la sua bicicletta, che tratta con la stessa delicatezza con cui il Txato trattava la sua.
E lo vide depositare il mazzo di fiori sulla lastra di marmo. Dove l'aveva preso? L'avr portato dal paese? Non credo che abbia rischiato di farsi scoprire dalla moglie. Joxian, con il casco in mano, si fece il segno della croce. E se disse qualcosa, lei non riusc a sentirla; ma gi il semplice fatto che fosse venuto al cimitero come aveva promesso il giorno prima nel casotto dell'orto diede a Bittori una profonda soddisfazione.
All'improvviso, Joxian prese a camminare verso di lei spingendo la bicicletta a due mani. Aveva finito, cos presto, la visita a colui che era stato suo amico, il suo migliore amico. Joxian arriv all'altezza di Bittori. Senza fermarsi, con voce precipitosa, con impostata naturalezza:
"Bene, vado".
"Mi ha fatto molto bene che tu sia venuto."
Joxian non rispose. Perch quella fretta cos improvvisa? Perch quel modo brusco di andarsene? Bittori ebbe ben presto la risposta. Quattro passi riusc a fare Joxian prima che gli sfuggisse il primo singhiozzo. Acceler il passo. Camminava verso l'uscita con la sua bicicletta, lo sguardo basso e un impressionante tremito delle spalle.

*****

114

Con in mezzo il vetro

Poco prima di essere trasferito, per un incidente grave con un agente di custodia, dalla prigione di Picassent a quella di Albolote, Joxe Mari ricevette, finalmente!, la visita del fratello.
Se ne lamentava sempre con la madre. Che fine ha fatto Gorka, perch non viene un giorno, mi farebbe tanto piacere vederlo. E Miren gli rispondeva che non andava a trovare nemmeno loro, eppure abita vicino, e che n Joxian n lei sanno cosa gli succede, a quel ragazzo, che sembra che si nasconde da noi.
Miren aveva tentato di convincerlo una delle rare volte che si erano parlati al telefono. Come? Be', a modo suo, sgridandolo e con una grandinata di rimproveri e, ovviamente, aveva peggiorato le cose. Erano passati mesi prima di avere di nuovo sue notizie.
Arantxa aveva interceduto durante una di quelle visite segrete di Gorka alla sua casa di Renteria. Lei s, una volta aveva visto Joxe Mari. Non di pi perch Guillermo, esplicitamente, glielo aveva proibito, come in precedenza aveva proibito che Arantxa portasse i figli a conoscere lo zio terrorista, ci mancava solo quello.
La richiesta di Arantxa, ragionevolmente fraterna, limpida nell'atteggiamento, moderata nella supplica, non aveva convinto Gorka.
"Vedr."
Per quando dice vedr, in realt  no. Tuttavia, le parole della sorella gli avevano fatto sorgere dei dubbi. Di pi: gli avevano insinuato uno scomodo sussurro interiore. Rimorso? Forse. Il fatto  che per liberarsi dal fastidio aveva spiegato il caso a Ramuntxo, e tu cosa faresti, e Ramuntxo aveva deciso per lui.
Cio, che concordasse con il fratello un incontro in parlatorio senza perdere altro tempo. Gorka l'aveva fatto, sebbene con poca voglia, e il mese successivo andarono tutti e tre in macchina a Picassent: Ramuntxo al volante, accanto a lui Amaia, allettata dalla promessa paterna di andare a fare shopping a Valencia, e dietro Gorka, solo, spento, pentito fin dal primo chilometro di essersi imbarcato in quel viaggio.
"Come descriveresti il rapporto tra te e tuo fratello?"
"Io direi inesistente."
"Hai paura di lui?"
"Cos', un'intervista?"
"Mi interesso a te. Hai paura di lui, s o no?"
"Prima s. Adesso non lo so.  da molto che non lo vedo."
"Non ti va che parliamo di queste cose?"
"Mi fanno male e tu lo sai. Perci non capisco perch mi vuoi rovinare la giornata."
"Scusa. Fine dell'intervista. Cari radioascoltatori, qualche minuto di pubblicit e subito dopo torniamo con altri argomenti."
Gorka salut Ramuntxo e Amaia nel parcheggio del carcere. Alto, sgraziato, privo di allegria, entr nell'edificio. Neanche fosse una vacca alle porte del macello. Dopo che ebbe passato il controllo regolamentare, gli assegnarono un parlatorio. Cubicolo angusto, sedia scomoda di plastica dura, caldo soffocante, parecchia sporcizia, specialmente sul vetro, e a destra e a sinistra tutta quella gente che parlava a squarciagola, la bocca vicina al microfono, che va' a sapere quanti batteri ci saranno qui dentro.
Vide il fratello prima che il fratello vedesse lui. Not la perdita di massa muscolare e soprattutto di capelli. Non pot fare a meno di fissare lo sguardo sulle sue mani, quelle del giocatore di pallamano, potente, robusto, che tanto aveva ammirato/temuto da bambino, pi tardi trasformate in strumento per togliere la vita a degli esseri umani, quanti?, lo sapr lui, e per un istante sent un leggero brivido e una pungente, triste allegria perch non era lui e non si trovava al suo posto.
Qualcosa dovette scorgere Joxe Mari sul suo viso che, prima di sedersi, mise in rotta il sorriso con cui era arrivato. Si guardarono seri, scrutandosi, per alcuni secondi, separati dal vetro. E fu Joxe Mari il primo a parlare.
"Lo vedi, non posso abbracciarti."
"Non ti preoccupare."
"Morivo dalla voglia di vederti."
"Ed eccomi qua."
"Ti sento freddo. Non sei contento di vedermi?"
"Certo che sono contento, anche se avrei preferito vederti da qualche altra parte."
"Che cazzo, anch'io."
Il che cazzo avrebbe potuto risparmiarselo. Era rivolto al vecchio Gorka, al magro, ritroso adolescente che era stato. Parole dall'alto in basso, versi da spaccone. A Gorka non piacquero e si appoggi allo schienale della sedia, allontanandosi apertamente dal microfono, il che fu come indicare al fratello: non metterti su questa strada, non sono il tuo subalterno nella catena di comando. E non c'era parte o lineamento di Joxe Mari che non gli provocasse un'intima e viva repulsione. Oltretutto l dentro c'era una puzza terribile. Non arieggeranno? Compassione? Ma niente. I suoi occhi, forse quello che meno  cambiato in tutti questi anni, erano gli occhi che avevano guardato le sue vittime prima di giustiziarle. E la fronte spaziosa era la fronte di un assassino, sopra le sopracciglia di un assassino, il naso di un assassino, la bocca (denti in cattivo stato) di un assassino, per non conviene dirglielo n mi azzardo a farlo.
Si scambiarono dettagli delle rispettive vite private. Tutto un po' riassunto e superficiale. Due estranei che fingevano una confidenza/familiarit ormai persa. Era inutile cercare di chiacchierare come quando dividevano la stanza a casa dei genitori. Gorka si proteggeva formulando domande per non dover parlare delle sue cose. Sarebbero sembrati eterni i quaranta minuti in quella trappola per topi.
Non c' dubbio che anche Joxe Mari cominciava a sentirsi a disagio. Come mai?  che non gli arrivava solidariet/affetto, empatia/comprensione, dall'altro lato del vetro. E tanto meno sorrisi. Che accidenti succede? Cercava di leggere nel fondo degli occhi del fratello e sembrava che ci che vedeva non gli piacesse. Non era tipo da sentimentalismi. La sua espressione si indur di colpo.
"In fondo condanni la mia militanza, non  vero? E la disprezzi."
Gorka non se lo aspettava. Si mise in guardia.
"Perch dici cos?"
"Si vede che gli aitas hanno insistito per farti venire. A me non m'imbrogli."
"Sono venuto perch l'ho deciso io."
"Non fraintendermi. Io non ti trattengo, ancor meno se hai in mente di peggiorare la mia situazione. O credi che non me ne accorgo?"
"Non ho fatto un viaggio cos lungo per peggiorare un bel niente. Ma nemmeno per recitare la parte del fratello minore. E certo che non approvo quello che ti ha portato qui. Non l'ho mai approvato."
"Sei di quelli che credono che mi merito di essere qui?"
"Chiedilo alle tue vittime."
"Mi hanno dato un sacco di botte da quando mi hanno arrestato. Ma niente mi ha fatto male come quello che hai detto. Mio fratello, porca miseria."
"Proprio perch sono tuo fratello ti dico quello che penso. Preferisci che ti dica bugie, che mi complimenti con te per il dolore che hai causato a chiss quante famiglie? E perch?"
"Per salvare il mio popolo."
"Spargendo il sangue degli altri? Che bello."
"Di oppressori che ci massacrano ogni giorno e non ci lasciano essere liberi."
"Vale anche per i bambini che avete ammazzato?"
"Se non fosse per questo vetro, te lo spiegherei in modo da fartelo capire."
"Mi stai minacciando?"
"Forse."
"Se ti va, mi puoi sparare. Per molto meno avete fatto fuori delle persone in nome di un popolo che non avete mai consultato."
"Vabbe', lasciamo perdere. Vedo che non ci capiamo."
"Hai iniziato tu."
"Alcuni di noi hanno sentito il richiamo della patria. Altri fanno una vita comoda e se la spassano alla grande. Immagino che sia sempre stato cos. Alcuni si sacrificano, altri ne approfittano."
"Chi  che fa la vita comoda?"
"Io certamente no."
"Faccio programmi radiofonici in euskera, scrivo libri in euskera, aiuto la nostra cultura. E il mio modo di dare un contributo al nostro popolo, ma qualcosa di costruttivo, senza lasciare dietro di me una scia di orfani e vedove."
"Hai una bella parlantina. Si vede che lavori alla radio. E ti va bene, no?"
"Non mi lamento."
"Mi hanno detto che vivi con un uomo. Proprio tu che condanni quello che ho fatto. Sei sempre stato un po' strano, ragazzo, ma non immaginavo fino a questo punto. Gorka, muto, pietrificato nei lineamenti, il viso ardente di rabbia repentina. E il fratello, con aria di sfida:
"L'ama crede che ti vergogni di noi. Ma sono io a vergognarmi di avere un fratello frocio che se ne sbatte il cazzo di trascinare nel fango il nostro cognome. Per questo non vai mai in paese, vero?"
"Chi ti ha detto che vivo con un uomo?"
"Cosa conta? Credi che siccome sono in un carcere spagnolo di sterminio non mi arrivino informazioni?"
"Vivo con la persona che mi ama e che amo. Probabilmente per te sto parlando cinese. Cosa pu capire dell'amore un pistolero?"
Quest'ultima frase Gorka la disse alzandosi brusco, spingendo furioso la sedia. Avvicin per l'ultima volta la bocca al microfono, ma poi rimand gi le parole aggressive che gli erano salite in gola. Si volt, e quando fu sul punto di uscire da quel caldo e sporco e fetido parlatorio di merda, sent alle sue spalle le parole di Joxe Mari che lo pregavano con nuova, mai conosciuta in lui, umilt di tornare, non te ne andare adesso, dobbiamo dialo...
La porta, chiudendosi, tronc l'ultima frase.
Sulla via del ritorno a Bilbao, lungo viaggio, tramonto rosso e giallo d'estate, Amaia addormentata al suo posto, Ramuntxo gli chiese com'era andato l'incontro e se pensava di ritornare.
"Vedr."
Fu tutto quello che disse. Poi si addorment o fece finta di dormire.

*****

115

Seduta di massaggi

Ramuntxo accett di stendersi sul lettino pieghevole cedendo alle insistenze di Gorka; ma non sarebbe cambiato niente perch con il massaggio o senza il massaggio aveva chiaro che si sarebbe suicidato. Qual era il problema? Che la sua ex, quella zoccola, quella vipera la cui principale ossessione era iniettare il suo veleno mortale, gli aveva giocato proprio un bel tiro.
Quasi quattro settimane prima Ramuntxo era andato a Vitoria a prendere Amaia. La creatura allora aveva sedici anni. Gorka: et inadeguata per passare il fine settimana in compagnia di un padre, per quanto lui le compri regali e assecondi tutti i suoi capricci. La bambina (si fa per dire, con quei seni e quella lingua sfrontata) era ingrassata. Pi ancora dell'obesit, ma che sfortuna, l'imbruttiva l'acne. Le si era inacidito il carattere. Praticava una variante piuttosto aggressiva dell'infelicit.
Gorka cercava di tenersi in disparte; ma a volte era pi forte la pena che gli ispirava Ramuntxo e interveniva.
"Non ti rendi conto che ti tirannizza?"
"Certo che me ne rendo conto. E cosa vuoi che faccia?"
Ogni due fine settimana Ramuntxo portava la figlia a Bilbao in macchina e la riportava a casa la domenica pomeriggio. Aveva suonato il citofono alla solita ora. Nessuno aveva aperto. Aveva perso tempo in un bar l vicino. Era tornato. Altre scampanellate. Dalla strada non si vedeva luce alle finestre. Non aveva nemmeno trovato la macchina della vipera/zoccola nei dintorni. Aveva approfittato di un vicino che usciva dal portone per entrare e salire al piano della sua ex. Lo zerbino, che cosa strana, non c'era. Ramuntxo aveva suonato il campanello, aveva picchiato sulla porta. Pam, pam, niente. Non era la prima volta che succedeva una cosa simile. Nervi, imprecazioni, insulti contro la femmina malvagia che da anni sabota il rapporto padre-figlia.
Alla fine, che vuoi fare?, Ramuntxo era tornato da solo a Bilbao, incazzato, sbraitante, triste. E adesso che cazzo ci faceva con i biglietti del cinema che aveva comprato? Sicuramente, come altre volte, madre e figlia erano andate fuori per il weekend (le affascina Madrid) e non si erano ricordate di comunicarlo a Ramuntxo. O forse s, ma non avevano voluto comunicarglielo per farlo soffrire.
Per Gorka, un sollievo. Fine settimana in pace.  che la ragazza causava continue preoccupazioni. Ogni volta che pu, Gorka la evita, o passando pi tempo alla radio, o facendo lunghe passeggiate oppure vedendo qualcuno o andando a pranzo con qualcun altro. L'importante  passare in casa il minor tempo possibile.
Prima approfittava dei giorni di Ramuntxo con la figlia per andare a trovare Arantxa e fare lo zio per alcune ore. Qualche volta si era perfino fermato a dormire, steso malamente sul divano del soggiorno; ma anche quello  finito. E gi da un sacco di tempo che non vede i nipoti nonostante la sorella gli abbia chiesto scusa per non essersi tenuta il cecio in bocca. Era stata lei, come lui aveva sospettato fin dall'inizio, e chi senn?, a dire a Joxe Mari che lui viveva a Bilbao con un uomo. Bel modo di mantenere un segreto! Gorka si era sentito tradito dall'unico membro della famiglia di cui si fidava, a cui voleva bene davvero. Non aveva rimproverato la sorella per l'indiscrezione. L'aveva salutata con la sua solita parsimonia di gesti e parole, ma da allora non  pi tornato a Renteria e non telefona.
Ramuntxo pensava che:
"Il tuo problema  che non sai perdonare".
"Un problema pi grave per me  che non mi si rispetti."
Trascorsi alcuni giorni senza notizie della figlia, Ramuntxo, cattivi presagi, aveva deciso di andare in un giorno feriale a Vitoria.
"Mi accompagni?"
"Devo registrare un'intervista."
"Per favore."
Erano andati un pomeriggio. E si era ripetuta la storia del citofono, delle finestre buie e la macchina della vipera/zoccola non si vedeva da nessuna parte. Il suo nome era ancora sulla targhetta della cassetta delle lettere. Dentro non c'erano lettere ammucchiate n volantini pubblicitari, come accade di solito quando l'inquilino si assenta per un po'. E se si  messa d'accordo con qualcuno perch gliela svuoti regolarmente? Inquietudine, diffidenza, timori che conducevano a ipotesi sempre pi peregrine. Gorka aveva suggerito di salire al piano della ex e di chiedere al dirimpettaio.
"Sono venuti quelli del trasloco e hanno portato gi di tutto. I mobili, il frigo, i materassi."
"Quando?"
"Be', sar stato un paio di settimane fa."
"E da allora lei non ha pi visto n mia figlia n sua madre?"
"Consideri che  agosto. Saranno in vacanza come la maggior parte degli inquilini."
Chi  che si porta i mobili in montagna, il frigorifero o i materassi al mare? Ultima speranza: cercare conferma telefonando a scuola. Speranza vana, visto che in quel periodo i professori dovevano essere stravaccati in qualche localit turistica. Lungo il tragitto di ritorno a Bilbao, Ramuntxo aveva avanzato l'ipotesi di presentare una denuncia. Gorka l'aveva dissuaso. Aspettasse un po', perch la cosa pi probabile era che a quelle due fosse venuto in mente di partire all'improvviso per le vacanze approfittando dell'offerta di qualche agenzia di viaggio. In ogni caso, sembrava una decisione spontanea.
"E perch non mi hanno avvisato?"
"Perch devono aver pensato che ti saresti opposto. Dimmi la verit, ti saresti opposto?"
"Per i giorni che mi spetta stare con Amaia, s."
"Lo vedi?"
"Cosa mi dici dei mobili?"
"Per quello non ho una spiegazione, ma sicuramente ci sar. Magari hanno cambiato casa restando a Vitoria. Non negherai che in citt ci sono quartieri migliori di quello dove hanno vissuto finora."
A settembre arriv la lettera. Fu Gorka, sul tardi, a prendere la corrispondenza dalla cassetta. Non appena vide il francobollo degli Stati Uniti, concep un fatidico sospetto. Sul retro della busta c'era il nome del mittente, Amaia, nient'altro. N il cognome n un indirizzo. E siccome quelle erano giornate difficili di lavoro e a casa aleggiava di continuo un silenzio tormentato, Gorka decise di nascondere la lettera a Ramuntxo. E fu anche tentato di distruggerla per risparmiargli il prevedibile dispiacere che ne avrebbe ricavato. La trattenne per una settimana. Alla fine gliela diede fingendo di averla appena trovata nella cassetta.
Ramuntxo, dopo la lettura, and di corsa in bagno a vomitare e a emettere dei suoni dolenti che erano come urla d'angoscia intercalati da singhiozzi. Il foglio sgualcito era rimasto l, buttato sul tappeto. Gorka lesse:

Aita,
all' ama  capitato un lavoro negli Stati Uniti e adesso vivremo qui per sempre. Per favore, non cercarci. Se avr dei soldi verr io a trovarti quando sar maggiorenne.
Ondo pasa,
Amaia

La ragazza creava problemi anche da lontano.  che mancanza di affetto da parte di colei che un giorno aveva detto, io l'avevo sentito:
"Aita, lasciami in pace, sei un poveruomo".
Ma questo,  chiaro, non puoi ricordarlo a Ramuntxo perch muore dal dolore. Gorka gli propose di riordinare i pensieri sotto la doccia. Poi lui gli avrebbe fatto un massaggio di suo gusto, lo sai, con l'happy end, anche se l'uomo, il pover'uomo, in quegli istanti si mostrava disposto a tutto tranne che al piacere. Gorka insistette finch l'altro si arrese, dicendo che per lui era lo stesso perch comunque pensava di togliersi la vita.
"Oggi stesso. Non so come. Il modo mi verr in mente. Ma non preoccuparti, mi suicider lontano da casa cos non avrai problemi con la polizia."
Monologava, tragico, sotto la doccia. Nel frattempo Gorka rilesse la lettera. Quel foglio di carta emanava gelo.  che non ci fossero errori di ortografia lo insospett. A scuola Amaia non andava bene, veniva promossa per miracolo, aveva ripetuto l'ultimo anno. Intervento della madre? Annus, perch?, la busta e poi la lettera.
Ramuntxo usc dal bagno che non era ancora asciutto. La sua evidente tristezza e la sua nudit un po' incurvata, oltre che pelosa e pallida, gli davano un'aria da bambino vecchio, indifeso. E si stese a faccia in gi sul lettino e tent di riprendere a piangere, ma evidentemente gli si erano svuotate le lacrimali. Cos attacc di nuovo con la storia che si sarebbe suicidato oggi stesso lontano da casa. Nel frattempo, Gorka lo frizionava sul collo, le spalle, la schiena, con mani affabili, oleate.
"Non serve a niente che presenti una denuncia. Sono sicuro che il codice penale non prevede questo caso come sottrazione di minore. Sua madre pu dire che risiede in un altro paese per motivi di lavoro e che non mi ha mai impedito di vedere mia figlia. Non devo far altro che prendere un aereo ogni quindici giorni."
"Che io sappia, non  chiaro dove abitano."
"Non pensarci pi. Quella sgualdrina immonda se l' squagliata con Amaia pi lontano che ha potuto. Non capisci che le bruciava che andassi d'accordo con lei?"
"E se la lettera fosse un imbroglio?"
"Cazzo, Gorka, adesso non te ne uscire con fantasie da scrittore. Questo non  un romanzo. Questa  la pura realt."
Gorka gli chiese di girarsi. Gli massaggi il petto, il ventre; si sofferm sul pene fino a provocare l'erezione; prosegu sulle cosce; gli disse che:
"In un romanzo io farei fingere alla divorziata di essere emigrata negli Stati Uniti con la figlia. Un'amica o una collega di lavoro che ha in previsione di andarci si presterebbe a spedire da un ufficio postale di Chicago o di San Francisco la lettera scritta in precedenza. La madre e la figlia se ne andrebbero a vivere a Madrid, per esempio, visto che ad Amaia e alla tua ex piace tanto la capitale. E per il padre mi verrebbe in mente un finale adeguato dopo aver subito il suo personale supplizio mentale con trattamento psichiatrico e quello che sar necessario. Ma non il suicidio. Sarebbe troppo semplice. Forse il protagonista potrebbe andare in America e l, mentre cerca la figlia, conosce una donna, Samantha, una bionda seducente con un passato torbido di prostituzione e droga".
"Cosa aspetti a metterti a scrivere?"
"Vedr. Per adesso sono occupato qui."
E and avanti con i massaggi e le parole di affetto e di consolazione, proseguendo anche dopo la rapida, stentata, eiaculazione di Ramuntxo.

*****

116

Salone arabo

La festeggiarono, intimi, innamorati, nel ristorante del Gran Hotel Domine, i due da soli, uno di fronte all'altro, in un tavolo attaccato al finestrone che affacciava sulle curve grigio-scintillanti del Guggenheim. Era luglio, la temperatura gradevole e il cielo azzurro: un giorno perfetto. Ramuntxo era visibilmente euforico/alticcio.
Cosa festeggiavano? L'approvazione, il giorno prima, al Congreso de Diputados, della legge che rende possibile il matrimonio fra persone dello stesso sesso, opera del Partito socialista, partito che ispirava a Ramuntxo un'antica e insuperabile avversione, anche se d'ora in avanti ci penser e pu perfino darsi che alle prossime elezioni, senza che costituisca un precedente e soltanto per mostrare gratitudine, gli dia il suo voto.
Gorka, invece, si astiene per principio dal partecipare a qualunque tipo di elezioni. Non ringrazia, non appoggia, non punisce. Tutto ci che sa di partiti e di politica gli ispira: rifiuto? Piuttosto, indifferenza. Serio, sollev il bicchiere e complet il brindisi iniziato da Ramuntxo, che quella mattina era particolarmente loquace. Ramuntxo, allegro per il vino, disse che:
"Un giorno ti chieder di sposarmi".
"Si vede che hai bevuto."
"Parlo sul serio, bihotza. Adesso  presto. Prima bisogna vedere come evolve questa faccenda della nuova legge."
"Sembra che conservi ancora un grammo di saggezza. Non sprecarlo."
"Be', conviene essere prudenti. Questa societ, che fino a poco fa recitava il rosario tutti i pomeriggi, credi che sia preparata per un cambiamento cos profondo? Ora, ragazzo che, come nella poesia di Cernuda, 'sorgesti al calar della luce nella tua  Conquero', ti guardo, ti riguardo, non smetto di guardarti e sai quello che penso?"
"Dai, poeta, dillo."
"Be', giurerei che non escludi completamente l'idea del matrimonio."
"Il matrimonio dovrai meritartelo, bello."
"E anche tu, cosa credi?"
Il sindaco Azkuna li spos cinque anni e mezzo dopo nel Salone arabo del Municipio. Offici dietro uno splendido mazzo di rose bianche, quando gi sul suo viso si notavano i primi segni della malattia fatale. Pronunci un discorso a tratti emozionante, a tratti divertente, punteggiato da citazioni letterarie e da aneddoti simpatici, alcuni relativi alla sua vecchia amicizia con Ramuntxo, che aveva chiamato sempre Ramn. Non mancarono le risate n alla fine gli occhi umidi tra gli invitati. Per l'occasione, gli sposi avevano messo la cravatta e un completo grigio chiaro. Come disse qualcuno: tipo gemelli. E il bacio risult una cosa insipida per colpa di Gorka, bloccato dalla timidezza. Cos, dal podio, con eloquenza cordiale, Azkuna chiese un secondo bacio, ma adesso uno vero. Il pubblico assecond la richiesta del sindaco facendo coro in visibilio e allora i neosposi, fusi in un abbraccio, si piegarono alla voce popolare (una ventina di amici e colleghi di lavoro) unendo le bocche con una passione cos scatenata che provoc una salva di applausi e fischi tra i presenti.
Felicitazioni, abbracci, parole di incoraggiamento e il tipico amico in vena di scherzi che augur loro una folta discendenza. Che si erano sposati con amore, con tanto amore, lo videro tutti. Ma se qualcuno dei testimoni pensa che quel pomeriggio, nel Salone arabo, aveva assistito a una trovata stravagante, frutto di una decisione improvvisa; alla messa in scena di un gioco; insomma, a un capriccio, si sbaglia. Ramuntxo e Gorka si erano sposati, come tante altre coppie, per motivi pratici. E anche, forse soprattutto, per i timori del primo, al quale un anno prima avevano tolto un rene.
Aveva compiuto da poco quarant'anni quando gli avevano scoperto il tumore. E per il momento tutto va bene. Si  liberato dell'emodialisi, ma non si fida. E neppure i medici. Metastasi? Finora non gliene hanno trovata nessuna. Da soli nella stanza dell'ospedale, i due avevano deciso di dare veste legale al rapporto. E Gorka, che faceva resistenza, perch, dopo tutto, a che serve, aveva accettato gli argomenti del compagno: l'eredit; i beni, a cominciare dall'appartamento, che intesteremo a entrambi non appena mi dimettono, se mi dimettono, e per esempio la pensione, che pensasse alla pensione che riceverai quando io non ci sar. Tornato a casa, Ramuntxo si era affrettato a fare testamento a favore di Gorka. E gli aveva strappato la promessa che si sarebbe occupato delle necessit economiche di Amaia nel caso che.
Erano pi di dieci anni che Ramuntxo non aveva notizie della figlia. Arrivavano le date importanti, quella del suo compleanno, il Natale.
"Si ricorder di me?"
Niente, n una lettera, n una cartolina. E Ramuntxo soffriva. Spesso, da solo o con l'aiuto di Gorka, si dava da fare per trovare qualche traccia di Amaia nei motori di ricerca di Internet. Estendeva le ricerche ai social network. E, casomai, includeva la madre nelle indagini. In qualche pagina, in qualche lista di soci o partecipanti, nella didascalia di una foto, non so, in qualche sito sarebbe dovuto comparire il nome dell'una o dell'altra. O avranno cambiato identit?
Non lasciava passare il compleanno di Amaia n l'Epifania senza comprare alla ragazza, a quel punto ormai una donna, il relativo regalo. Ammucchiava i pacchetti con i loro nastri colorati e i loro biglietti di auguri nel guardaroba, e occupavano sempre pi spazio, e quando Gorka gli domandava perch lo fai, perch ti tormenti, lui rispondeva che:
"Il cuore mi dice che torner. E io voglio che sappia che non ho smesso di pensare a lei neanche per un secondo della mia vita. Promettimi che, se muoio, le darai tu i regali".
Per Gorka, i progetti di matrimonio si scontravano con un ostacolo insuperabile: i suoi genitori. Non perch potessero disapprovare la sua decisione, cosa sulla quale aveva pochi dubbi, ma per la vergogna che avrebbero provato (o che lui immaginava che avrebbero provato) non appena la notizia delle sue nozze avesse iniziato a girare in paese.
Sentiva la madre al telefono ogni morte di papa. Con maggior frequenza nei mesi successivi all'ictus della sorella. Parlavano sempre degli stessi argomenti: di Arantxa, del tempo, di cibo, dei pettegolezzi del vicinato. Quasi per niente di Joxe Mari e mai della vita intima di Gorka, che al massimo raccontava banalit relative al suo lavoro alla radio. Joxian, allergico al telefono, raramente veniva all'apparecchio. Si limitava a dire a Miren di salutare Gorka da parte sua e di chiedergli quando pensava di andarli a trovare.
Il timore di dare un dispiacere ai genitori e che loro gli montassero una scena sgradevole impediva a Gorka di acconsentire al matrimonio. E del resto, cosa vuoi che ti dica, non  che Ramuntxo lo pretendesse. Era una possibilit romantica, carina, ma per nulla urgente. Poi Ramuntxo si era ammalato. Era stato sul punto di morire, come gli avevano detto in seguito. Allora la situazione era cambiata. E ammettendo la propria vigliaccheria, che non ha mai negato, Gorka aveva preteso di sposarsi di nascosto dalla famiglia. Ramuntxo si era opposto.
"Manco a parlarne. Se non vuoi, non li inviti. Neanche mia madre verr, perch  andata con la testa e non si riconosce neppure allo specchio. Per ai tuoi aitas devi almeno dare la notizia."
"Lo sai che non mi azzardo."
"Ascoltami. Non ti venga in mente di costruire la tua vita sulla menzogna e sul silenzio.  la cosa peggiore, te l'assicuro."
"In ogni caso, li informer per iscritto, sai? Al telefono, credo che mi tremerebbero le gambe."
E aveva scritto loro un biglietto che, nonostante la brevit, l'aveva tenuto impegnato un intero pomeriggio. Ramuntxo l'aveva letto all'ora di cena e gli aveva dato il nullaosta dopo aver suggerito qualche piccolo ritocco. Quando mancava una settimana alle nozze, finalmente Gorka aveva trovato il coraggio di spedirlo. Non aveva ricevuto risposta. Cos aveva dato per scontato che i genitori l'avrebbero ripudiato e si sarebbero rattrappiti per l'orrore e la vergogna, senza osare mettere piede in strada.
Appena sposati, Gorka e Ramuntxo discesero felici, sorridenti, mano nella mano, le scalinate del Municipio. L li aspettava la solita pioggia di riso. E da qualche macchina di passaggio venivano colpi di clacson festosi. Gli invitati gridarono: bacio, bacio, facendo una baldoria che attirava gli sguardi dei passanti. Ci furono di nuovo abbracci e congratulazioni. A Gorka rimasero impigliati numerosi chicchi di riso tra i capelli. Glielo dissero e lui cerc di scuoterli via con la mano. All'improvviso, rivolgendo per caso lo sguardo verso la ria, li vide. Chi? Chi doveva essere? La sua famiglia, sul marciapiede di fronte; tutti e tre appartati e come timorosi di intromettersi, sua madre alle prese con la sedia a rotelle, suo padre con il basco e il pullover annodato sulle spalle.
Ramuntxo not la strana reazione, il brusco cambio di espressione, indizio che qualcosa di preoccupante stava succedendo a suo marito.
"Cos'hai?"
"Sono qui."
E andarono loro incontro. Ramuntxo, gioviale; Gorka, frastornato, serio, impacciato.
"Siete venuti?"
Miren, portavoce, con quel suo energico dimenamento della testa:
"Come facevamo a non venire al matrimonio di nostro figlio?  lui mio genero?"
Con arie da signora, allungato il collo, offr una guancia. E fece in tempo a rivolgergli una domanda in euskera, senza dubbio per verificare, perch io la conosco. Ramuntxo rispose in un modo che fece ridere tutti, tranne Gorka, certo, che aveva sempre la sua aria da funerale. Come mai?  che non poteva fare a meno di provare compassione per suo padre, con un sorriso goffo, lo sguardo lacrimoso, fermo l accanto alla ringhiera senza sapere cosa fare, cosa dire, come se l'avessero trasportato all'improvviso su un altro pianeta.
Miren intervenne rapida, ammonitrice.
"Ehi, Joxian, mica ti metti a piangere, eh?"
E Arantxa, sulla sua sedia, era una fonte insonora di gioia. Agitava in aria la mano sana, gridava in silenzio, rideva della grossa con gli occhi. Ramuntxo si chin per stamparle un bacio di tracimante cordialit sulla fronte. Poi abbracci, avvolgente, battendogli le mani sulle scapole, Joxian, che gli arrivava con la fronte appena qualche millimetro sopra il nodo della cravatta. E infine l'elegante genero ebbe la fortunata, la delicata, l'astuta trovata di affermare di essere felice di avere una suocera cos bella. Miren, gonfia di soddisfazione:
"Sono venuta a Bilbao a vantarmi di mio figlio. Mi sono perfino comprata un paio di scarpe".
E tutti rivolsero all'unisono lo sguardo verso i suoi piedi.
Arrivarono dei taxi. Miren, appena scesa, afferr Gorka per un braccio ed entr nel ristorante aggrappata a lui. Cio, la famiglia partecip al banchetto? Che domanda. Ma certo.
Gli sposi presero posto l'uno accanto all'altro. Sulla destra di Ramuntxo c'era una sedia vuota, quella di sua figlia. Lo spieg agli invitati durante le brevi parole di saluto che pronunci. E alla sinistra di Gorka si sedette Miren, che a un certo punto, sotto la tavola, fece scivolare tra le mani del figlio una busta con mille euro, il nostro regalo di nozze. Meno di questo, disse, le sembrava poco. E gli sussurr all'orecchio:
"Joxe Mari mi ha chiesto di farti gli auguri".

*****

117

Il figlio invisibile

Quique, in ghingheri. Completo, cravatta e il tocco di rottura, dissonante, delle scarpe da ginnastica di marca perch cos gli gira di. E a Nerea il bordo inferiore della gonna rimaneva dieci centimetri sopra le ginocchia. Labbra rosate, ombretto, calze di maglia e scarpe con i tacchi. Se guardano, guardino pure. Da quando si sono conosciuti alla fine del secolo passato hanno condiviso di buon grado quei momenti in cui muoversi/esibirsi liberi, provocanti, danarosi. Formavano focolai giustapposti di profumo in espansione.
Gli tocc, salve, siamo tal dei tali, eccetera, un tavolo tra due delle colonne che sostengono le travi. Buon posto, lontano dalla porta della cucina e dall'ingresso del ristorante. Che giorno era? Sabato, nove e mezza di sera. Quique aveva saputo nel pomeriggio che un suo investimento fatto l'anno prima in un affare di conserve con presunti peperoni di Lodosa (presunti?,  che li importano a basso prezzo dal Per) si era chiuso con pesanti perdite. Lo raccontava a Nerea riparato dietro un sorriso cinico, dall'ortodonzia impeccabile. E il ristorante Portuetxe era pieno.
Quique, con il menu tra le mani, spiegava, narrativo:
"Questo, quando ero bambino, era un casolare. Noi ragazzi venivamo a pescare con rami di mandorlo e attrezzature alla buona. Come esca, mollica di pane. Per non pescavamo qui perch a quest'altezza il fiume era bianco, ma bianco-bianco, te lo giuro, per colpa della centrale del latte, ma pi sopra del deposito di rottami dei Cilveti. C'erano perfino le trote".
Nerea sugger gli antipasti e Quique, che non stava ascoltando, annu senza badare a quello che gli veniva proposto. Quando vide sul tavolo il vassoio di scarole con salmone e txangurro, domand sorpreso:
"L'hai ordinata tu questa porcheria?"
E Nerea rispose s, tesoro, e allora lui disse che si accontentava dello sformato di funghi. La bottiglia di vino rosso, 45 euro, l'aveva fatta portare via. L'aveva annusato agitando il calice, l'aveva assaggiato con gli occhi chiusi e aveva sentenziato sprezzante, negativo. Gliene portarono un'altra. Ripet l'annusa e assaggia, e alla fine accett il prodotto non senza aver tenuto, con una pedanteria deliberata e magniloquente, una lezione di enologia alla cameriera. Lui e Nerea fecero toccare i bicchieri. Lei:
"Ti leggo nei pensieri. Il primo vino andava bene".
"Certo. Perfino migliore di questo. Ma con la servit conviene adottare una distanza di superiorit gerarchica. Adesso quelli in cucina se la staranno facendo sotto. S'impegneranno al massimo.  normale. Questione di vita o di morte. E di tutto quello che ordineremo ci porteranno il meglio."
"O ci sputeranno nel piatto. Se vedo un po' di schiumetta nella salsa, non la tocco."
"Di cosa sanno le scarole?"
"Di scarole. E i funghi?"
"Di funghi."
Sul punto di compiere dodici anni di matrimonio, con innumerevoli rotture seguite da appassionate riconciliazioni, vivevano ancora in case separate. Il tuo spazio, il mio. La tua sporcizia qui, la mia l. E ne parlavano, masticando, inzuppando il pane nella salsa, Quique con una specie di impeto esultante per una scoperta che aveva fatto all'improvviso. Quale? Si era reso conto che durante i primi sei anni di matrimonio, lui non aveva smesso di chiedere a lei di andare a vivere a casa sua (un tetto, un letto; s, ma un solo bagno), mentre da allora fino a quel momento, altri sei anni, mese pi mese meno,  stata lei la supplicante e lui quello che si nega.
"Tu sai perch mi rifiutavo. Invece io non so perch ti rifiuti tu."
"Mi piaceva il tuo segreto.  chiaro che lo ignoravo proprio perch si trattava di un segreto. Mi eccita l'idea che mi nascondi qualcosa di importante della tua vita privata e poi arrivo io, te lo tolgo e lo distruggo.  come rubarti gli slip dopo averti violentata. Ma, occhio, se ci pensi bene sono io a uscirne perdente. Mi ritrovo con la delusione del bambino che ha fatto a pezzi il suo giocattolo preferito. Per questo non voglio che viviamo insieme. Mi spiacerebbe molto arrivare a conoscerti tanto da non far rimanere fra te e me un margine, per quanto piccolo, per la sorpresa."
Il segreto l'aveva dissolto un'indiscrezione di Bittori. E accorgendosi di aver fatto una gaffe, aveva buttato l con impostato candore:
"Ah, ma non lo sapevi?"
Un momentaccio per Nerea, seduta accanto a Quique sul divano, con la faccia da bugiarda colta in fallo e Ikatza in grembo. Nella versione che aveva raccontato a Quique in precedenti occasioni si affermava che il padre era morto di cancro al polmone. E venivano aggiunti calcolati ornamenti narrativi per consolidare la verosimiglianza della bugia.
Scoperta la verit, per Nerea era come se non avessero pi senso i domicili separati. Nel suo, my palace, come diceva, custodiva un museo della memoria dedicato all'aita e l'ultima cosa che voleva in casa erano testimoni, domande, opinioni, mani che toccano, prendono, macchiano. Un'esposizione di reliquie paterne in parte in vista, in parte (la maggior parte) nascosta dietro porte, in cartelline, cassetti e armadi: foto, ritagli di giornale ("L'ETA uccide un imprenditore a", "L'ETA rivendica, tutti i partiti tranne Herri Batasuna condannano"), indumenti del defunto, oggetti che gli erano appartenuti. Tipo? La candela a forma di cactus che gli aveva regalato da bambina, una penna stilografica, trofei di cicloturismo e di mus, la camicia con due fori di proiettile, ammennicoli da ufficio, qualche paio di scarpe, anche il paio che portava il pomeriggio dell'attentato. Insomma, le cose di alto valore sentimentale per Nerea, che aveva avuto, alcune dalla madre, altre da Xabier. E la pistola.
Era stato suo fratello a pensare di portare la camicia in lavanderia. Fosse stato per Nerea, l'avrebbe conservata con le macchie di sangue. E dopo che Quique aveva saputo in che modo era morto il suocero, che non aveva mai conosciuto, be', la verit  che Nerea non aveva avvertito la necessit di nascondergli ulteriormente le reliquie, solo che a quel punto lui non voleva accanto a s quelle cianfrusaglie da vittima del terrorismo. Al massimo, le foto. Il resto gli sembrava macabro. Nerea non era disposta a liberarsi di nulla. Ci mancava solo quello. Cos ognuno era rimasto a vivere in casa propria e si incontravano di frequente, quasi ogni giorno, non sempre, dipende.
Quique aveva messo, come al solito, il cellulare sul tavolo, accanto al piatto, e lo guardava ogni due per tre.  sabato, ma gli affari non riposano. E mentre attaccava la coda di rospo alla griglia con le vongole (Nerea: baccal Portuetxe), i cinguettii di WhatsApp gli annunciarono l'arrivo di un messaggio. Niente, una cazzata di Elizalde, un video breve, da ridere, di un calciatore calvo a cui finisce continuamente il pallone in faccia. Erano stati soci, sono amici, si scrivono per scherzare. Nerea ribad la propria teoria:
"Questo qui ti sta sondando per sapere se sei libero e andarsene in giro con te stasera".
"Se non avessi litigato con Marisa, ora potremmo essere qui tutti e quattro a cenare insieme e a sbellicarci dalle risate."
"Mi domando ancora perch non le ho cavato gli occhi."
Andavano d'accordo. Amiche? Non esageriamo. Il loro rapporto prevedeva chiacchierate piacevoli, di andare insieme di quando in quando al Corte Ingls di Bilbao e perfino di scambiare qualche confidenza di letto, ma senza entrare in grandi intimit. Non per nulla, ma avevano caratteri diversi, gusti diversi e interessi diversi. E allora, nel bar del Corte Ingls di Bilbao, Marisa, che secondo Nerea aveva le sue punte d'invidia, prende e le dice, senza che c'entri nulla con la conversazione:
"Non  per immischiarmi in cose che non mi riguardano, ma se fossi in te sorveglierei un po' tuo marito. E incredibile come lo attirino le gonnelle".
Erano tornate a San Sebastian ognuna per conto suo, Nerea sull'autobus di linea, l'altra con la sua macchina. E cos fino a oggi.
"Ha cercato di rompere il nostro matrimonio e questo non glielo consento."
"Com' il baccal?"
"Buono, per con il vino rosso non mi va."
"Allora ordiniamone uno bianco."
"Elizalde non le mette le corna a quell'imbecille?"
"In continuazione."
"E la classica scema che si spaccia per furba."
La cameriera port la bottiglia di vino bianco. Desideravano assaggiarlo? Quique le chiese/ordin di lasciare la bottiglia sul tavolo. Se il vino non era buono, l'avrebbero chiamata.
"Quella catenina d'oro con la foglia di ginkgo che ti avevo regalato, non te la metti pi?"
"L'ho buttata nel Tamigi quel giorno in cui ho perso le staffe. Ma non preoccuparti perch so a memoria dov' caduta e posso recuperarla in qualunque momento."
"Te ne regaler un'altra. Non voglio farti prendere un raffreddore."
Si era arrabbiata molto, berciante nella sua solitudine abitativa, mattutina, pi con s stessa che con lui.  che, per cominciare, non sopporta che Quique faccia finta, quando cammina per strada, di tenere per mano il figlio che non hanno. A Londra aveva ripetuto il gesto. Non una, ma diverse volte. Nell'ultima, che aveva scatenato la sua rabbia, Nerea l'aveva visto dalla finestra dell'albergo. Quique si dirigeva verso la sua riunione, in giacca e cravatta, elegante, e al momento di attraversare la strada, aveva preso la manina del suo bambino invisibile. Immaginava che lei lo stesse osservando da una finestra del quinto piano? Ormai assomiglio a mia madre, che si affaccia a guardare quando ce ne andiamo. E questa consapevolezza l'aveva fatta definitivamente infuriare.
Nerea fece a meno del dessert. Lui, no: crme caramel, caff nero e un bicchiere di pacharn, che ordin dopo essersi accertato che avessero la marca che vende lui.
Per diversi anni, Nerea era stata convinta che Quique fosse sterile. E il fatto  che lui, scoraggiato, condivideva quella convinzione. Lei l'aveva persuaso a farsi analizzare il seme. A che scopo? Non so, a volte ci sono pochi spermatozoi oppure non muovono la coda e allora non funzionano. I risultati del laboratorio avevano dimostrato che il seme di Quique  di buona qualit. Quindi l'infertilit, senza dubbio, riguarda lei, che si difende:
"O magari tu non miri bene".
E Nerea aveva smesso di cercare uomini, riproduttori dall'aspetto fisico simile a quello di Quique. Perch, insomma, se ti viene fuori un figlio biondo o nero, come lo spieghi? Pensava di mettere un uovo di cuculo nel nido del marito, ma non c'era riuscita. Eppure aveva avuto a disposizione inseminatori a bizzeffe.
Da qualche tempo a questa parte, a lui  venuta la mania di portare per mano il figlio che non ha, che non avr mai, almeno con me. Sa che quel gioco morboso, un modo per rinfacciarglielo?, mi fa venire i nervi. Quique soffriva e lei soffriva e si arrabbiava perch lui soffriva.
"Il conto, per favore."
Nerea fu pi rapida al momento di tendere alla cameriera la carta di credito. Lasci come mancia una somma pari al costo della bottiglia di vino che Quique aveva rimandato indietro. Fuori dal ristorante, prima di entrare in macchina, pomiciarono, sbaciucchioni, palpeggiandosi nell'oscurit, sotto il cielo stellato.
"Accidenti, non hai gli slip."
"Cos non me li puoi rubare."
"Mi piace da matti l'odore che hai tra le cosce. Ti scoperei qui, adesso."
"Non  un buon posto. Qui il fiume  bianco."
"Lo era prima."
"Preferirei andare pi su di quel deposito di rottami che dicevi."
E, invece di tornare in citt, imboccarono la strada per Igara, verso luoghi montagnosi, verso crescenti, alberate tenebre.

*****

118

Visita non annunciata

Nerea sapeva dal fratello che Bittori e Arantxa si vedevano ogni mattina nella piazza del paese. Era stato sempre Xabier a metterla al corrente dei giorni in cui la sua vecchia amica si recava alle sedute di fisioterapia all'ospedale e a che ora. L'informazione implicava il velato suggerimento di andarla a trovare. E Nerea, in un impulso spontaneo, decise di farlo. Per, occhio, perch a volte con lei c' una donna bassina, dell'Ecuador, e altre volte sua madre.
"Mi morder o che?"
"Io ti avviso nel caso tu non voglia incrociarla."
Da quant'era che non si vedevano? Uff, dai tempi in cui Nerea studiava Legge a San Sebastian. Fammici pensare. Pi di, un bel po' pi di vent'anni, da prima che lei andasse a studiare a Saragozza. A quell'epoca Arantxa era gi sposata, continuava a lavorare come commessa nel negozio di scarpe e viveva a Renteria con il marito. L'aveva persa di vista, era passato un decennio, ne erano passati due ed era gi cominciato il terzo. Molto dopo l'ultimo incontro, quando?, non ne aveva idea, Arantxa era stata colpita dall'ictus. Anche questo Nerea l'aveva saputo da Xabier.
"La verit  che fa impressione vederla nel suo stato attuale."
"Smettila di proteggermi, fratellino. Ci si pu parlare?"
"Capisce tutto. Per comunicare usa un iPad. Tu le fai una domanda e lei ti risponde per iscritto.  seguita da una logopedista, ma non so se adesso  in grado di articolare parole in forma comprensibile."
Nerea sal all'ospedale un sabato pomeriggio. Seguendo le istruzioni di Xabier, si present alla persona che doveva farle da guida. Trov Arantxa sulla sua sedia a rotelle, sola nel corridoio, a passare il tempo in attesa che venisse a prenderla la fisioterapista.
Per poco non svengo dalla pena. I capelli corti, con folte venature bianche; una mano chiusa, inservibile, il collo impacciato e i lineamenti del viso deformati in maniera leggera ma visibile. Nerea ci mise alcuni istanti a riconoscere in quella donna rovinata la sua amica dell'adolescenza. E la prima cosa che pens fu: accidenti, che mazzate d la vita. E la seconda: spero che non si arrabbi perch non le ho preannunciato il mio arrivo.
"Arantxa, bella, guarda chi ti  venuta a trovare."
Mezzo secondo di stupore/dubbio appena voltata la testa. E poi, di botto, l'intero viso si trasform in una violenta smorfia di gioia. Dopo aver ricevuto un bacio rituale, allung la mano destra per toccare, per prendere, che angoscia, per portare a termine un tentativo di abbraccio con l'amica che gi allontanava il corpo. E Arantxa cercava di articolare dei suoni e non ci riusciva, ed era tale l'impegno che metteva nell'esprimersi che per un istante sembr che soffocasse.
"Vi lascio sole. Sicuramente avrete molto da raccontarvi."
Con nocche affettuose, compassionevoli?, Nerea accarezz la guancia dell'amica. E lei le rivolse uno sguardo di rassegnazione, come dicendo: lo vedi, questa  la situazione. O qualcosa del genere.
Nerea opt per dilungarsi loquace, esplicativa, per abbassare la temperatura drammatica dell'incontro. Che aveva saputo dal fratello, che era stata informata, che le avevano detto. E concluse, sincera:
"Che brutta storia, eh?"
Arantxa, che a quel punto aveva gi preso l'iPad dallo spazio tra la sua cintola e il fianco della sedia a rotelle, conferm, occhi malinconici, annuendo. Con l'apparecchio in grembo, scrisse:
"Mi fa molto piacere vederti".
"Anche a me. Come va?"
"Male."
"Che domanda scema. Scusami."
E vedendo che Arantxa rideva, Nerea la imit, sebbene con le labbra flosce.
"Ho divorziato."
Quel dito indice, pallido, magro, saltava con agilit fra le lettere. Terminate le frasi, Nerea guardava lo schermo e leggeva.
"Il mio ex mi ha lasciata. Non mi importa."
Le chiese se aveva figli. Sapeva quanti. Glielo aveva detto Xabier, ma il fatto  che Nerea faceva fatica a adattarsi a quel modo di conversazione parlata-scritta, e in attesa di acquistare naturalezza, formulava domande formali, stupide.
Arantxa, coincidenza con il gesto di vittoria, mostr due dita.
"La cosa che amo di pi nella vita. Vivono con lui, ma li vedo spesso. Magari vengono dopo e te li presento."
Subito dopo, lettera dopo lettera, ma rapida, specific le et, scrisse i nomi, defin i figli svegli, belli, affettuosi.
"Tali e quali a me."
"Ne sei orgogliosa, vero?"
Annu scuotendo rotonda, contenta, la testa. E le chiese della sua vita. Nerea riassunse: sposata, senza figli, lavoro al ministero delle Finanze. E, chinandosi per guardare di nuovo lo schermo, non pot evitare una fitta di emozione quando lesse che all'amica sembrava bellissima.
"Non credere. Anche per me gli anni passano."
"Vivo con gli aitas. Tua madre la vedo spesso."
"S, me l'ha detto."
"Mi spiace per la sua malattia."
Ah, quindi lo sa.
"Xabier e io cerchiamo di stare con lei pi tempo possibile. Xabier di pi. Lo sai che  sempre stato un mammone."
"La grande tristezza di Bittori  morire senza che mio fratello vi abbia chiesto perdono."
"S, le manca questo conforto."
"Insisto sempre con Joxe Mari. Non mollo."
"Gli scrivi?"
Annu unendo e separando i polpastrelli per significare che gli mandava molte lettere o messaggi o quello che era.
"Mio fratello ha paura."
"Paura?"
"Che Bittori dia ai giornali un suo scritto in cui chiede perdono. era lnon farlo sapere ai compagni."
In fondo al corridoio apparvero un sorriso dai denti bianchi, un camice non meno bianco e immacolato, un viso giovane: la fisioterapista, che parlava con scoppiettante simpatia.
"Ehi, bellezza, hai visite?"
Arantxa si affrett a scriverle qualche frase sullo schermo dell'iPad. La fisioterapista si mostr immediatamente d'accordo. Subito dopo disse a Nerea di aspettare l senza muoversi, l'avrebbero chiamata. Nerea aspett da sola in corridoio. Cosa avranno in mente queste due? A giudicare dalle facce, senza dubbio qualcosa di divertente. Dopo un po' la chiamarono. Entr nella sala di riabilitazione. Le avevano preparato una sorpresa: Arantxa in piedi, una fisioterapista su ciascun lato. E insicura, tesa, riusc a fare un passo senza aiuto, senza appoggiarsi, un passo breve, esitante, oddio, cade, due, quattro in totale. E da dietro le avvicinarono la sedia a rotelle per farla sedere. Elogi, applausi di tutti i presenti. Anche Nerea applaud. E manc poco perch le spuntassero le lacrime.
Si accomiat da Arantxa alcuni minuti dopo, non senza prima prometterle che sarebbe tornata in qualche altra occasione. Nerea percorse il corridoio immersa nei pensieri, piuttosto nelle preoccupazioni. Sua madre, ovvio. E quando stava per raggiungere le scale, sono contenta di essere venuta, una voce la salut da vicino con un salve secco, tagliente, a cui lei rispose senza prendersi il tempo di vedere chi l'aveva salutata. Gir la testa. Vide la schiena di Miren, che si allontanava verso il corridoio.  Miren? Certo che era lei, accompagnata da un ragazzo che la superava di due palmi in altezza e da una ragazza molto bella, con i capelli lunghi raccolti in una coda. Per l'et, perch erano con Miren e perch era pi chiaro dell'acqua, intu che erano i figli di Arantxa.

*****

119

Pazienza

La sera, Nerea chiam il fratello. Glielo aveva promesso. Gli raccont, senza perdersi in troppi particolari, com'era andata la visita ad Arantxa nel pomeriggio. Non dimentic di riferirgli che Miren l'aveva salutata.
"Non pu essere. Sei sicura?"
"Vicino a me non c'era nessuno, perci il saluto doveva essere rivolto a me. Un salve rapido. Non ho avuto il tempo neanche di guardarla in faccia."
E per ultimo affront l'argomento che pi la preoccupava.
"Arantxa  al corrente della malattia dell'ama."
"Non riesco a immaginare da dove possa prendere le informazioni. Io, all'ama, non ho ancora rivelato la diagnosi."
"L''ama non  stupida. Sa che nessuno va dall'oncologo per curarsi una faringite. Sicuramente intuisce cos'ha, anche se non pu dargli un nome."
"Ti sarei grato se andassi a trovarla per preparare il terreno. Io, per il momento, sono un po' gi di corda."
"Tranquillo. Domani ci vado."
"Fammi un favore. Anche se ti contraddice, non metterti a litigare con lei."
Le compr un mazzo di fiori. Pessima idea, come poi scopr. Le era venuto in mente all'improvviso, lungo il percorso verso casa di sua madre, passando davanti a un fioraio, e aveva pensato: le regalo dei fiori in segno di buona volont. Bittori, non appena li vide:
"Ehi, non sono ancora morta".
Pazienza. Prima di entrare, in piedi sul pianerottolo, Nerea chiese dello zerbino di Londra.
"Me l'hai gi chiesto altre volte. Puoi immaginare che non mi piaceva."
"Non me l'hai mai detto."
"Figlia mia, ci sono cose che non c' bisogno di dire."
Pazienza, pazienza. Ricordava la richiesta del fratello: che per favore non litigasse con lei.
"E tuo marito? Vi siete separati di nuovo?"
" in giro."
"Quello l  sempre in giro."
"Ha molto lavoro, ama. Non pensare sempre male."
Bittori sistem il mazzo di fiori in un vaso pieno d'acqua. Disse che avevano un buon profumo e il sabato, se non ti dispiace, li porter al Txato. Nerea, con un tono lievemente lamentoso, comment che nella stanza faceva freddo. Lo disse guardando la finestra del balcone, spalancata.
" per la gatta, nel caso torni. Comincio a temere che le sia successa una disgrazia."
"Ieri sono andata a trovare Arantxa in ospedale."
"Me l'ha detto stamattina."
"Ah, bene. In realt sono venuta a dirtelo, ma se sai gi tutto..."
"So la sua parte. La tua, no."
Pazienza. Sedute, lei qui, la madre dall'altra parte del tavolino, in mezzo il vaso di fiori e le due tazze di caff solubile, decaffeinato, Nerea spieg con quali intenti era salita all'ospedale e come era nato l'incontro con Arantxa. E Bittori la interrompeva ogni due per tre.
"S, lo so."
Il che faceva innervosire sempre pi Nerea, per pazienza. Respira a fondo, ragazza. Calma e pazienza. Le raccont un'altra cosa. E Bittori:
"S, lo so. E adesso mi dirai che Arantxa ha fatto sei passi senza l'aiuto di nessuno".
"Quattro."
"A me ha detto sei."
"Mentre me ne andavo, ho visto sua madre. Arantxa ti ha detto anche questo?"
"No, questo no."
Dalla finestra del balcone entrava il fresco della sera con una punta sempre pi percettibile di umidit marina. Luce? Poca. Per Bittori, sufficiente. Nerea era a disagio per quella sensazione di essere come all'interno di una grotta dentro casa. Se lo sapevo, mi portavo una torcia. E sulla parete, l'orologio a pendolo batt, pigro, abitudinario, le otto. L'atmosfera era strana, di una pesantezza triste e male illuminata. Avvolgeva i soprammobili, le pareti, i mobili, un odore caratteristico che, senza essere stomachevole, era tutt'altro che accogliente. Ed era lo stesso odore che emanano i vestiti e il corpo di mia madre quando la abbraccio.
"Ti sei fermata a parlare con lei?"
"Macch. Quando ho capito chi era che mi aveva salutato, era gi lontana con i nipoti."
"Ah, era con i nipoti? Come sono?"
"Il ragazzo, alto; la ragazza, con un bel personale. Ma li ho visti soltanto da dietro. A proposito, Arantxa mi ha detto alcune cose di cui tu non mi hai parlato."
"Quali cose?"
"A quanto ha detto, le spiaceva per la tua malattia. Mi ha sorpreso che fosse meglio informata di me sull'argomento."
"Forse, invece, ne sei informata. Perch, che io sappia, di quando in quando parli con tuo fratello. Quello che Xabier non sa  che l'altro giorno ho chiamato Arruabarrena. Il medico mi ha detto che aveva gi detto tutto a Xabier, che  lui che mi deve spiegare quello che c' da spiegare. Be', questo  successo venerd della settimana scorsa e sono ancora qui che aspetto. In questo periodo tuo fratello mi ha telefonato ogni giorno. Credi che mi abbia detto qualcosa sui risultati degli esami? Nemmeno una parola. E adesso arrivi tu con un mazzo di fiori. Bella squadra che siete!"
"I fiori sono un gesto gentile, d'affetto. Nient'altro."
"Se non comunichiamo all'interno della famiglia,  normale che gli uni non sappiano quello che succede agli altri."
"Be', adesso hai un'opportunit per comunicare con me. E ti sarei grata se accendessi la luce. Sei qui vicino e quasi non ti vedo in faccia."
"Se l'accendo, entrano le zanzare."
Pazienza. Nerea, beffarda, chiese alla madre se per caso ricordava dove aveva messo la sua tazza di caff. E finse di cercarla tastando la superficie del tavolo. Accidenti, allora accendesse la luce, ma prima chiudesse la finestra. Nerea, con piacere. Senza perdere tempo fece una cosa, poi l'altra. Si risedette e Bittori, seria, con dignit, disse che:
"Ho vissuto fin qui e forse un po' di pi. So cos'ho dentro il corpo. Non mi sottoporr alla chemioterapia n a nessun altro supplizio. Voglio riunirmi con mio marito, che  gi quasi ora, e nessuno me lo proibir. Vivere un altro anno? Due? Perch? A me, mi hanno uccisa molto tempo fa. Da allora sono stata soltanto un fantasma. Al massimo, mezza persona. E questo perch ti deve rimanere qualcosa dove sentire il male che ti hanno fatto, e poi perch con due figli, devi resistere in piedi comunque". Nerea accenn a replicare. Bittori la interruppe. "Sto parlando io. Non dovete preoccuparvi per l'eredit. E tutto sistemato. Non c' bisogno che litighiate. Cinquanta per cento ciascuno. E adesso ascolta bene quello che ti sto per dire. Lo dico a te perch con tuo fratello non si pu parlare di queste cose. Crolla subito."
Nerea guardava il viso sereno, pieno di decisione, di lucidit, della madre. Ed era come se lo guardasse per la prima volta nella vita. Di nuovo fiss lo sguardo sui fiori. E, in effetti, adesso le sembrarono un ornamento mortuario.
"Questa  la mia volont. Mi seppellite con l'aita a Polloe, la mia bara sopra la sua. Nella tomba c' posto per un altro defunto. Mi lasci, per favore, la fede al dito, cos come abbiamo seppellito lui con la sua. E bada di mettermi le scarpe bianche del giorno del matrimonio. Sono in bella vista nell'armadio della mia stanza. Questa incombenza non la posso lasciare a tuo fratello. Non la capisce e non  in grado di portarla a termine. Ma tu sei donna, non c' bisogno di spiegarti certe cose. Mettete, per favore, due necrologi sul Diario Vasco, uno in castigliano e uno in euskera. In tutti e due deve comparire il soprannome dell'aita. Non mi fate nessuna cerimonia funebre. E adesso la cosa pi importante, anche se in realt tutto  importante. Se vedete che fra un anno, o due, o quello che , la situazione politica si calma, che il terrorismo  davvero finito, ci portate tutti e due al cimitero del paese. Questo  tutto quello che ti chiedo."
"Hai parlato di questo con Xabier o almeno di una parte?"
"Come accidenti posso avergliene parlato se  da un sacco di giorni che non viene a trovarmi? E di questi argomenti non voglio parlare al telefono."
"Visto che siamo in sincerit, ho saputo che stai cercando di far s che il figlio di Miren ti chieda perdono e che Arantxa ti sta dando una mano.  vero?"
"Perch credi che sono ancora viva? Ho bisogno di quel perdono. Lo voglio e lo pretendo, e fino a quando non lo avr non penso di morire."
"Hai un orgoglio da far paura."
"Non  orgoglio. Non appena metterete la lapide sulla tomba e sar con il Txato, gli dir: quell'idiota si  scusato, adesso possiamo riposare in pace."

*****

120

La ragazza di Ondrroa

Non l'avevano piegato le condizioni carcerarie. E guarda che sono state dure. In alcuni centri di detenzione pi che in altri. Ora vediamo cosa gli riserva il futuro. Gli anni, certo, non passano invano; per lui non crede che sia stato il tempo a spezzarlo in due come un ramo secco, anche quello, s, inutile negarlo. Ma  stata principalmente un'altra cosa. Quale? Joxe Mari attribuisce l'inizio del proprio crollo morale alla ragazza di Ondrroa. Ne  convinto. A partire da quella storia che era cominciata cos bene gli si era intrufolato dentro il tarlo della tristezza, porca miseria, che non te ne accorgi e ti rode e ti rode, e alla fine ti lascia il mobile pieno di buchi.
Ha visto piangere suo padre oltre il vetro del parlatorio. Gli faceva pena il vecchio; ma era una pena, come dire?, come un vestito leggero, cio che alla fine della visita se la portava via il vecchio appoggiata alle spalle. A quel tempo lui non aveva spazio per provare pena. Sopra ogni cosa, Euskal Herria. La causa per la quale si era sacrificato, la sua ragion d'essere, il suo tutto. E guardando il padre andar via provava, cosa?, cazzo, be', delusione.  questa la parola. La delusione di avere un padre molle, di essere stato generato da un uomo debole.
"Ama,  meglio che lui non venga."
"Non preoccuparti, che quello l la prossima volta lo lascio a casa."
Da solo, Joxe Mari cercava in s stesso segni di debolezza come chi si esamina il corpo alla ricerca di non so che, di pulci o pidocchi. Cercava quei possibili segni con il feroce desiderio di sterminarli, non sia mai che mi attacchino qualche seccatura psicologica. E se in cortile, nella sala del televisore o da qualunque altra parte vedeva un compagno depresso, con gli occhi umidi, ci litigava, pretendeva disciplina, siamo sempre militanti, cristo di un dio. Essere debole, sembrare debole? Piuttosto si sarebbe fatto tagliare un braccio.
Non l'avevano piegato nemmeno gli scioperi della fame. E guarda che sono tosti. Ora, se bisogna farli, si fanno. Che sia per chiedere la scarcerazione di un detenuto dell'organizzazione gravemente malato, per protestare contro la politica penitenziaria, perch l'ETA, attraverso il fronte delle carceri, ha dato l'ordine o per quello che sia. E vigilava che nessun compagno si avvicinasse pi del dovuto all'economato. O mandasse uno degli arruntak a comprargli cioccolatini, buste di patatine e cose del genere. Il suo sciopero pi lungo era stato di quarantuno giorni, ad Albolote. Ho bevuto tonnellate d'acqua. E aveva perso diciannove chili, che sua madre l'aveva visto durante una visita e si era spaventata.
"Ehi, non avrai mica un cancro?"
Le aveva risposto che stava da dio. Falso. Gli venivano continui giramenti di testa, non aveva pi forze. Non le aveva detto nemmeno che da giorni la sua urina era rossa. Pensava di riferirlo al medico, ma aveva lasciato perdere per non affrontare una brutta diagnosi. Poi c'era stata assemblea, avevano votato tutti per la fine dello sciopero e dopo pochi giorni mi usciva la pixa normale. Joxe Mari imputa agli scioperi della fame la sua abituale stitichezza e i problemi di emorroidi che gli fanno ancora passare brutti periodi.
Nemmeno i lunghi mesi in regime di isolamento lo avevano piegato. Venti ore al giorno in una cella. D'estate, un caldo da impazzire. Gli agenti che davano ordini a squarciagola. Le visite, ridotte a otto, dieci minuti. E la bastardata delle perquisizioni notturne ogni due ore o quando gli girava. Nel frattempo da fuori battevano colpi sulla lamiera della porta per non farlo dormire. All'improvviso, entravano. Urla, spogliati, fai le flessioni. Cos. Pi gli insulti di rito. Ma neanche cos sono riusciti a spezzarmi la spina dorsale.
Quando era successa la faccenda di Miguel Angel Bianco, tre agenti gli avevano mollato una scarica di pugni. Be', un agente. Gli altri due lo tenevano fermo. La notizia del sequestro era arrivata in carcere tre giorni prima. Non appena fu reso noto l'ultimatum dell'ETA, Joxe Mari disse a bassa voce a un compagno:
"Quello lo faranno fuori".
Nelle ultime ore del pomeriggio del 12 luglio si seppe che gli avevano sparato due colpi alla testa. Era stato ricoverato in un centro sanitario di San Sebastian. Si dibatteva fra la vita e la morte. Di primo mattino, i notiziari diedero conferma della sua morte. In caso di attentati mortali si percepiva una tensione nell'atmosfera del carcere. E c'erano brutti sguardi. Uno dei secondini:
"Allora, siete contenti?"
Joxe Mari non ricorda di aver sorriso. Magari s, ma non per i motivi che immaginava il secondino. A notte inoltrata, simularono una perquisizione della cella e si accanirono su di lui. Pugni, calci, schiaffi.
"Questo  per le risatine di prima, etarra di merda. Se ne vuoi ancora, sai dove trovarci."
Anni prima, a Picassent, era stato coinvolto in una rissa con due detenuti comuni. Era successo durante la cena. Il motivo? Una stupidaggine. In realt, basta che a un paio di tipi non piaccia la tua faccia. E sebbene li avesse stesi, pronti via, senza difficolt, non era riuscito a evitare che uno di loro lo cogliesse impreparato e gli aprisse uno squarcio in testa con una sedia. Sangue a profusione e otto punti di sutura. Arriva il direttore e via, in isolamento. Un incidente come tanti. Ce ne sono di peggiori, a volte con morti. Era passato il tempo, Joxe Mari aveva cambiato carcere, aveva iniziato a perdere i capelli e un giorno, guardandosi allo specchio, si era accorto che non bastavano pi per coprire la cicatrice.
Insomma, tante cose che succedono. Di molte nessuno, fuori dal carcere, sa nulla. D'altronde si preferisce non raccontarle alla famiglia per non dare preoccupazioni. Ma  lo stesso: Joxe Mari si manteneva saldo, pietra dura, albero della barca dritto in mezzo alla tempesta, perch, a parte la forza fisica, non gli mancavano le risorse per resistere alle avversit, ai momenti duri e a tutto quello che gli pioveva addosso. Quali risorse?
Prima di tutto, il gruppo. Il gruppo  fondamentale, l'unit dei compagni. Lo diceva alla madre:
"Loro sono la mia famiglia qui".
In pi c'era la lealt ideologica. Quello che di solito non faceva quando era libero, lo faceva adesso. Cosa? Interessarsi di politica. Prima, tutto quel gran parlare e quelle stronzate teoriche gli sembravano deviazioni dal cammino verso l'obbiettivo. La lotta armata era la scorciatoia. Adesso leggeva con attenzione articoli, volantini e qualunque pamphlet o comunicato proveniente dall'organizzazione. Non si accontentava di alimentare la consapevolezza di essere ancora coinvolto nella lotta, ma s'impegnava a mettere insieme argomenti che giustificassero quella lotta e mostrassero con evidenza che era giusta e necessaria. Ah, e sostenuta dalla maggioranza del popolo basco. Da questa convinzione traeva forza d'animo. E non appena spuntava un'opportunit (per esempio, nelle riunioni settimanali in cui i detenuti dell'ETA stabilivano le norme di comportamento in carcere, d'accordo con le disposizioni che ricevevano da fuori), si metteva a monologare/discutere accalorato, fanatico, bestemmiante.
Lo confortavano in particolare i momenti in cui parlava in euskera con qualche compagno o in gruppo. A volte intonavano canzoni della loro terra, Izarren hautsa, qualcosa di Lete, di Laboa, di Benito Lertxundi, senza alzare troppo la voce per non provocare, oppure raccontavano barzellette. In quelle occasioni, Joxe Mari si sentiva trasportato lontano da l, in un posto senza secondini, muri, sbarre, a raccontare le stesse barzellette, a cantare a squarciagola le stesse canzoni e a bere sidro, calimocho o birra in compagnia degli amici dei vecchi tempi. Chiuse le palpebre, riusciva a sentire l'odore del suo paese e quello dei porri che portava suo padre dall'orto e un altro, che per lui era il massimo della fragranza, quello dell'erba appena tagliata. Gi ad Albolote, e poi, con maggiore intensit, nel modulo 3 di Puerto I, gli era venuto di scrivere poesie. Gli fornivano una gradevole sensazione d'intimit. Non si azzardava a mostrarle a nessuno perch sapeva che non valevano granch e per pudore. Scrivendole si ricordava di Gorka, della sua passione per la solitudine e per i libri. Cosa stava facendo il fratello in quei momenti?
Eppure, nonostante tutto, l'antidoto pi efficace che Joxe Mari aveva contro il veleno della nostalgia, dei rimorsi e della sensazione di sconfitta era l'odio. In carcere gli era nata una rabbia profonda e lenta. Siccome non poteva sfogarla, la manteneva a fuoco costante nel petto. Nemmeno nei giorni in cui aveva impugnato le armi era arrivato a provare qualcosa di paragonabile. A quei tempi aveva altre motivazioni. Non so, la coscienza del dovere. Bisogna giustiziare un tizio? Be', gli si sparano due colpi, chiunque sia. Questo di adesso era odio duro e puro, conseguenza delle botte ricevute, della sensazione di umiliazione, della certezza che ci che stavano facendo a lui lo facevano al suo popolo. L'odio serviva a Joxe Mari come bibita rinfrescante nei giorni estivi, come riscaldamento nelle notti d'inverno. Lo rendeva insensibile a qualunque accenno di sentimentalismo. Se avesse potuto uccidere con lo sguardo, non ci avrebbe pensato su: avrebbe provocato una strage dopo l'altra in ciascuno dei centri di detenzione dove era stato recluso.
Per a quel punto comparve Aintzane, la ragazza di Ondrroa, due anni pi giovane di Joxe Mari. I suoi genitori gestivano un ristorante in cui lavorava anche lei. Prima di conoscerla, Joxe Mari aveva gi ricevuto lettere da altre ragazze basche. Il fatto era che nei bar di orientamento abertzale, nelle herriko tabernas e in altri posti venivano di solito esposti manifesti con le foto di militanti dell'ETA incarcerati. E in genere accanto alle foto c'erano il nome del detenuto e il penitenziario dov'era rinchiuso. Joxe Mari e i suoi compagni ricevevano con una certa frequenza lettere di ragazze che li consideravano autentici eroi. Lettere traboccanti di ammirazione e simpatia, di voglia di infondere coraggio e di far sentire meno soli i gudaris detenuti. Lettere che, con il tempo, potevano anche prendere una piega di aspettative amorose.
Joxe Mari e Aintzane si erano scambiati lettere per un anno abbondante prima di incontrarsi. All'inizio si scrivevano in euskera. Avevano adottato il castigliano scoprendo che cos si accelerava il controllo della corrispondenza e le lettere venivano consegnate a Joxe Mari con maggiore velocit. Un giorno lei gli fece visita nel parlatorio di Puerto I. Era, non grassa, ma grande e robusta, bella, dalla risata facile, simpatia naturale e molto intraprendente. Era stata una sua idea organizzare un incontro intimo non appena Joxe Mari, superando la propria stordita e corpulenta timidezza, le confess in parlatorio che lui in realt non, che fino a quel momento mai, anche se aveva avuto una fidanzata al suo paese, per era una tipa rigida. 
"Non si lasciava baciare per strada."
E per un istante la sala parlatorio si riemp della risata fragorosa di Aintzane.
Joxe Mari si lasci guidare. Ricevette tenerezza, carezze, parole amorose sussurrate all'orecchio, e gli piacque. Era questo il problema. La notte, incapace di conciliare il sonno, cap di colpo, e fu come se gli fosse crollato addosso il soffitto della cella, che si stava perdendo il meglio della vita. Non che non ci avesse pensato prima. Ma adesso aveva avuto per la prima volta la sensazione fisica di avere gettato a mare la sua giovinezza.
Giorni dopo, durante una partita di calcio tra la Real e l'Athletic trasmessa in televisione, si concentr, non sul pallone, non sulle fasi di gioco, ma sulla gente che riempiva le gradinate dello stadio di Anoeta, baschi come lui con ikurrinas, con striscioni, alcuni con la richiesta di trasferire i detenuti in carceri di Euskal Herria, e li vedeva saltare e cantare e festeggiare. E vide anche delle immagini del telegiornale che accompagnavano la notizia delle alte temperature nel nord della penisola, e c'era la spiaggia della Concha piena di gente in costume da bagno, baschi rilassati, baschi forse felici, che passeggiavano lungo la riva, nuotavano e prendevano il sole, coppie di innamorati stesi sugli asciugamani, ragazzi in canoa, bambini che scavavano nella sabbia con una paletta di plastica. E all'improvviso sent un sapore amaro in bocca, e anche oltre la bocca, nel centro stesso delle sue convinzioni e dei suoi pensieri.
Aintzane e lui ebbero un altro incontro intimo con la sua raffica di piacere un po' precipitoso. Non  che il posto, in verit, con quel letto in cui va' a sapere quante coppie erano state insieme, invitasse alle effusioni romantiche. Di nuovo Joxe Mari, rimasto solo, not che qualcosa dentro di lui lottava per farlo crollare, che l'albero cominciava a piegarsi e tutta la barca ad andare a picco. Tempo dopo, Aintzane smise di scrivergli. Be', immagino che abbia trovato un altro. Sono cose che succedono. Per in carcere fanno pi male.

*****

121
Conversazioni in parlatorio

All'inizio, molto all'inizio, Miren andava a trovare Joxe Mari due e anche tre volte al mese. Usciva di casa risoluta, eroica, combattente. E alla vista dell'edificio della prigione, le veniva una stizza da sopracciglia minacciose, da denti stretti. Protestava per la mancanza d'igiene nei parlatori; metteva in dubbio che fossero passati i quaranta minuti della visita; affrontava, dando loro del tu, gli agenti di turno, accusandoli della dispersione dei "detenuti baschi" come se fosse una cosa di cui poter dare loro la colpa perch indossavano la divisa. E perch costringevano i famigliari a fare un viaggio cos lungo? E cosa importa se suo figlio  in questa prigione o vicino a casa se poi, alla fin fine,  chiuso tra pareti che sono uguali dappertutto? Signora, se desidera fare un reclamo si rivolga a. Si scontravano linguaggi, accenti, volont, e un giorno, a Picassent, dopo un viaggio difficoltoso con bucatura di ruota e quasi ci ammazziamo, le vietarono l'accesso al parlatorio. Cos, senza motivo. O, almeno, questo disse lei a tutti in paese. Da allora, si calm. Si calm? Neanche per sogno. Quello che faceva era sfogarsi sull'autobus, sia all'andata sia al ritorno. Col tempo, divent parsimoniosa in fatto di incazzature. Col tempo, impar a mandare gi l'indignazione, a rassegnarsi.
Gi prima che fosse trascorso il primo anno di reclusione di Joxe Mari, Miren prese l'abitudine di vederlo una volta al mese. E a questo ritmo ha proseguito fino a oggi, con rare eccezioni, come quando Arantxa ha avuto l'ictus. Miren ha accudito la figlia per tre mesi di seguito e in quel periodo non  potuta andare da Joxe Mari. E Joxian? La accompagna, al massimo, due volte l'anno. All'inizio di pi, per litigavano.
Joxe Mari e Miren dialogavano sempre in euskera, pi o meno enigmatici a seconda degli argomenti, con abbondanza di sottintesi, casomai registrino.
"Ci ha lasciati Josetxo. Luned, i funerali. Lo sai, per quello che  successo.  stato un cancro rapido."
"E la macelleria?"
"Ci sta Juani, cos'altro si pu fare? Ci va un sacco di gente a comprare. Diamo una mano per quello che si pu."
A Joxe Mari non sfuggivano gli sforzi della madre per sollevargli il morale. E il suo orgoglio quando, dandogli notizie del paese, citava i nomi delle persone che avevano chiesto di lui e gli mandavano i saluti.
Una volta che era andato a trovarlo per le feste gli raccont che:
"Quello della taberna mi aveva chiesto una foto tua. Ora so perch. Sei sulla facciata del Municipio, tu e gli altri. Grandi cos. E sotto, i nomi. In mezzo, uno striscione a favore dell'amnistia. Tutte le mattine ci vado e ti saluto. Quando esco dalla messa, la prima cosa che vedo, l, grande,  la tua faccia. Mi fermano in continuazione per strada. Che devo darti un abbraccio.  che se hai bisogno di qualcosa, sono qua. Le negozianti non vogliono farmi pagare. Che s, che per favore, dico io. Alla fine, a furia di insistere, accettano i soldi perch capiscono che non mi piace approfittare. Ma se chiedo due chili di patate, magari me ne danno quattro per gli stessi soldi. E qualcuna mi mette una lattuga nella borsa anche se l'aita porta a casa le sue dall'orto. La pescivendola, lo stesso. L'altro giorno mi ha regalato un pagello. Ehi, non fare cos, le dico. Non mi d retta. C' stato un concentramento davanti al Municipio. Tutti i ragazzi che gridavano i vostri nomi. Mi  venuta la pelle d'oca. E anche le bande musicali si fermano sotto casa e ciascuna ci dedica un pezzo. Io chiedo a sant'Ignazio di proteggerti. Lo prego molto. Proteggimelo, gli dico. Finisce la messa e rimango un po' da sola in chiesa a parlare con lui. Poco tempo fa mi ha avvicinato don Serapio. Dice che anche lui prega per te e mi ha dato la benedizione a nome tuo".
"Mi ha scritto chi sai tu. La sinistra abertzale in Municipio sta chiedendo di intitolare una strada a Jokin e a me."
"Ah, non lo sapevo."
"Sarebbe il massimo, ma la vedo dura. Dicono che  apologia."
"Bah, che cazzo ne sanno, quelli."
Anni e rughe. Anni e capelli bianchi e calvizie. Miren, un giorno:
"Senti, mangi bene?"
"Quello che mi danno."
"Perch stavolta ti vedo un po' magro. Sai di Patxo, quello che stava con te?"
"L'ultima cosa che ho sentito  che stava a Caceres II."
"Un traditore."
"Perch?"
"Ha firmato una lettera con degli altri."
"Ah, quella. E c' anche lui?"
"Si calano le braghe. Cos gli danno il reinserimento. L'altro giorno Juani mi ha chiesto se anche tu. Sei pazza? Il mio Joxe Mari? Ho fatto una faccia che non credo che me lo chieder pi."
Un altro giorno Miren arriv, lo vide incazzato. Cosa gli succedeva?
"Arantxa mi ha raccontato al telefono la storia di Gorka."
"Ma se non sappiamo niente di lui. Non lo sai che parliamo poco?"
"E frocio."
"Come fai a dirlo?"
Le raccont. Gorka viveva con un uomo nel peggiore dei peccati.
"Per la prima volta in vita mia sono contento di essere in carcere. Se fossi fuori, non so cosa farei."
"Quando lo sapr l'aita, sai che dispiacere. Ragazzo, ci va tutto storto. Che sfortuna."
"E la gente del paese, che dir? Cristo santo, piuttosto che sentirli meglio essere qui."
Joxe Mari inveiva, i pugni chiusi, le parole smozzicate, contro il fratello che:
"Fin da piccolo  stato strano di brutto. Adesso fa di te la madre del frocio, di me il fratello del frocio, e trascina nel fango il nostro cognome. Sto ancora aspettando che venga a trovarmi una cazzo di volta".
Malattie passeggere, qualche problema famigliare, qualche motivo imprevisto, avevano impedito a Miren di andare a trovare il figlio in carcere. Poche volte. In quei casi, cosa faceva? Be', recuperava in un altro giorno il viaggio saltato e ci andava due fine settimana dello stesso mese. Anche a costo di trascinarsi, non avrebbe rinunciato ad andare a trovare il figlio. E se me lo portano alle Canarie, come degli agenti stronzi hanno minacciato pi di una volta di fare, prendo e imparo a nuotare, mica mi spavento.
Una volta, un'unica volta in tanti anni la mai triste, la sempre forte e combattiva perse in parlatorio il ferreo autocontrollo. Dagli occhi le spuntarono le lacrime, la voce le si spezz. E Joxe Mari, vedendola, prov una specie di terrore/commozione e non seppe cosa dire e non dimenticher mai quella visita che fece crollare definitivamente in lui ci che aveva iniziato a inclinarsi anni prima, quando quella ragazza di Ondrroa gli aveva fatto conoscere l'amore fisico.
Fu all'epoca dell'ictus di Arantxa. Miren, seria, dura, aveva dato dolorose notizie telefoniche a Joxe Mari, ed era stata tre mesi senza venire a trovarlo, anche se di tanto in tanto lo chiamava e gli versava regolarmente dei soldi all'economato per le spese.
"Per il momento  l, in un ospedale della Catalogna. La gente del paese si  fatta in quattro. Tutto quello che ti posso dire  poco. Alla Arrano e in tutti i bar e nei negozi hanno messo un salvadanaio per lei. Da questo punto di vista, non c' da preoccuparsi."
"I medici, che dicono?"
"Cercano di darci speranze; ma io leggo nei loro occhi la verit. Morire, non credono che morir, ma non parler pi, non camminer pi n niente. Basta dirti che mangia da una sonda che le hanno messo qui, nella pancia."
Fu a quel punto che un accesso di pianto la lasci senza voce. Si copriva la faccia con le mani. E dall'altra parte del parlatorio, Joxe Mari appoggi le sue sul vetro senza sapere cosa dire se non ama, ama, lui cos corpulento, cos sopraffatto dalla situazione e allo stesso tempo cos bambino indifeso dentro la sua robusta costituzione, anche se non era pi nemmeno lontanamente quello che era stato. Trascorso qualche minuto, Miren ritrov la calma, mise in campo altri argomenti, rimase serena fino al momento dei saluti.
Passarono gli anni, si succedettero le visite. Miren:
"Gli ho dato i tuoi auguri. Era molto contento.  molto elegante. In grigio, con la cravatta. Magari la prossima volta ti porto le foto. Li abbiamo aspettati fuori dal Municipio. Sono usciti dopo un po' lui e suo marito. Ramuntxo, si chiama. Io mi sono gi abituata a chiamarlo suo marito. Senti,  proprio in gamba. Ha una figlia.  una storia tristissima. Te la racconto un altro giorno. Sulle scale, li aspettavano un mucchio di amici e gi a lanciargli il riso. Ci hanno visto dall'altra parte della strada e sono venuti subito, che io non ero sicura di come avrebbe reagito Gorka vedendoci. Invitarci, non ci aveva invitati. Per, che diavolo, siamo andati. L'aita che ha cominciato a rompere da quando siamo usciti dal paese. Credeva che avrei sgridato Gorka. E io: dai, stai zitto. Ci ha portato a Bilbao con il suo furgone il marito di Celeste. Poverino,  rimasto ad aspettarci per strada fino a mezzanotte. Se non era per lui non riuscivamo a mettere Arantxa sul sedile. Perch dovresti vedere com' diventato imbranato l'aita. E te l'ho detto, tutto molto bene. La cena, perch siamo rimasti a cena, ci mancherebbe, di prima categoria e io vicino a Gorka con le mie scarpe nuove e bene, molto bene. Cosa vuoi che ti dica. Ci  venuto fuori come ci  venuto? Juani dice che ci sono cose peggiori. Di questa storia ho parlato molto con sant'Ignazio e lui mi d ragione".
"Credi che mio fratello  felice?"
"Io direi di s."
"Allora basta. Non pensiamoci pi."

*****

122

La tua prigione, la mia prigione

Da solo nella sua cella, Joxe Mari, quarantatr anni, diciassette dei quali in prigione, abbandon l'ETA. Un giorno come tanti, prima di andare a letto, lanci un'occhiata a una foto che gli aveva mandato sua sorella e disse fra s: Punto. Cos, semplicemente. Nessuno lo seppe perch non comunic a nessuno la sua decisione. N ai compagni n alla famiglia. A nessuno. E tutto questo sei mesi prima che l'organizzazione annunciasse la cessazione definitiva della lotta armata.
Usc dall'ETA, dorm bene. Da qualche tempo a quella parte era gi ammaccato nelle sue convinzioni. Tutto influisce: la solitudine carceraria; i dubbi, che sono come le zanzare estive che non la smettono di ronzarti intorno; certi attentati che, per quanto ti impegni, non entrano nello spazio sempre pi angusto delle giustificazioni abituali; i compagni che in un primo momento aveva considerato disertori e che adesso comprende e, in segreto, ammira.
 finita. D'ora in avanti, senza di me. E non si scompose nemmeno mesi pi tardi, quando vide alla televisione quei tre incappucciati proclamare che l'ETA aveva deciso di mettere fine alla lotta armata. Non  che non gli importasse.  che la consider una faccenda che non lo riguardava.
Un compagno che sembrava confuso, sconcertato, gli chiese cosa ne pensasse.
"Non penso niente. Perch devo pensarne qualcosa?"
"Cazzo, quanto sei cambiato."
In altri tempi avrebbe cercato il dibattito, lanciato una filippica. Adesso parlava il necessario; qualche giorno, neanche quello. Era diventato solitario, ansioso. Sembrava tranquillo, la sua era la tranquillit dell'albero caduto. La sua deliberata solitudine, quella di un uomo sempre pi stanco. E altrettanto diffidente. I suoi rimuginii, quelli di una coscienza in cui a poco a poco avevano smesso di risuonare slogan, argomenti, tutti quei rottami verbali/sentimentali con i quali per lunghi anni aveva oscurato la propria verit intima. E qual era questa verit? Quale dev'essere? Che aveva fatto del male e aveva ucciso. Per cosa? E la risposta lo riempiva di amarezza: per niente. Dopo tanto sangue, n socialismo, n indipendenza, n un cazzo fritto. Era saldamente convinto di essere stato vittima di una truffa.
Immagino che l'ama, cos devota a Ignazio di Loyola, sapr che anche il santo, in giovent, era stato un uomo d'armi. Aveva ucciso? Joxe Mari cerc quel dettaglio in un'enciclopedia nella biblioteca del carcere. Non lo trov, ma lo dava per certo. Ha ucciso ed  santo. Ha ucciso e adesso sar in cielo.
Il cambiamento, nel suo caso, non  stato determinato da ferite di guerra n dalla lettura di libri devoti. Pensa che ci sono state molteplici cause. E cause di cause che hanno condotto a nuove cause e alla situazione attuale, quella di un uomo senza altro panorama che quello delle pareti della sua cella, oppresso dal peso di ci che ha fatto in nome di princpi che altri avevano ideato e che lui, obbediente, ingenuo, aveva assimilato.
Anno dopo anno si aggrappava a speranze (le prossime elezioni, il patto di Lizarra, i negoziati con il governo dello Stato, l'internazionalizzazione del conflitto) che alla fine non si realizzavano mai. Mai. Qui l'unica cosa che si realizza  che finisce un anno e ne comincia un altro. E all'improvviso gli arriv quella fotografia, la prima che vedeva di sua sorella sulla sedia a rotelle: il colpo d'ascia definitivo che abbatt il suo albero. O l'albero maestro della nave,  lo stesso.
Arantxa gliel'aveva mandata per posta ordinaria. Nella lettera allegata, scritta come al solito con la grafia della badante ecuadoriana, Joxe Mari lesse: "Chiedo all'ama di portarti una foto mia. Non c' verso. Dice di aspettare, perch ultimamente ti vede gi di morale. Ma il fatto  che io voglio che tu mi veda come sono adesso. A che serve questa storia di nascondersi? Se  per quello, anch'io ti ho visto in una foto senza capelli e con un bel doppio mento, che assomigli sempre pi all'aita, con la faccia da scemi che avete voi uomini della nostra famiglia".
La sua povera sorella. Non aveva smesso di volerle bene neanche quando aveva sposato quello spagnolaccio di Renteria che aveva finito per piantarla in asso. E gli venne un brivido di stupore appena tir fuori la foto dalla busta. Cazzo, cazzo, cazzo. Adesso se ne rendeva conto: non era stato capace di dare un'immagine a ci che gi sapeva. Sua sorella. La dolorosa, schiacciante realt della sua disabilit e la sedia a rotelle.
Al momento di scattare la foto, Arantxa aveva guardato direttamente in macchina. Ora guardava Joxe Mari dal quadrato di carta. Allungati dal sorriso, i suoi occhi sembravano pi piccoli di come lui li ricordava. La bocca, non ce l'ha un po' storta? E quel modo di sorridere, esagerato, a me non m'imbrogliano,  quello tipico di chi non  in grado di governare i muscoli del viso. Le si notavano gli anni, dalle rughe e dai tanti capelli bianchi. Glieli hanno tagliati, che tristezza. I capelli corti la imbruttivano. In grembo, l'iPad. Una mano inutile, serrata, con un braccialetto tipo giocattolo.  uno dei piedi avvolto in una specie di calzino ortopedico o di cavigliera, non si vedeva bene.
Nella stessa lettera, Arantxa gli scriveva: "Tu hai la tua prigione, io ho la mia. La mia  il mio corpo. Mi  toccato l'ergastolo. Un giorno tu uscirai dalla tua prigione. Non sappiamo quando, ma uscirai. Io non uscir mai dalla mia. C' un'altra differenza fra te e me. Tu sei l per quello che hai fatto. Io invece cosa ho fatto per meritarmi la mia condanna?" Quest'ultima frase, in realt l'intero passaggio, ebbe un forte impatto su Joxe Mari. Quel giorno rinunci a uscire in cortile. Evit le conversazioni. A stento tocc cibo. Non and in biblioteca, il suo rifugio preferito degli ultimi tempi. Poco prima di andare a letto, guard di nuovo la foto e decise di abbandonare l'ETA senza dirlo a nessuno, n ai compagni n all'organizzazione.
E nemmeno alla madre.
La quale, a proposito, durante la visita successiva, siccome gi sapeva che Arantxa gli aveva mandato una foto, gliene mostr altre. Arantxa nella piazza del paese, Arantxa con Celeste, con l'aita all'ingresso dell'orto, con Gorka e il marito il giorno delle nozze, nella cucina di casa, in piedi mentre faceva qualche passetto tremante durante una seduta di fisioterapia. Foto che Joxe Mari comment interessato e sereno, facendo perfino battute; che non gli suscitarono la forte impressione della prima.
Sua sorella continu a scrivergli. Lo faceva in maniera irregolare. Magari gli mandava due lettere in una settimana e poi faceva passare un mese senza scrivergli. Fin l'anno. A gennaio, Arantxa gli mand un'altra foto. Sul retro si poteva leggere: "Qui sono con la mia migliore amica". Dietro la sedia a rotelle c'era Bittori, non allegra quanto Arantxa, ma comunque contenta. Joxe Mari fatic a riconoscere la moglie del Txato in quella signora magra, dall'aria visibilmente sciupata. Com' anziana.  invecchiata peggio dell'ama. Al riguardo, c'era una spiegazione nella lettera allegata: " molto malata". Due righe pi sotto: "A me racconta tutto. Ci vediamo quasi ogni giorno. Siamo molto amiche. Sa che non le resta molto. Si rifiuta di farsi curare. A che scopo se ha perso ogni speranza? Mi dice che resiste viva a stento perch aspetta un gesto umano da parte tua. Non desidera altro. Te lo chiede la tua goffa e disastrosa sorella. Non mi deludere. Detto in altro modo: chiedile perdono. Cosa ti costa? Per me sarebbe un dispiacere se non lo facessi".
Le donne, come sanno rigirarci. Steso sulla branda, la mente sgombra, Joxe Mari guardava il quadrato di cielo azzurro dalla finestra. Rimase a lungo immobile, in atteggiamento apatico, le mani unite dietro la nuca. Finalmente gli arrivarono dei pensieri. O meglio, delle immagini. Il tempo, di colpo, scorreva all'indietro a gran velocit. Il tempo era un film che mostrava la sua vita al contrario. Rapidamente usc dal carcere ed entr in un altro carcere e poi in un altro, fu maltrattato, poi arrestato, torn alla lotta armata, al pomeriggio di pioggia in cui il Txato lo aveva guardato negli occhi, al pub dove per la prima volta aveva sparato a un uomo, alla Francia, al paese, e arrivato ai suoi diciannove anni le veloci immagini mentali si bloccarono di colpo. Allora immagin un destino differente che culminava nel grande sogno della sua vita, essere ingaggiato dalla squadra di pallamano del FC Barcelona.
Constat: chiedere perdono richiede pi coraggio che sparare, che azionare una bomba. Quelle sono cose che possono fare tutti. Basta essere giovane, ingenuo e avere il sangue caldo. E non era soltanto che ci volevano due palle cos per riparare sinceramente, anche se soltanto a parole, alle atrocit commesse. Quello che bloccava Joxe Mari era un'altra cosa. Quale? Che ne so. Dai, cacasotto, confessatelo. Be', cazzo, che la vecchia faccia vedere la lettera a un giornalista, che si monti il tipico circo del terrorista pentito, che in paese comincino a parlare male di lui e tolgano la sua foto dalla Arrano Taberna. All'ama sarebbe venuto un coccolone.

*****

123

Chiudere il cerchio

Pomeriggio di nubi. Bittori si affacci al balcone per dare un occhio al maltempo che veniva dal mare. Tutto chiuso da un'estremit all'altra dell'orizzonte. Pioveva forte e tu non sali da sola a Polloe, ti ci porto io con la mia macchina. La mattina, a tratti, era spuntato il sole. Bittori aveva chiacchierato come al solito con Arantxa in un angolo della piazza. Poco prima di mezzogiorno era salita sull'autobus e, senza darle il tempo di arrivare a casa, il cielo aveva iniziato a rovesciare gi acqua da non crederci. Da allora non aveva smesso di piovere.
Xabier, al telefono:
"Come ti viene in mente di andare al cimitero con questa pioggia?"
"Ho delle cose molto importanti da raccontare al Txato." "Ama, per favore, smettila con questi giochetti."
Pass, spalle dell'impermeabile bagnate, a prenderla alle quattro. Bittori era gi pronta. Prese l'ombrello e infil la lettera in borsa. Negli occhi di questa donna si accende di continuo un lampo di felicit. E se non di felicit, di allegria. Xabier ne conosce il motivo.  che ieri, sul tardi, si sono incontrati tutti e tre. Nerea ha chiesto allarmata il perch di tanta urgenza. E la madre ha raccontato, ha mostrato e ha letto la lettera con euforia mal dissimulata, mentre il volto dei figli si andava turbando per la pena.
" questo che desideravi tanto?"
"Esattamente questo, figlia mia."
"E adesso ce l'hai. Congratulazioni."
Ora bisogna informare il Txato. Sul pianerottolo, Xabier si rese conto che la madre stava uscendo in pantofole.
"Meno male che te ne sei accorto."
Di tanto in tanto, lungo il percorso, Xabier distoglieva per un istante lo sguardo dal traffico e girava la testa verso Bittori. Davvero ammirevole, visto quanto  malata. E i tergicristalli, tric trac, svolgevano senza tregua la loro funzione.
"Vedo questa pioggia e non puoi immaginare quello che penso."
"Che pioveva allo stesso modo il giorno in cui hanno assassinato l'aita."
"Come hai fatto a indovinare?"
"Da allora ha piovuto molte volte con la stessa intensit."
Lasci la madre pi vicino possibile all'ingresso del cimitero. Pomeriggio di diluvio. E Bittori scese lenta, goffa, chiss se impedita da un inconfessato dolore al ventre. Non voleva che l'accompagnasse? No. Doveva aspettarla l? Va bene, come preferiva, ma meno di mezz'ora non ci avrebbe messo. E fra le parole del figlio e le parole della madre risuonava un mormorio di gocce innumerevoli che s'infrangevano con sussurrata violenza al suolo e con una nota di vivace crepitio sull'ombrello di Bittori. Meno male che non c'era vento, presto si dir di voi ci che si suole dire di noi: sono morti! Macabro e superficiale. E come resiste la gente prima di restituire al pianeta gli atomi presi in prestito. In realt, la cosa strana ed eccezionale  essere vivi. Xabier aspett che la madre, in nero rituale, fosse entrata nel cimitero, per cercare parcheggio nei dintorni.
Bittori aveva in borsa il quadrato di plastica e il foulard, ma a che scopo? Come faccio a sedermi sulla lastra piena d'acqua?
"Txato, Txatito, mi senti? Piove come il pomeriggio che ti hanno ucciso. Ho delle novit per te."
E gli raccont, in piedi davanti alla tomba, riparata sotto l'ombrello, che senza Arantxa, senza la sua mediazione generosa, non sarebbe riuscita a chiudere il cerchio. Era stata lei ad ammorbidire il terrorista, a convincerlo a fare il passo che aveva fatto. E come mai? Be', perch gli vuole bene.  suo fratello, lo capisco. Non giustifica le sue azioni. Al contrario, le giudica severamente, senza smancerie. Per  suo fratello. Sta cercando in tutti i modi di liberarlo da s stesso, di strapparlo al suo passato atroce. E quando ha saputo dei rimorsi del prigioniero nel suo lontano carcere, mi ha scritto sull'iPad: "Qualcosa sta cambiando dentro di lui. Pensa molto. Buon segno".
Per era spaventato.
"Scommettiamo che non immagini cosa gli  venuto in mente?"
Mandarle un oggetto simbolico invece di una richiesta esplicita di perdono. Deve sentirsi molto solo, quel ragazzo; be', ormai un uomo fatto e finito, che prima non pensava niente e adesso, a quanto pare, pensa troppo. Arantxa aveva anticipato al fratello che l'idea non sarebbe piaciuta a Bittori.
"E certo che non mi  piaciuta. Questo  successo due settimane fa. E scusami se non sono potuta venire a trovarti. Ma tra il fatto che c'era una novit dopo l'altra e che ho passato qualche giorno con i dolori, non ho trovato il modo di salire al cimitero."
Joxe Mari voleva, che trovata, spedirle un oggetto. Quale? Non ne aveva idea. Qualcosa che potesse entrare in una busta. Una foto, un disegno. E lui l'avrebbe mandato per posta a Bittori e questo avrebbe significato che le chiedeva perdono.
"Ho detto ad Arantxa di non contare su di me, che non sono in vena di giochetti. E lei mi ha scritto sull'iPad che al posto mio nemmeno lei avrebbe accettato. La questione  che quell'orco ha paura che, se mi manda una lettera di scuse, io vada di corsa a farla vedere alla stampa. A me non era neanche passato per la testa di parlare con i giornalisti.  l'ultima cosa che voglio, uscire sui giornali, vedermi la casa invasa da gente che mi fa foto e domande."
Cos aveva risposto di no. Arantxa, poco dopo: se poteva dare a Joxe Mari garanzie di massima discrezione. Gliele aveva date, offesa che qualcuno potesse mettere in dubbio la sua onest. E ieri mattina le era arrivata la lettera.
"Te la leggo?"
Lesse (la sapeva quasi a memoria):
Kaitxo, Bittori.
Seguendo il consiglio di mia sorella, ti scrivo. Io sono di poche parole, perci vado al sodo. Chiedo perdono a te e ai tuoi figli. Mi dispiace molto. Se potrei fare marcia indietro nel tempo, lo farei. Non posso. Mi spiace. Spero che mi perdonerai. Io sto scontando la mia punizione.
Ti auguro ogni bene,
Joxe Mari
La pioggia cadeva sulle tombe e sul sentiero asfaltato e sugli alberi scuri che fiancheggiano il sentiero. Lapidi funebri, bagnate, e un fresco odore di silenzio. Aleggiavano sulla citt e pi oltre, sui monti e sul mare lontano, le nuvole dense. E non si scorgeva una figura umana in tutto il cimitero.
"Bene, no? Io avevo molto bisogno di queste parole. Cose mie, Txato. Presto sar con te. Adesso so che verr in pace. Nel frattempo, scaldami la tomba come in altri tempi mi scaldavi il letto. Ti lascio, Xabier mi sta aspettando. I figli gi sanno che, non appena si pu, devono portarci in paese. Perci, su questo, puoi stare tranquillo. Speriamo che il giorno in cui sar sepolta non piova come oggi. Povero chi ci verr. Si infradicer. E anche i fiori."
Xabier scese dall'auto per indicare alla madre, agitando la mano, dove si trovava, una trentina di metri pi in gi. Continuava a piovere. Voleva andare da qualche parte? No, a casa.
"Saluti dall'aita."
"Te la passi bene a parlare da sola, non  vero?"
"Lo trovo confortante. E comunque, accanto a me non c' gente che mi ascolta. Ora, se per caso pensi che sono fuori di testa, pu darsi che ti sbagli."
"Non ho detto questo."
"Prima che mi dimentichi, il Txato chiede quando ti sposi. Dice che ormai  ora."
In macchina cal il silenzio. Fermi a un semaforo rosso, la strada grigio-nebbiosa, Xabier si volt a guardare la madre.
"Be', s, in effetti credo che tu sia fuori di testa."
Il semaforo divenne verde e Bittori scoppi a ridere.

*****

124

Bagnata

Pomeriggio di nubi. A casa di Miren, scene quotidiane dopo il pranzo. Lei, spugnetta e schiuma, aveva finito di lavare i piatti nell'acquaio; appese il grembiule al chiodo, dietro la porta, e si affacci alla finestra della cucina per vedere se aveva smesso di piovere. Veniva gi forte e, in soggiorno, disse alla figlia che oggi non potrai uscire.
"La cosa migliore sarebbe telefonare a Celeste per dirle di non venire inutilmente."
Joxian, assonnato, muto, rimase in cucina ad asciugare le stoviglie con uno strofinaccio. E Arantxa, disinteressandosi delle parole della madre, pigiava lettere sulla tastiera dell'iPad.
"Che stai scrivendo?"
Le mostr quello che aveva scritto: "C' una cosa che devi sapere, anche se ti dispiacer". Miren, diffidente:
"Se ha a che fare con quella l, non dirmi niente. Caspita, ci manca solo che un giorno la porti qui".
Il dito furioso adesso scriveva pi in fretta. "In questa casa sei l'unica a non saperlo."
"Sapere cosa? Di che stai parlando? Vuoi smetterla con questo teatrino?"
"Joxe Mari le ha chiesto perdono."
"Ehi, Joxian, tu lo sapevi?"
Dalla cucina:
"Cosa?"
"Non fare il finto tonto. Di Joxe Mari."
"Certo. Me l'ha detto Arantxa prima di pranzo."
"E perch cazzo non mi hai detto niente?"
"Che importa? Non te lo sta dicendo adesso?"
Miren, Miren, questo s che non te l'aspettavi. Parlava, bestemmiava?, fra i denti. Non poteva essere, non ci credeva. Questi imbecilli avranno capito male.
"L'ho visto dieci giorni fa. Non mi ha detto niente."
Batterono, tristanzuole, grigie, le tre del pomeriggio al campanile della chiesa. Tip tip tip, picchiettava il dito nervoso di Arantxa sull'iPad appoggiato in grembo. "Non ha il coraggio di dirtelo. Ha paura di te."
Stanca di allungare il collo in attesa di nuove rivelazioni, Miren avvicin una sedia alla sedia a rotelle. Seduta, seria: le raccontasse tutto. Non c'era astio nelle sue parole, e nemmeno rabbia. Quello s, le irrigidiva l'espressione una smorfia offesa. Le frasi si succedevano sullo schermo, per Miren ciascuna pi tagliente di quella prima.
"Le chiede perdono in una lettera. Bittori me l'ha letta stamattina."
"E se se l' scritta da sola? Lo sanno tutti che  pazza."
"Conosco la calligrafia di Joxe Mari. Mio fratello non  l'unico di questa famiglia che le ha chiesto perdono."
"Chi altro?"
"Chiedi in cucina."
"Ehi, Joxian, vieni subito qui. Cos magari mi spieghi quello che avete fatto alle mie spalle."
Joxian arriv in soggiorno asciugandosi le mani sul pullover. Senza scomporsi, si confid apertamente, in maniera breve e chiara, e and a fare la siesta. Miren, alla figlia:
"C' altro?"
"Questo  tutto."
Pi tardi, l'uno a letto, l'altra impossibilitata a parlare, attenta alle notizie alla televisione, Miren non dovette fornire spiegazioni a nessuno. N dove vai n ciao n niente. Per non entrare in camera da letto dove va' a sapere se Joxian si sveglia, usc con quello che aveva addosso. La porta di casa emise un ciac cauto, addolorato; neanche una traccia della classica porta sbattuta con rabbia.
Dove va? Pioveva a catinelle. Come il pomeriggio in cui avevano ucciso quello l. Perch se l'avevano ammazzato, per qualcosa doveva essere.  che io sappia, mio figlio non  stato.
Perci chiss perch deve chiedere perdono. Attraversata la strada, schiocc la lingua in segno di fastidio. Avrebbe dovuto prendere un ombrello, ma ormai non torno indietro. Si sentiva tradita, vittima di un intrigo di famiglia e, naturalmente, convinta che la pioggia stesse cadendo soltanto su di lei.
La macelleria, chiusa. Normale: non erano ancora le quattro. Vide luce all'interno ed entr, non era la prima volta, dal portone. Lei mi capir. Chi altri, senn? La penombra silenziosa sapeva di grasso, di carne, di salumi. E i vicini, meglio che si abituino. Premette il campanello, che suon esagerato, cacofonico. La cosa pi sicura: si sarebbe aperta la porta e sarebbe comparsa Juani con le orecchie pronte ad accogliere il fiotto verbale dell'amica, che aveva bisogno di sfogarsi a ogni costo.
Invece no. La porta rimase chiusa.
"Chi ?"
"Io."
"Chi?"
"Io. Miren."
Che aspettasse un momento. Che strano. Se sei l, cosa aspetti ad aprire? Non appena le vide i capelli sciolti, Miren intu: non  sola. Rimase poco. Salut lui, che nonostante gli anni ha ancora una bella presenza. Cos questi due stanno insieme? E per dissimulare compr due fette di questo e cento grammi di quello.
"Scusa se sono venuta a quest'ora, ma ho un po' da fare. Ti pago domani."
"Non preoccuparti."
E torn in strada e torn al pomeriggio uggioso e alle pozzanghere. Prima di entrare in chiesa, gett in un cestino il sacchetto di plastica con gli affettati. Fradicia da capo a piedi, si sedette al suo solito banco. Ardevano candele votive ai piedi dell'altare. Quante ne avr accese nel corso della vita per chiedere favori a Dio, pensando al bene della casa, cercando protezione divina per i suoi figli.
La chiesa era deserta e Miren bagnata. Appena arriva il prete, me ne vado. Non aveva voglia di parlare con nessuno. Soltanto con la statua del santo di Loyola, l in alto sulla mensola. Bene, Ignazio, bene. Mi hai giocato un bel tiro. Alla fine, sar io la cattiva.
Gli rivolse amari rimproveri. A voce alta, sussurrati? No, come sempre, mentali. Mise in dubbio l'attitudine del santo a essere il nostro grande patrono. Sei sulla strada sbagliata. Vediamo, perch dobbiamo chiedere perdono? E i delitti dei GAL, allora? Qualcuno ha chiesto perdono per quelli, e per le torture nelle caserme e nei commissariati, e per la dispersione, e per quanto hanno oppresso il popolo basco? E se quello che abbiamo fatto era cos brutto, perch non l'hai fermato in tempo? Ci lasci fare e poi si scopre che il sacrificio era inutile, che migliaia di noi baschi che amiamo la nostra terra ci siamo sbagliati come idioti. Dai, Ignazio, su. Rimetti in piedi mia figlia, tira fuori mio figlio dal carcere oppure non ti rivolgo mai pi la parola. Accidenti, non lo vedi che anch'io soffro?
Si alz. Sul banco dove era rimasta seduta per dieci, quindici minuti, si disegnava una macchia di umidit. In chiesa faceva freddo. E Miren sent all'improvviso un brusco tremito. Uh, mio Dio, speriamo di non ammalarmi. Usc in strada e pioveva. Cielo nerastro, luce scarsa e strade deserte. Miren usava gli alberi come ombrelli, ma serviva a poco. Per caso il suo sguardo s'imbatt nel cestino. Il sacchetto di plastica con gli affettati era ancora l. Lo prese e se lo port a casa, perch non  che stiamo messi da poterci permettere di buttare via il cibo.

*****

125

Domenica mattina

Sono ormai molte, troppe settimane senza vederla. Il giorno prima Bittori aveva preso una decisione. Se la mattina, al risveglio, avesse trovato intatte le due scodelle che aveva lasciato la sera sul balcone, una con l'acqua, l'altra con il cibo per gatti, avrebbe considerato Ikatza sparita per sempre. La conseguenza? Be', che con il cuore a pezzi avrebbe buttato nel contenitore della spazzatura non soltanto le scodelle, ma anche il tiragraffi, la lettiera, la spazzola e, insomma, tutti gli utensili dell'animale. Si alz abbastanza presto rispetto al solito. La prima cosa che fece fu uscire sul balcone. Ancora svestita, contempl il cielo terso, un'ampia striscia di mare, l'isola di Santa Clara, il monte Urgull, sapendosi privilegiata perch viveva l, con vista da palco sulla baia, anche se ha una casa davanti che le copre la spiaggia. Poi guard nell'angolo e vide che le scodelle erano come le aveva lasciate la sera prima.
Poco prima delle sette del mattino, Miren sent Joxian mettere la bicicletta in cucina. Domenica. Che maledetta mania quella di passare lo strofinaccio e di ingrassarla dentro casa. Un giorno, lui le aveva domandato, per scherzo?, se fosse gelosa della sua bicicletta. Be', poteva darsi, perch, in verit, quell'uomo, quand' che l'aveva accarezzata per l'ultima volta? Ges, neanche quando gli aveva dato i suoi figli! Si riserva l'affetto per la bici, la caraffa del bar e l'orto. Miren non volle alzarsi dal letto per non trovarsi con lui in cucina. Non le andava di fare conversazione. Aveva dormito uno schifo. Come mai? Per la musica e i botti e la gente che per tutta la santa notte aveva fatto casino in strada. Prima la festa del paese le piaceva. Adesso, sempre meno. Barn. Sent il rumore della porta di casa. Joxian era uscito. Dove aveva detto che andava? Chiss. Miren aspett cinque minuti rannicchiata fra le lenzuola, non sia mai che Joxian abbia dimenticato qualcosa e torni. Poi, senza fretta, si alz.
Bittori trov un rimasuglio di caff del giorno prima sul fondo della caffettiera. Si disse che, con un po' di latte e di acqua del rubinetto, le sarebbe bastato per una tazza. Caff riscaldato e qualche mollica di pane secco, fu questo che mangi per colazione. Dopo aver rifatto la stanza ed essersi lavata, si occup delle cianfrusaglie di Ikatza, che infil in sacchetti di plastica. Non riusc a portare gi tutto in una volta. Prima butt alcune cose nel contenitore, poi altre. E risal ancora a casa per prendere la borsa e il portavivande. Ci mise una porzione di carne con patate, peperoni e salsa al pomodoro, perch si era ripromessa di pranzare a mezzogiorno nella sua casa in paese. Camminando per strada si sent un po' strana. Senza dolori, ma stanca e con una minaccia costante di vertigine, tanto che prima di arrivare alla fermata dell'autobus fece diverse soste per prendere fiato e ritrovare le forze.
Celeste entr in casa verso le nove. Ha le chiavi. Cos non c' bisogno che suoni il campanello. Con gli anni  diventata come di famiglia. Arriva, saluta, sparge allegria e subito si dedica alle sue occupazioni da badante. La prima della giornata, fare la doccia ad Arantxa. Da quando lei  in grado di tenersi in piedi, sebbene aggrappandosi con la mano sana al sostegno sulla parete, il compito risulta pi facile. Miren e Celeste sono estremamente caute. Una regge Arantxa, l'altra la insapona e la sciacqua. Sono diventate esperte. La cosa non dura pi di cinque minuti. E poi l'asciugano tutte e due. Mentre asciugavano il corpo pallido, bene in carne, successe che Arantxa disse all'improvviso: ama. Miren si affrett a spegnere l'asciugacapelli. Le era sembrato di sentire. Per,  chiaro, non poteva esserne sicura a causa del rumore dell'aggeggio. Arantxa ripet la parola. Era e non era la sua voce dei vecchi tempi. In ogni caso, una voce. Una voce comprensibile. Celeste la elogi con ampi gesti gioviali. Miren ricord che anche da piccola ama era stata la prima parola che Arantxa aveva pronunciato; naturalmente, prima di aita.
Erano le dieci e rotti quando Bittori scese dall'autobus. Musica, dove?, l vicino. E ghirlande di carta tese tra una facciata e l'altra. Normale, no?, che la gente si dedichi a vivere. Prima di tutto, s'incammin verso casa sua. Pi che altro per sbarazzarsi del portavivande. All'angolo s'imbatt nella banda musicale, i suonatori ammucchiati nel posto dove un giorno lontano suo marito era stato raggiunto da quattro colpi di pistola. Zumpa, zumpa. Camicie verdi, pantaloni bianchi.  quello con la grancassa, con il volto congestionato di felicit etilica, sembrava impegnato ad annichilire a furia di baccano le note dei suoi colleghi. Cos fin quando il pezzo non termin. Bittori non ebbe altra scelta che scendere sulla carreggiata per proseguire il cammino. Dal gruppo ciarliero si alz allora una voce allegra: ehi, Bittori! Lei rispose senza fermarsi. Gir lo sguardo un istante, ma non riusc a capire chi l'aveva salutata.
Miren le mise fretta. Aspettava la telefonata domenicale di Joxe Mari. Le piace essere da sola quando parla con il figlio. A Celeste, che per favore portasse subito fuori la figlia. Mattinata azzurra, festa per le strade. Su, su, a godersela. Finalmente squill il telefono. Cinque minuti:  tutto il tempo che concedono al detenuto. Ah, se potesse telefonare lei, ma le chiamate dall'esterno non sono consentite. Non nascose a Joxe Mari la sua gioia: Arantxa ha detto ama, si  capito benissimo, magari impara a parlare. Ed era emozionata e anche Joxe Mari, dall'altro capo della linea, lo era nel suo modo serio. Novit? Nessuna. Be', una. Dopo aver parlato con il medico, era deciso a operarsi di emorroidi. Non ce la faceva pi. E adesso che quaggi  cominciato il caldo, soffriva da non credere. Miren menzion la festa del paese, ma non volle abbondare nei particolari perch poi lui non si tormenti con pensieri malinconici. Ripet, invece, che Arantxa aveva detto, dopo la doccia, ama. E si esaurirono i cinque minuti.
Nella casa in paese, Bittori non aveva il forno a microonde. Vers il contenuto del portavivande in un paiolo pi vecchio del cucco, ma utile, eh?, e si disse: esco e, al ritorno, me lo scaldo. Decise anche di comprare mezzo sfilatino in panetteria.
Nel frattempo, Miren, pensando di risparmiare tempo, sparse il trito fritto sul fondo della teglia, vers la besciamella, ci mise sopra, ben tagliato a pezzi, il cavolfiore bollito. E quando torno dalla messa, ci metto il formaggio grattugiato e accendo il forno. Quanto al ciclista, se arriva tardi, se lo mangia freddo.
Festa, domenica, bel tempo: la piazza era piena zeppa. Bambini che andavano e venivano, gruppetti che chiacchieravano e, sul bordo, i dehors dei bar gremiti. I tigli frondosi spargevano sull'asfalto la loro gradevole ombra. E Bittori trov Arantxa e la sua fedele badante nel posto di sempre. Si chin per baciare l'amica. L vicino, dal campanile della chiesa, la campana chiamava alla messa di mezzogiorno. Celeste si affrett a raccontare a Bittori che quella mattina Arantxa aveva pronunciato una parola. Le due donne si voltarono verso di lei con l'evidente desiderio di indurla a ripetere la prodezza. Arantxa, non senza sforzo, le accontent. Bittori, commossa, le afferr una mano. Le disse che ce l'avrebbe fatta, che glielo augurava di tutto cuore e che non doveva smettere di lottare. Arantxa, con il suo sorriso laterale, scosse varie volte la testa per annuire.
Erano pi o meno due mesi che Miren non assisteva alla messa seduta al solito posto. Arrabbiata con il santo di Loyola, era passata sul lato destro della chiesa, per oggi ha ripreso a sedersi accanto alla statua. Don Serapio perorava noioso, solenne, ripetitivo, con voce da anziano. Tutte le messe sono uguali, a me non la fanno. Tra le file di banchi erano sparsi pochi fedeli. Giovent? L davanti, due ragazze e punto. Miren, con il pensiero, ringrazi severa, con un tono che era quasi di avvertimento.  un buon inizio, Ignazio; per, come puoi capire, dire una parola e parlare, quel che si dice parlare, sono due cose diverse, eh? Ci aspettiamo qualcosa di pi. E all'altro, per favore, sistemagli la faccenda delle emorroidi. E tutto quello che ti chiedo, perch dal carcere ho capito che non vuoi tirarmelo fuori. La fine della messa interruppe la chiacchierata mentale.
Bittori si accomiat da Arantxa e da Celeste nell'angolo della piazza. Miren usc dalla chiesa. Una decise di andare senza perder tempo in panetteria perch stanno per chiudere, se non hanno gi chiuso; l'altra, di riunirsi con la figlia, magari di prendere un aperitivo con lei e con Celeste, e poi andare a casa a occuparsi del pranzo. Le due donne si videro a una cinquantina di metri di distanza. In quel momento Bittori aveva il sole in faccia; si mise una mano a mo' di visiera e, merda, si sar accorta che l'ho vista; ma non mi faccio da parte. Miren si avvicinava camminando a passi domenicali, spensierati, all'ombra dei tigli e quella l mi sta guardando, ma sta fresca se crede che mi faccio da parte. Avanzavano in linea retta l'una verso l'altra. E le numerose persone che stavano in piazza se ne accorsero. I bambini, no. I bambini continuarono a scorrazzare e a urlare. Fra gli adulti si form un rapido groviglio di bisbigli. Guarda, guarda. Erano cos amiche.
L'incontro si verific all'altezza del gazebo della musica. Fu un abbraccio breve. Le due si guardarono un istante negli occhi prima di separarsi. Si dissero qualcosa? Niente. Non si dissero niente.
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FINE.
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Appendice: Glossario.
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Il presente glossario riunisce vocaboli ed espressioni provenienti dall'euskera utilizzati nel romanzo. Il suo scopo  soltanto quello di servire d'aiuto ai lettori che non conoscono la lingua basca.
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abertzale: patriota, sostenitore di una patria basca indipendente. 
agur. ciao, arrivederci.
aita: (pronuncia con l'accento sull'ultima sillaba: aita) padre, pap.
aitona: nonno.
aide hemendik: via, fuori di qui.
ama: (pronuncia con l'accento sull'ultima sillaba: ama) madre, mamma.
amatxo: forma vezzeggiativa di ama.
amnistia osoa: amnistia generale.
amona: nonna.
arruntak: nome che i detenuti dell'ETA danno di solito ai detenuti comuni.
askatu: liberare. Qui, con senso imperativo: liberate, lasciate liberi.
aurresku: danza basca che si esegue in onore di qualcuno. 
barkatu: (infinito) perdonare (e imperativo) perdona, perdoni. 
bat: uno.
batzoki: circolo politico e sociale del Partido Nacionalista Vasco. 
belarvi: orecchio.
beltza: nero. Appellativo che si attribuisce agli agenti antisommossa della Ertzaintza per il colore della loro uniforme.
bertsolari: improvvisatore popolare di versi in lingua basca. 
bi: due.
bietan jarrai: proseguire lungo le due (strade). Una, la forza militare, simboleggiata dall'ascia; l'altra, l'intelligenza o astuzia politica, simboleggiata dal serpente.
bihotza: (qui come appellativo affettuoso) cuore.
cipayo: soprannome spregiativo applicato agli agenti della Ertzaintza, sbirro.
dispersiorik ez: no alla dispersione (dei detenuti dell'ETA). 
egun on: buongiorno. 
ekintza: azione, attentato.
entzun: (verbo usato qui in forma imperativa) senti, ascolta. 
erribera: riva.
ertzaina: agente della Ertzaintza.
Ertzaintza: polizia autonoma del Paese Basco.
et herria zurekin: ETA, il popolo () con te.
euskaldun: persona che conosce l'euskera.
Eusko Gudariak: (soldati baschi), titolo di una canzone popolare adottata come inno dalla sinistra abertzale.
faxista: fascista.
gora ETA: viva l'ETA.
gora Euskadi askatuta: viva Euskadi libera.
gudari: combattente, soldato, specificamente per la causa basca.
herriak ez du barkatuko: il popolo non perdoner.
herriko taberna: sede sociale della sinistra abertzale-, significato letterale: taverna del popolo. 
hiru: tre. 
ikastola: scuola. 
ikatza: carbone.
ikurrina: bandiera. Per antonomasia, la bandiera basca.
Iparralde: zona nord. Si  andata diffondendo per riferirsi al Paese Basco francese.
izarren hautsa: la polvere delle stelle. Canzone con testo di Xabier Lete e musica di Mikel Laboa.
jarraitxu: membro dell'organizzazione giovanile socialista e indipendentista Jarrai.
kaixo: salve.
kanpora: fuori, via.
kontuz: attenzione.
lorea: fiore.
maitia: (pronuncia con iato: maitia} tesoro, amore mio.
mendiko ahotsa-, la voce della montagna.
mugalari-, persona, esperta del terreno, che aiuta a superare a piedi la frontiera tra Francia e Spagna.
muxu-, bacio.
neska-, ragazza.
ondo pasa: divertiti, stanami bene.
ongi etorri: letteralmente, benvenuto. Qui, sostantivato (un ongi e torri), si usa nel senso di omaggio di benvenuto.
osaba: zio.
piraten itsasontzi urdina: la nave blu dei pirati.
pixa: pip, urina.
poliki: a poco a poco.
polita-, bella, carina.
presoak kalera, amnistia osoa: detenuti liberi, amnistia generale. 
Talde-, commando.
Topo-, nome popolare del treno a scartamento ridotto che unisce San Sebastian e Hendaye.
txakurra: cane. Soprannome spregiativo attribuito agli agenti della polizia.
txakurrada: cane, in senso collettivo. Soprannome applicato all'insieme della polizia.
txalaparta-, strumento tradizionale a percussione, formato da tavole che vengono colpite ritmicamente con bacchette di legno.
txapeo-, situazione del detenuto che si rifiuta di uscire nel cortile del carcere e rimane l'intera giornata in cella.
txoko-, angolo, posto.
zure borroka gure eredu: la tua lotta, il nostro modello. 
Zutabe: nome del bollettino interno dell'ETA.
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txoria txori: traduzione approssimata, "il passero  passero". Celebre canzone di Mikel Laboa inclusa nel suo disco Bathiru (1974), con testo di Joxean Artze.
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TXORIA TXORI.
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Hegoak ebaki banizkio 
nirea izango zen, 
ez zuen aldegingo. 
Hegoak ebaki banizkio 
nirea izango zen, 
ez zuen aldegingo.
Bainan, honela
ez zen gehiago txoria izango.
Bainan, honela
ez zen gehiago txoria izango.
Et nik...
txoria nuen maite.
Et nik...
Txo ria nuen maite.
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IL PASSERO.
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Se gli avessi tagliato le ali
sarebbe stato mio, 
non sarebbe scappato.
Se gli avessi tagliato le ali 
sarebbe stato mio, 
non sarebbe scappato.
Ma cos
avrebbe smesso di essere un passero. 
Ma cos
avrebbe smesso di essere un passero. 
E io...
io amavo il passero.
E io...
io amavo il passero.
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FINE.